Dal momento in cui, lo scorso 20 novembre, l’urna ha stabilito che per tornare alla Coppa del Mondo l’Italia avrebbe dovuto affrontare prima l’Irlanda del Nord e poi la vincente tra Galles e Bosnia, il tempo si è fatto prima attesa, poi tensione e infine, citando il sempre più teso capodelegazione Gianluigi Buffon, uno “stillicidio”. La data degli spareggi è quindi diventata subito un punto fermo, una data cerchiata in rosso nei calendari degli appassionati, più come riferimento inevitabile che come semplice partita. Nel frattempo il tempo ha fatto il suo lavoro senza accelerazioni, come la sabbia di una clessidra che scende con indifferenza, lasciando alla nostra Nazionale lo spazio e l’obbligo di definire cosa vuole essere proprio nel momento in cui non può più rimandarlo.
Pensare che l’Italia arrivi a questi spareggi in un buon momento significa nel migliore dei casi semplificare una realtà più complessa o, nel peggiore, ignorarla. Un esercizio francamente poco comprensibile e utile, soprattutto per una Nazionale che non può più permettersi di considerarsi superiore a nessuno. Senza considerare che l’ultima partita contro la Norvegia ha portato la peggior sconfitta casalinga degli ultimi 70 anni, l’Italia arriva a questo appuntamento come simbolo di un movimento che fatica a stare al passo con la modernità del gioco sia nei ritmi che nelle idee.
Oltre a un clima domestico appesantito da polemiche arbitrali quasi costanti e da una produzione tecnica spesso povera di spunti, fa quantomeno riflettere che il Como dello spagnolo Fabregas, l’unica squadra arrivata in modo davvero brillante all’equinozio di primavera, non abbia mai schierato un giocatore italiano titolare (concedendo all’unico connazionale Goldaniga appena un simbolico minuto nel recupero della vittoria di Firenze). Non è solo una questione di risultati, ma di traiettoria: oggi il calcio italiano sembra destinato, anche in patria, più a rincorrere gli altri che a indicare la direzione.
Se si scende ancora più nel dettaglio, il quadro non migliora né ci può rendere più ottimisti. L’Italia infatti non arriva bene neppure nelle sue individualità: degli undici titolari, oltre alla certezza Donnarumma (non esente da colpe nell’ultimo playoff mondiale…), forse solo i wonderkid Esposito e Palestra – con quest’ultimo però alla prima presenza e quindi esposto a variabili difficili da prevedere – sembrano attraversare un momento psicofisico davvero brillante. Se poi si pensa che nessuno dei due è certo della titolarità, lo scetticismo sulle partite che andremo ad affrontare non può che aumentare.
Dimarco, Bastoni e Calafiori hanno disputato una stagione tra l’ottimo e l’eccellente, ma nelle ultime settimane hanno dato inequivocabili segnali di calo nella capacità di reggere ritmi alti e continui – oltre che, nel caso del centrale dell’Inter, con il clima da caccia all’uomo che ha seguito il suo brutto comportamento nel caso-Kalulu e ha evidentemente minato la sua sicurezza. La necessità imporrà dunque di affidare almeno un posto a Buongiorno e Mancini che, pur essendo buoni difensori, non possono però garantire quella stabilità storicamente associata all’Italia e viaggiano su numeri di errori difensivi sopra la media delle rispettive squadre, segno di una tenuta non sempre impeccabile.
In mezzo, Barella sembra il lontano parente del dominante mediano ammirato nelle scorse stagioni, motivo per cui in condizioni normali non sarebbe errato pensare di sostituirlo con il brillante Pisilli, una delle poche creazioni riuscite del regno romano di Gasperini (non succederà). Lo scettro tecnico del nostro centrocampo passerà quindi a Tonali e a Locatelli. I due centrocampisti non arrivano però a Coverciano nel momento migliore della loro stagione: il primo per l’uscita per infortunio della scorsa settimana a Barcellona che introduce un margine di incertezza su condizione e continuità, il secondo con il peso psicologico del decisivo rigore sbagliato pochi giorni fa e, più in generale, con una certa residua difficoltà nell’imporre ritmo sotto pressione.
Anche davanti, Esposito a parte, la situazione non sembra rassicurante. Kean ha avuto una stagione frammentata, con minutaggi discontinui e un contributo offensivo limitato, mentre Retegui porta in dote numeri grezzi interessanti da 15 gol in 25 partite, ma maturati in un contesto competitivo inferiore, con una qualità media delle difese affrontate sensibilmente più bassa rispetto ai principali campionati europei. Nel complesso, più che una squadra in forma, sembra un insieme di condizioni individuali disallineate, dove pochi picchi non compensano una diffusa mancanza di continuità.
Se l’Italia non dovesse qualificarsi, nel triste contesto in cui ci troviamo sarebbe difficile sostenere che il problema sia stato aver lasciato a casa dei talenti generazionali. Eppure, alcune scelte continuano a far discutere, come la mancata convocazione di giocatori che stanno disputando una stagione solida – Zaniolo e Bernardeschi – o il continuo e quasi triste tira e molla attorno a Federico Chiesa. Si può leggere tutto questo come un tentativo di preservare gli equilibri interni, ma è difficile non intravedere anche una certa prudenza, come se Gattuso fosse tormentato dalla paura di alterare l’equilibrio di un gruppo già fragile. Il risultato è una gestione che, almeno dall’esterno, appare poco meritocratica e contribuisce a rafforzare la sensazione di un sistema più preoccupato a non sbagliare che a provare davvero a migliorarsi.
Tuttavia, non può essere ignorato che sulla carta l’Italia sia superiore all’Irlanda del Nord e, con ogni probabilità, anche a Galles e Bosnia ed Erzegovina. Lo dicono i valori individuali ma anche il contesto generale, dal momento che molte delle loro rose sono composte da giocatori di Championship o categorie inferiori, un dato che restituisce immediatamente la distanza tecnica. Il problema dei nostri undici sarà portare la partita su binari “normali”, riuscendo a imporre un ritmo medio-alto con gestione del possesso e occupazione razionale degli spazi, quello che i nostri avversari proveranno a evitare.
L’Irlanda del Nord è una squadra estremamente codificata, con difesa a cinque, blocco medio-basso, gioco diretto e ricerca sistematica delle seconde palle e dei calci piazzati, che potrebbe metterci in difficoltà con il suo dinamismo se non riusciremo a sbloccare la partita. Il Galles, invece, rappresenta una minaccia più dinamica: una squadra che negli ultimi cicli ha aumentato sensibilmente il proprio volume offensivo (oltre 2 gol di media negli ultimi due anni) e che tende a giocare con un possesso attorno al 60-65%, pur senza trasformarlo sempre in controllo reale della partita. La squadra di Bellamy produce molto, con circa 13-14 tiri a gara e un xG medio vicino a 1,7, ma concede altrettanto, con una struttura difensiva che diventa vulnerabile se attaccata tra le linee o costretta a difendere lateralmente.
La Bosnia, infine, è probabilmente l’avversario più ambiguo, meno organizzato delle altre due, ma proprio per questo più imprevedibile. I numeri raccontano una squadra capace di produrre, ma con un controllo della partita solo parziale (con circa il 50% di possesso e poco meno dell’80% di precisione nei passaggi). Non è una squadra che costruisce attraverso lunghe sequenze di gioco, quanto piuttosto che accelera improvvisamente e cerca riferimenti diretti, come il sempiterno Edin Dzeko. Anche i numeri difensivi confermano questa natura, con una discreta capacità di recupero ma una struttura che tende a rompersi quando costretta a difendere a lungo.
Indipendentemente dall’avversario nell’eventuale finale l’Italia dovrà comunque essere lucida ed evitare che la partita si trasformi in una sequenza di episodi, per togliere ritmo alle loro transizioni e riportare il gioco dentro una dimensione continua. Tutte le nostre avversarie non avranno l’ombra del baratro sulle spalle e cercheranno di aumentare la componente emotiva, per trascinare l’Italia in una partita nervosa che compensi il gap tecnico. Per questo, più che brillantezza, servirà controllo: solo in questo modo la superiorità dell’Italia potrà diventare reale.
Rispetto alle due precedenti cadute è però riscontrabile una differenza, che rappresenta forse l’unico vero punto da cui ripartire. Nel 2017, contro la Svezia, l’Italia era rimasta intrappolata dentro un’ansia ingestibile, incapace di produrre gioco sotto il peso di un fallimento che abbiamo iniziato a realizzare troppo tardi. Nel 2022 il problema era stato quasi opposto: una squadra diventata campione d’Europa meno di un anno prima, che aveva dominato la Macedonia del Nord senza lucidità e sembrava vivere quella partita come un passaggio intermedio, prima di una finale già data per scontata contro il Portogallo. Oggi il contesto è diverso e forse più onesto: l’Italia sa di essere superiore, ma deve essere altrettanto consapevole che questa superiorità, da sola, non ha più alcun valore.
Paradossalmente, questa consapevolezza può diventare un vantaggio: se anche nelle due eliminazioni precedenti sarebbe bastato un episodio diverso a nostro favore per cambiare la storia, è altrettanto vero che oggi l’Italia non può più permettersi di pensarsi altrove e vincerà solo se accetterà pienamente questo livello – quello di una nazionale che manca il Mondiale da due edizioni consecutive, esattamente come la Bosnia – e riuscirà a interpretare la partita come coerente con la propria dimensione attuale.
Non sappiamo quale sarà il tono del discorso di Gennaro Gattuso nello spogliatoio, se sarà una riunione piena di richiami tattici oppure – come fece il suo commissario tecnico Marcello Lippi a Berlino – se si limiterà a poche indicazioni, per poi guardare i suoi giocatori negli occhi e far capire che, a un certo punto, il calcio torna a essere una questione semplice: non complicarsi la partita, e vincerla.
Nei 130 giorni che hanno separato la debacle con la Norvegia e stasera, i nostri rappresentanti dovrebbero aver compreso che queste partite non rappresenteranno uno spartiacque solo per una generazione di calciatori, ma per la posizione stessa del calcio nel sistema sportivo italiano. Oggi, mentre altri movimenti stanno ritrovando risultati e slancio (dal rugby, capace di battere l’Inghilterra, al baseball contro gli Stati Uniti, fino alla Formula 1 con Antonelli e una Ferrari che fa ben sperare) il calcio resta, insieme al basket, uno dei pochi a non riuscire a tradurre il proprio peso storico in risultati. Cari Azzurri, da stasera si parrà la vostra nobilitate: unitevi, giocate e andate a vincere.