La Champions delle italiane, tra alibi e colpe

I playoff di febbraio in Champions League confermano ancora le difficoltà strutturali delle squadre italiane.

Per molti, il fischio finale di Inter-Bodo Glimt è sembrata l’ultima nota della messa da requiem per il calcio italiano, che ha perso in modo sorprendente (ma senza dubbio meritato) la sua squadra più accreditata a fare strada in Champions League. Il risveglio da elettroshock di mercoledì – uno di quei giorni da pianeti allineati con la rimonta compiuta dall’Atalanta e sfiorata dalla Juventus – ha evitato la Caporetto di non avere neanche una squadra agli ottavi della massima competizione europea per club (evento che non accade dal 1987, mai successo da quando la Coppa dei Campioni si chiama Champions League, l’URSS è diventata la Federazione Russa e la lira è stata soppiantata dall’euro). Nonostante l’impresa e mezzo, non si sono spente le prediche sullo stato del nostro calcio, chiamato tra un mese a difendere quel che resta della propria credibilità in condizioni tutt’altro che ideali. 

Siamo arrivati al definitivo collasso strutturale figlio di stadi obsoleti, bilanci fragili e di una progettualità miope? Oppure stiamo confondendo una congiuntura negativa, per quanto clamorosa, con una sentenza definitiva sullo stato di salute del sistema? Come spesso succede, la verità stat in medio

Se per Tolstoj “tutte le famiglie felici si somigliano, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, lo stesso si può dire per le eliminazioni maturate in settimana dalle due squadre più tifate d’Italia, diventate infelici per modo diverso ma, in entrambi i casi, doloroso. L’Inter (la prima finalista dell’edizione precedente a non qualificarsi per gli ottavi nell’edizione successiva dal Chelsea nel 2013) è apparsa lontana parente della squadra capace di coprire il campo con i movimenti codificati e le ragnatele di passaggi che abbiamo ammirato nella scorsa Champions League. 

Nei 180 minuti fra andata e ritorno, i nerazzurri hanno esasperato tutti i difetti mostrati negli scontri diretti in campionato: una squadra incapace di eludere il pressing avversario, macchinosa e un po’ spocchiosa nel momento decisivo, in totale contrapposizione con la gioiosa organizzazione della squadra norvegese. Con dichiarazioni passivo aggressive come “finalmente il Bodo giocherà in trasferta”, noncuranti del fatto che i norvegesi nella prima fase avessero fatto più punti fuori casa e vinto a Madrid, e scelte di formazione quantomeno particolari (le panchine di Dimarco e Zielinski a Bodo gridano vendetta), la squadra di Chivu ha dato l’impressione di aver sottovalutato l’impegno. 

E intanto su X si dice che le squadre italiane sono sopravvalutate.

Probabilmente l’Inter è stata anche disturbata dalle scorie polemiche lasciate dal derby d’Italia, le stesse che hanno inciso sull’eliminazione della Juventus con il Galatasaray. Il doppio confronto con i turchi può essere infatti visto come un’accurata fotografia della schizofrenica stagione della squadra più titolata d’Italia. In 210 minuti la squadra di Spalletti ha mostrato tutti i suoi volti: a Istanbul con la sensazione di avere i mezzi per poter sbrigare la pratica in poco tempo per poi autosabotarsi e collassare; a Torino con una prestazione commovente per ardore, spirito di sacrificio e qualità tecnica, ma senza la freddezza e il cinismo necessari per passare il turno. 

Nel momento in cui Osimhen infilava il diagonale tra le gambe di Mattia Perin, sul palco dell’Ariston Achille Lauro si domandava se “bastasse una notte per farci sparire / cancellarci in un lampo come un meteorite”. Per la Juventus, quella di mercoledì è stata proprio una notte di questo tipo, in cui sono evaporate le residue ambizioni europee della stagione. Eppure, nel lungo applauso (non il primo allo Stadium in una sfida di Champions…) che ha accompagnato il 3-2 definitivo forse si può leggere qualcosa di diverso da una semplice resa dei conti: l’inizio della ricostruzione per una squadra che non supera un turno a eliminazione diretta di Champions League dal 2019 e che troppo spesso sembra schiacciata dal peso che la maglia bianconera inevitabilmente porta con sé.

Sono state quindi quattro serate storte, magari preparate male o segnate da episodi sfavorevoli, oppure dentro quelle eliminazioni si nasconde qualcosa di più profondo?

Per provare a rispondere bisogna allargare l’inquadratura e uscire dalla tirannia dei novanta minuti, dove emerge il primo vero spartiacque: quello economico. Anche se le squadre che hanno eliminato le italiane non occupano necessariamente le primissime posizioni per fatturato, il sistema nel suo complesso racconta una distanza evidente, dal momento che nessun club di Serie A figura oggi nella top 10 europea per ricavi.

L’Inter, prima italiana nella classifica pubblicata da Deloitte, è undicesima con 537,5 milioni di euro: meno della metà del Real Madrid, che guida con 1.161 milioni. Le grandi inglesi e spagnole si collocano stabilmente tra gli 800 milioni e il miliardo, mentre Milan e Juventus scivolano al 15° e 16° posto con circa 410 e 400 milioni. Numeri che, in definitiva, riflettono fedelmente quanto visto sul campo nelle ultime stagioni: i club italiani gravitano stabilmente attorno, se non al di sotto, della linea che delimita le dieci squadre più competitive d’Europa. 

Non un’impressione, ma una tendenza confermata anche dai risultati nella nuova formula: dall’introduzione dei playoff di febbraio, le italiane ne hanno vinto soltanto uno dei sei disputati (con la Juventus mestamente eliminata in entrambe le edizioni con avversari di certo non irresistibili). Già la scorsa stagione erano arrivate eliminazioni pesanti contro avversarie del Benelux considerate abbordabili, PSV, Feyenoord e Brugge: segnali che, più che episodi isolati, sembrano comporre un quadro certamente non idilliaco.

Un divario non solo simbolico ma che comporta rose più lunghe, seconde linee di livello più alto, staff atletici e medici più ampi, infrastrutture e centri di recupero all’avanguardia, con una capacità superiore di mantenere standard elevati lungo dieci mesi e non solo nei picchi di forma. Eppure, entrando nel merito dei dati fisici, emerge un paradosso che impone una certa cautela. Nelle statistiche di questa Champions, tre italiane figurano addirittura nella top 10 per chilometri percorsi a partita, un dato che certifica quanto il problema non stia nella quantità, ma nella qualità della corsa. Solo l’Inter rientra tra le prime dieci per numero di sprint; le altre tre italiane, Napoli, Juventus e Atalanta, sono relegate in ordine tra la 26ª e 28ª posizione, con circa 105 sprint a gara, quasi venti in meno rispetto alle squadre di vertice. 

Considerando che nelle prime sei posizioni di questa graduatoria compaiono tre inglesi, appare evidente che il ritmo della Premier si traduce in un’abitudine all’alta intensità replicata anche in Europa. Si corre quanto gli altri, dunque, ma meno velocemente e con meno ripetizioni ad alta intensità, aspetti fondamentali in un calcio fatto di transizioni, riaggressioni e ribaltamenti di fronte.

Il ritardo si estende anche ai fondamentali di contatto e di gestione tecnica sotto pressione. Le italiane occupano le ultime posizioni per numero di contrasti effettuati, dato che suggerisce minore aggressività o minore capacità di sostenere duelli continui. Allo stesso tempo, però, risultano a centro classifica anche per percentuale di passaggi riusciti e lanci completati, indicatori che misurano qualità tecnica e precisione nelle scelte lunghe in contesti ad alta intensità. Se si incrociano questi parametri, emerge un doppio scarto: fisico, nella capacità di produrre sprint e duelli; tecnico, nella qualità dell’esecuzione quando il ritmo si alza.

Il limite finanziario rischia quindi di tradursi in un limite atletico e tecnico proprio nei momenti decisivi della stagione, quando la Champions richiede continuità di picchi: rose meno profonde implicano meno rotazioni e meno ricambio nelle settimane con tre partite. La fotografia più nitida di questa tensione l’ha offerta l’Atalanta, scintillante e feroce nel mercoledì di gala contro il Borussia e opaca e svuotata nella grigia domenica pomeriggio di Reggio Emilia. Non si tratta di una questione di carattere, ma di sostenibilità dello sforzo: oggi, per le italiane, tenere contemporaneamente il ritmo di campionato ed Europa ad alto livello sembra un esercizio ai limiti dell’impossibile.

Bisogna poi ammettere che lo standard imposto dal campionato inglese – con sei squadre portate agli ottavi di finale – rimane irrealistico per tutte le concorrenti, e non solo la Serie A.

Ne deriva una gerarchia implicita delle priorità, in cui il campionato torna a essere il porto sicuro: l’Inter, ancora scossa dalla stagione “zero tituli” dell’anno scorso, non può permettersi un altro anno senza trofei; la Juventus sa che un’eventuale mancata qualificazione alla prossima Champions avrebbe conseguenze economiche difficilmente assorbibili; per il Napoli e Conte questa tendenza è parsa talmente evidente da risultare quasi irritante, come se l’Europa fosse diventata un male necessario più che un obiettivo da inseguire senza calcoli. In questo equilibrio fragile tra ambizione europea e necessità domestiche si consuma la scelta di concentrare energie dove il margine di controllo è maggiore: finché il sistema non cambierà passo, tutto fa pensare che l’Europa possa solamente rimanere un sogno da inseguire a intermittenza e non un territorio da abitare con continuità.