L’oro della finalina

Cinque gol che hanno reso indimenticabile la partita più inutile dei Mondiali.

Poche cose nel calcio appaiono più inutili e anacronistiche della finale per il terzo posto. Una partita tra due squadre che hanno appena perso quella che contava davvero, sospesa tra la delusione della semifinale e l’attesa della finale. Eppure, proprio perché alleggerita dal peso del titolo, la cosiddetta finalina ha spesso lasciato spazio a un calcio più libero, meno prudente e sorprendentemente fertile. Basta affrontarla con lo spirito dei cercatori d’oro: setacciare una competizione apparentemente secondaria per trovarvi, nascoste fra rimpianti e seconde linee, alcune delle reti più belle mai segnate ai Mondiali.

5. José Torres, Portogallo-URSS 2-1, 1966

All’89’, quando Wembley si prepara ai supplementari, José Augusto prolunga di testa un pallone sospeso nell’area sovietica. Alle sue spalle José Torres ha già intuito dove cadrà: perde mezzo tempo, si apre e colpisce di destro al volo, prima che il pallone tocchi terra. Jashin segue la traiettoria iniziale, ma la sponda gli cambia improvvisamente il punto d’arrivo, con il tiro che parte da pochi metri e si insacca senza concedergli il tempo di ricomporsi. Un gol breve, costruito però sull’intesa fra due compagni del Benfica e una certa dose di ironia tecnica, con Torres, il Bom Gigante famoso per il gioco aereo, che lascia a José Augusto il colpo di testa e decide la partita con una volée.

Quel destro rimane tuttora il gol che ha consegnato al Portogallo il miglior piazzamento della sua storia ai Mondiali, il terzo posto ottenuto alla prima partecipazione (i lusitani sarebbero tornati in semifinale una sola volta, quarant’anni dopo, chiudendo però quarti); per l’Unione Sovietica fu invece l’unica presenza fra le prime quattro, dal momento che né l’URSS né la successiva Russia sarebbero più riuscite a raggiungere una semifinale mondiale.

Dietro quella partita si nascondeva anche un clima ben diverso dalla leggerezza che la finalina avrebbe suggerito. Il terzino Vasilij Danilov ha ricordato quella spedizione come un intreccio di prestigio internazionale e controllo politico da parte delle autorità sovietiche. Durante il ricevimento organizzato dalla regina Elisabetta per celebrare il ritrovamento della Coppa Rimet, rubata poche settimane prima, alcuni calciatori sovietici arrivarono a baciarle la mano; nello stesso torneo, Eduard Streltsov, uno dei maggiori talenti del paese, non era stato autorizzato a partire, nel timore che potesse non fare ritorno in patria. Secondo Danilov, anche Murtaz Khurtsilava aveva chiesto di non essere schierato contro il Portogallo, perché non si sentiva mentalmente pronto: giocò comunque e il suo fallo di mano provocò il rigore trasformato da Eusébio, in un’epoca in cui il disagio psicologico veniva trattato come una debolezza da ignorare. Non mancò infine la beffa economica. Ai giocatori erano stati promessi riconoscimenti in caso di semifinale, ma una volta raggiunto l’obiettivo furono pesantemente rimproverati per non essere arrivati in finale: il tiro al volo di Torres aveva così trasformato il miglior Mondiale della storia sovietica in un risultato che il potere di Mosca giudicò comunque insufficiente.

4. Mislav Orsic, Croazia-Marocco 2-1, 2022

Poco prima dell’intervallo, con la partita ancora in equilibrio, Kovacic recupera palla al limite dell’area e lo affida a Livaja, che appoggia sulla sinistra. Orsic arriva nella zona da cui ha costruito buona parte della propria carriera: non controlla la palla, ma apre subito il destro, con un tiro che sembra man mano allontanarsi dallo specchio, per poi colpire l’interno del palo più lontano e adagiarsi dolcemente in rete. Un gesto elegante ma tutt’altro che estraneo al repertorio di Orsic, specialista dei tiri a giro dalla sinistra e autore, con la Dinamo Zagabria, della celebre tripletta che aveva eliminato il Tottenham di Mourinho dall’Europa League.

Quel gol consegna il bronzo alla Croazia, capace di conquistare tre podi nelle prime sei partecipazioni ai Mondiali, e mette il sigillo sullo storico cammino del Marocco, prima nazionale africana a raggiungere una semifinale mondiale. Orsic fino a quel momento era stato soprattutto un uomo da ultimi minuti, servendo anche a Petković l’assist del pareggio contro il Brasile, senza mai partire titolare nel torneo. La finale per il terzo posto gli offrì finalmente uno spazio centrale, che lui seppe occupare con il colpo che meglio lo rappresentava. Nell’ultima partita mondiale di Luka Modrić in Qatar, a decidere fu uno dei protagonisti meno celebrati di quella generazione, un attaccante abituato a entrare dalla periferia del campo e della partita, che però lasciò il proprio segno sul palo più lontano.

3. Nelinho, Brasile-Italia 2-1, 1978

A Dino Zoff dovette sembrare un accanimento del destino. Tre giorni prima l’olandese Arie Haan lo aveva battuto da oltre trenta metri, con un tiro violento finito in porta dopo il palo; nella finale per il bronzo arrivò un’altra conclusione da fuori, ancora più difficile da interpretare. L’Italia è avanti con Causio quando Nelinho riceve largo sulla destra. La posizione suggerisce il cross e Zoff si prepara a seguirlo, ma il terzino colpisce con l’esterno destro: il pallone parte così verso l’esterno, apparentemente lontano dalla porta, per poi cambiare direzione e rientrare dietro il portiere, nell’angolo opposto. Due gol quasi irripetibili in pochi giorni, entrambi segnati da traiettorie che sembravano negare le normali responsabilità di chi stava fra i pali.

A chi gli domandò se volesse davvero tirare, Nelinho rispose che, per crossare, avrebbe usato l’interno del piede: aveva visto Zoff aspettarsi il traversone e aveva scelto deliberatamente la porta. Il gesto non era estraneo a un terzino noto per la potenza e l’effetto delle proprie conclusioni, ma fu il Mondiale a renderlo universale. Dirceu completò poi la rimonta e il Brasile chiuse terzo senza aver perso una partita, tanto che il commissario tecnico Cláudio Coutinho rivendicò per la sua squadra il titolo morale del torneo (dal quale venne eliminata con i celebri sospetti di combine con il 6-0 dell’Argentina sul Perù, davanti al Generale Videla). Nelinho non considerava quella rete la più bella della propria carriera ma la più importante, il gol che trasformò la finale di consolazione in una delle immagini definitive di Argentina ’78.

2. Bastian Schweinsteiger, Germania-Portogallo 3-1, 2006

La finalina di Stoccarda fu l’ultima festa del Sommermärchen, l’estate in cui la Germania aveva imparato a mostrarsi giovane, leggera e perfino affettuosa. La semifinale contro l’Italia aveva spento il sogno, Michael Ballack era assente e Oliver Kahn giocava la sua ultima partita in nazionale; dall’altra parte Luís Figo attendeva in panchina il proprio congedo dal Portogallo. Questo crepuscolo divenne però presto la sera di gala di Bastian Schweinsteiger, ventunenne con il viso ancora da ragazzo e il destro già impaziente di diventare adulto. 

Al 56’ rientra dalla sinistra e scaglia dal limite dell’area un tiro ondeggiante, che Ricardo (non esente da colpe) riesce appena a sfiorare, mentre cinque minuti più tardi una sua punizione tesa provoca l’autorete di Petit. Il capolavoro arriva però al 78’: ancora da sinistra, ancora verso il centro, Schweinsteiger colpisce con una violenza perfettamente educata, imprimendo alla palla una curva esterna che la porta nella rete laterale più lontana. Questa volta non ci sono esitazioni né responsabilità del portiere, ma soltanto un tiro che parte dalla rabbia e arriva alla bellezza. Bastian si toglie la maglia, accetta l’ammonizione ed esce subito dopo, come un musicista che abbandona il palco sapendo di aver già suonato il bis. In ventidue minuti aveva segnato due volte e costruito il terzo gol: più che vincere la finale per il bronzo, aveva indicato la direzione di una nuova Germania.

1. Diego Forlán, Uruguay-Germania 2-3, 2010

Forlán e il Jabulani appartengono ai ricordi più nitidi di quei bambini che hanno scoperto il calcio nell’estate del 2010. Quel pallone, accusato da portieri e giocatori di muoversi in modo imprevedibile, tra i suoi piedi sembrava finalmente obbedire. Secondo Sebastián Abreu, Forlán se l’era fatto spedire mesi prima del Mondiale e rimaneva dopo gli allenamenti dell’Atlético Madrid per studiarne rimbalzi e traiettorie: non un’intesa casuale, dunque, ma preparata in solitudine nei minimi dettagli.

Nella finale per il bronzo, Arevalo Ríos scambia con Suarez e solleva il pallone verso il limite dell’area. Il campo è bagnato e Forlán pensa anzitutto a non scivolare, poi si inclina all’indietro e colpisce di destro al volo. La palla rimbalza davanti a Butt e torna a sollevarsi, lasciando il portiere tedesco fermo mentre entra sotto la traversa. Una conclusione violenta nella sua pulizia e quasi impossibile da replicare, che sfrutta l’irregolarità del Jabulani a tal punto da essere scelta tra i gol più belli della competizione.

La Germania vinse 3-2 e si prese il bronzo, ma quel Mondiale restò soprattutto il Mondiale di Forlán: cinque gol, il Pallone d’oro come miglior giocatore del torneo e un’intesa quasi irripetibile con il Jabulani. All’ultima azione ebbe perfino il pallone del pareggio, ma la sua punizione si stampò sulla traversa e l’arbitro fischiò mentre la sfera ricadeva in campo. La medaglia andò ai tedeschi, ma Forlán e quel pallone bianco segnato dai colori africani rimasero invece nella memoria calcistica di un’intera generazione.