Spagna – Argentina: stessa lingua, mondi diversi

Spagna e Argentina condividono la stessa lingua, ma interpretano il calcio in modo opposto. Una finale che vale molto più di un Mondiale.

Il pallone, stasera, parlerà spagnolo. Non una lingua uniforme, ma un idioma che due secoli di storia hanno separato e trasformato in due modi quasi opposti di vivere il calcio. Spagna-Argentina è soltanto la seconda finale mondiale tra due Nazioni ispanofone, dopo quella del 1930, in cui Uruguay e Argentina inaugurarono la mitologia della Coppa. Anche i precedenti tra le due finaliste sembrano sottrarsi a qualsiasi tentativo di previsione: sei vittorie per parte e due pareggi nei quattordici incontri tra le due Nazionali. Nell’unico confronto disputato finora ai Mondiali, nel 1966, vinse l’Argentina 2-1. 

Persino i numeri, questa volta, sembrano rifiutarsi di prendere posizione.

L’Argentina dichiarò la propria indipendenza dalla Spagna nel 1816, quanto basta per rendere la finale qualcosa di più di una semplice rivalità sportiva. Quando una Nazione nasce separandosi dall’altra, il confronto non avviene mai su un terreno del tutto neutro: dentro la partita restano, anche senza trasformarsi in rivendicazione, la memoria del dominio e il gesto originario dell’emancipazione. Naturalmente il calcio non assolve né vendica la storia, ma ogni grande finale richiama i fantasmi che le due squadre portano con sé. Al MetLife Stadium si affrontano l’antica madrepatria e il Paese che da essa si liberò, il centro e ciò che un tempo era considerato periferia, il Vecchio e il Nuovo Mondo. Due Nazioni unite dalla stessa lingua, ma separate dal modo in cui quella lingua è stata ereditata, trasformata e resa propria.

Quella distanza storica e culturale riemerge anche nel modo in cui le due Nazioni interpretano il gioco. La Spagna concepisce il pallone come un problema di ordine, qualcosa da governare attraverso il possesso e la precisione dei movimenti. L’Argentina lo vive invece come una questione di necessità, quasi una materia emotiva prima ancora che tattica, in cui resistere, soffrire e ribellarsi fanno parte dello stesso gesto. La prima vuole imporre alla partita una forma e conservarla fino alla fine; la seconda accetta che quella forma si spezzi, perché è proprio nel disordine che riconosce la possibilità di rovesciare il destino. Se la Spagna cerca il controllo, l’Argentina aspetta il momento in cui il controllo non basta più.

Il simbolismo storico comincia però a contraddirsi, non appena si pensa che il più grande eroe argentino è diventato tale in Catalogna: Lionel Messi è il capolavoro che il calcio spagnolo ha educato e che l’Argentina ha trasformato in una divinità nazionale. Dall’altra parte, il futuro della Roja ha il volto di Lamine Yamal, nato in Spagna da padre marocchino e madre guineana, cresciuto nella Rocafonda operaia e multiculturale. La vecchia potenza europea si presenta dunque attraverso un ragazzo che incarna una Spagna nuova e meticcia: il centro ha formato il mito della periferia, ma la periferia sta restituendo al centro il proprio mito come avversario. 

Messi ha 39 anni, Yamal 19; li separano poco più di vent’anni e quasi un’intera epoca del calcio. La celeberrima fotografia del 2007 (sfido chiunque a non averla ancora vista, anche inconsapevolmente, in questi giorni) li tiene insieme sin dall’inizio, con Messi, giovane del Barcellona coinvolto in un’iniziativa dell’UNICEF, che tiene tra le braccia e lava un neonato Lamine Yamal. Se per anni l’immagine è stata una curiosità, nel giorno della finale sembra sempre di più la scena iniziale di un film, scritta da uno sceneggiatore fin troppo sentimentale. 

Tuttavia, l’eredità sportiva non è un sacramento e il talento non si trasmette per contatto. Yamal non può “diventare Messi”, perché nessuno può ancora davvero ereditare il ruolo del più grande calciatore di tutti i tempi. Messi arriva all’ultima partita con numeri ormai fuori dalla normale contabilità e, forse, dall’umana comprensione: secondo – dopo la doppietta di ieri di Mbappe – miglior marcatore della storia dei Mondiali con 21 reti, primatista degli assist, 12, e unico giocatore della storia a iniziare da titolare tre finali mondiali (Cafu entrò solo nel secondo tempo della prima nel 1994). In questa edizione ha segnato 8 gol e ne ha propiziati 4 (5, contando che il gol del 3-2 contro Capo Verde ufficialmente è un autogol ma nasce da un suo corner): è stato direttamente coinvolto in 12 delle 19 reti argentine, quasi due su tre. Yamal non porta ancora il peso della storia ma la sua promessa: sarà interessante vedere se patirà più la tensione Messi, che sa che ogni gesto potrebbe essere l’ultimo, o Yamal, che il tempo non ha ancora dovuto misurarlo e si approccia alla prima finale mondiale all’età in cui i suoi coetanei si preoccupano per l’esame di maturità. 

I numeri definiscono con precisione il contrasto tra le filosofie di gioco delle due finaliste di questo bellissimo Mondiale. La Spagna ha segnato 13 gol e ne ha subito soltanto 1 in sette  partite, mantenendo per 6 volte la porta inviolata, primato assoluto per una singola edizione del Mondiale. Prima del gol del Belgio nei quarti, Unai Simón non subiva reti da 649 minuti. Contro la Francia, in semifinale, la difesa spagnola ha concesso appena 0,31 expected goals, il dato più basso registrato da una semifinalista mondiale dal 1966. Sembra banale ricordarlo, ma la sua forza deriva più che mai dal collettivo: Rodri ha già completato 655 passaggi, record per un singolo Mondiale nell’era statistica; Pedri ha effettuato 202 passaggi conclusi nell’ultimo terzo, più di qualsiasi altro centrocampista del torneo; Mikel Oyarzabal, con 5 gol, è diventato il miglior marcatore spagnolo in una singola edizione, anche se fa strano immaginare che non tutti lo citerebbero tra gli elementi più rappresentativi della Roja. Per non parlare di Dani Olmo, perennemente ignorato in qualsivoglia classifica, ma vera arma nascosta delle Furie Rosse, capace di legare il gioco tra i reparti e decidere quando un possesso sterile possa trasformarsi in un attacco letale.

L’Argentina ha scelto il percorso contrario. Ha segnato 19 reti, più di chiunque altro, ma ne ha incassate 7 e nella fase a eliminazione diretta non era in vantaggio allo scoccare del novantesimo minuto in nessuna partita. Contro l’Egitto era sotto 2-0 a dodici minuti dalla fine: secondo il modello Opta aveva lo 0,6% di possibilità di vincere nei tempi regolamentari, ma ha vinto 3-2. Contro l’Inghilterra era ancora in svantaggio all’85’: nessuna squadra aveva mai atteso così a lungo prima di ribaltare una semifinale mondiale entro i novanta minuti. Sarebbe però ingiusto ridurre l’Albiceleste a Messi più dieci comprimari, considerando che diciassette dei ventisei convocati erano già presenti nel gruppo campione nel 2022. Ogni corsa sembra però acquistare senso quando Messi riceve il pallone e ogni sacrificio appare più sopportabile se serve a regalargli ancora un’azione. Lo spartito della finale sembra già scritto: il collettivo che cancella l’individuo contro il collettivo che in un individuo si riconosce appieno.

Questa sarà anche una finale senza precedenti nella nobiltà dei titoli. Per la prima volta, la partita decisiva di un Mondiale opporrà la nazionale campione del mondo alla nazionale campione d’Europa in carica: l’Argentina porta sul petto la corona conquistata in Qatar, la Spagna quella sollevata due anni fa a Berlino. Non il vecchio re contro un semplice pretendente, dunque, ma due squadre che rivendicano il diritto di essere l’unico presente possibile, la squadra che governa il mondo contro quella che ha conquistato il Vecchio Continente.

Argentina e Spagna avrebbero dovuto incontrarsi nella Finalissima, ma le circostanze della storia hanno cancellato quell’appuntamento e lo hanno restituito in una forma più grande. Non una coppa cerimoniale ma la Coppa, il giudizio definitivo su chi possa dirsi davvero padrone di questa epoca. Stasera la stessa lingua pronuncerà una sola parola, campeones. Ma dopo questi novanta minuti (forse centoventi, forse dopo l’ultimo rigore) sapremo se il calcio appartiene alla geometria o allo spirito, al sistema che pretende di controllare il tempo o all’uomo che, ancora una volta, proverà a fermarlo: non resta che metterci comodi e goderci il più grande spettacolo che oggi il calcio ci può regalare.