Per le vie di Roma, o almeno di tre quarti della Capitale, si aggira lo spettro di un nuovo nemico comune. Il suo nome risponde a quello di André Villas-Boas, oggi presidente del Porto e soprattutto causa di gravi rallentamenti sull’autostrada del calciomercato. La cosa curiosa è che il rapporto tra il portoghese e i giallorossi non nasce oggi, ma risale a più di quindici anni fa, quando Villas-Boas era ancora un allenatore emergente e Franco Baldini cercava di convincerlo a sedersi sulla panchina romanista. In mezzo, un paio di cene, Shakespeare e, naturalmente, Francesco Totti.
Non è mai stato un tipo semplice, il quarantottenne lusitano. Già durante la sua carriera da allenatore, iniziata molto presto e durata tutto sommato poco, si era trasformato in un personaggio estremamente divisivo: o lo si amava, o lo si sopportava a fatica (vi ricorda qualcuno?). In parte per quel riflesso piuttosto comune nel calcio, per cui un tecnico giovane, sicuro di sé e presentato come uno degli uomini della new wave finisce inevitabilmente per attirarsi una certa antipatia. Un po’ perché in effetti, filosofo e integralista Villas-Boas lo è sempre stato. Come brillanti, per tattica e risultati, sono stati i suoi inizi in panchina, prima che la fiammella finisse per spegnersi sotto la pioggia d’Albione.
Lasciata la carriera da allenatore nel 2022, dopo una deludente esperienza al Marsiglia, Villas-Boas si è trasformato nel Brad Stevens del vecchio continente e nel 2024 ha scelto di candidarsi alla presidenza del suo Porto. La scelta tradisce la stessa fiducia nei propri mezzi, al limite della supponenza, che lo ha caratterizzato nel bene e nel male quando sedeva in panchina. Le elezioni, infatti, erano quelle di successione a Jorge Nuno Pinto da Costa, numero uno del Porto per 42 anni, vincitore di una Champions League in mezzo a mille altri trofei, probabilmente il più amato nella storia del club, e senza dubbio il più grande.
Il muro per Mora
Con lui al timone, dopo un’annata interlocutoria, i Dragoes sono tornati alla vittoria del campionato, grazie anche all’intuizione di affidare la guida tecnica a Francesco Farioli. Allo stesso tempo, il club ha messo a segno buoni colpi di mercato, affidandosi al talento di calciatori giovani come William Gomes, Froholdt, Pietuszewski e Samu Agheowa. Il problema è che l’UEFA, almeno sulla carta, non fa sconti a nessuno e i conti del Porto impongono almeno una cessione importante.

Proprio in questo incastro entra in scenda la Roma, cui Villas-Boas ha messo indubbiamente i bastoni tra le ruote nelle ultime ore. La storia, se avete seguito qualche profilo legato al calciomercato, è ormai nota. La dirigenza giallorossa, alla ricerca di elementi di livello per rafforzare la trequarti, ha ricevuto sul proprio tavolo il dossier legato a Rodrigo Mora, talentuoso fantasista classe 2007 e prodotto del settore giovanile del Porto.
Il ragazzo era non più di un anno fa considerato uno dei maggiori prospetti in Europa, ma ha avuto difficoltà ad adattarsi al poco malleabile 4-3-3 di Farioli. L’allenatore toscano, infatti, gradisce mezzali fisiche e esterni che calpestano la linea laterale, e Mora non rappresenta nessuno dei due profili. L’impiego da centrocampista, comunque spesso da riserva di Gabri Veiga, ha restituito risultati ondivaghi, e sia la società che il suo agente Jorge Mendes hanno scelto di cercare soluzioni alternative. Del resto, tra i nomi che porterebbero cifre di un certo tenore nelle casse del Porto, il diciannovenne è l’unico non facente parte del novero dei titolari, mentre Froholdt e soprattutto Diogo Costa sono pilastri inamovibili.
Pochi giorni fa, la Roma pensava di aver trovato un accordo con la società lusitana prima per 25 milioni da pagare ora più il 50% della rivendita che poteva essere riconvertito in ulteriori 25 milioni, poi definitivamente per un prestito oneroso da circa 7/8 milioni e un riscatto con obbligo condizionato da 42/43. Poi, nella notte tra martedì e mercoledì, è arrivato il cambio di rotta, che ha lasciato tutti spiazzati, Mendes compreso. Villas-Boas ha bloccato la trattativa richiedendo condizioni più semplici per far scattare il riscatto, che la Roma aveva legato al 60% delle presenze per il calciatore ed alla qualificazione della squadra alla prossima Champions League.
Le ragioni, a ben vedere, non mancano né da una parte né dall’altra. I giallorossi non vogliono impegnarsi per un esborso così oneroso su un calciatore che, per quanto talentuoso, rappresenterebbe comunque una scommessa, soprattutto senza la certezza degli incassi della massima competizione europea. Il Porto, dal canto suo, vuole essere certo di incassare i 50 milioni concordati ad inizio trattiva, comunque inferiori alla clausola di 70. Il rischio, altrimenti, è di ritrovarsi Mora in rosa tra un anno e con un incasso molto più basso.
Il problema è che, a quanto pare, Villas-Boas sarebbe intervenuto quando tra le due società c’era già stata una sorta di stretta di mano virtuale. Il quotidiano Record riporta una controproposta piuttosto diversa da quanto la Roma pensava di aver concordato, mentre nella serata dell’11 agosto da Trigoria filtrava ancora ottimismo per il buon esito della trattativa. Villas-Boas ha richiesto infatti 10 milioni per il prestito e 40 per l’obbligo di riscatto, vincolato a clausole ben più semplici di quelle proposte, oltre ad una percentuale sulla rivendita. Un modo per avvicinarsi il più possibile ai 70 milioni della clausola rescissoria.
Qualcuno, a Roma, mormora che in realtà sia stata la reazione non entusiasta della tifoseria e dei media a generare il dietrofront del presidente, come avvenuto ad esempio con Mourinho (si, ritorna sempre lui) e l’acquisto di Bonucci in giallorosso. Nelle ultime ore, nonostante il lavoro di mediazione di Mendesi contatti tra i due club si sono ridotti al minimo. Entrambi sembrano irremovibili sulle proprie posizioni: la Roma sta vagliando le alternative, mentre il Porto sembrerebbe addirittura aver ricontattato il Galatasaray, fino a poco fa sulle tracce del calciatore e poi defilatosi per concentrarsi sull’inseguimento di Batrakov.
Sogno di una notte di mezza estate
Eppure, tra la Roma e Villas-Boas poteva essere amore. Nel 2011, all’inizio del nuovo corso americano guidato da Thomas Di Benedetto, l’allora trentatreenne era il candidato numero uno per la panchina giallorossa, fortemente sponsorizzato da Franco Baldini. Il toscano era una delle figure più influenti del triumvirato dirigenziale scelto per accompagnare la Roma nel suo american dream, insieme a Sabatini e Fenucci.
Nella primavera di quell’anno i due andarono a cena al Fungo, celebre ristorante dell’EUR così chiamato a causa della sua forma, in quanto posto in cima a un serbatoio idrico. Fu il tentativo alla Franco Baldini di convincere il tecnico lusitano, fresco di quadruple con il Porto, a sposare il progetto. “Siamo andati a cena, non so chi ha accennato alla frase ‘To be or no to be: that is the question”. Io ho proseguito con “Whether ‘tis nobler in the mind to suffer” e lui l’ha completata con “The slings and arrows of outrageous fortune“” dichiarò il nativo di Reggello a Emanuela Audisio su Repubblica, nella stessa intervista diventata nota per la pigrizia di cui accusò Francesco Totti.
Pochi giorni dopo, però, Villas-Boas rifiutò la proposta. Anche la Roma, del resto, non era particolarmente propensa a pagare i 15 milioni di clausola rescissoria richiesti dai biancoblù. Cifra irrisoria, invece, per il Chelsea di Abramovic. Secondo un articolo de Il Romanista del tempo, in realtà, c’era stato un primo tentativo ancora prima di quella cena, questa volta in un ristorante portoghese. L’allenatore, non del tutto convinto, aveva chiesto “garanzie tecniche e totale libertà nella gestione della squadra”.
Un anno dopo, con Villas-Boas esonerato dal Chelsea e Luis Enrique prossimo alle dimissioni a fine campionato, la storia si ripetè. Anche stavolta ci fu una cena, nel quartiere londinese di Chelsea, e anche stavolta il portoghese partiva davanti agli altri candidati secondo A Bola. Alla fine, però, sulla panchina giallorossa finì Zdenek Zeman, cavallo di ritorno fresco di promozione con un Pescara da sogno. “La Roma adesso non è un nostro problema. Non posso confermare i contatti con Franco Baldini, con il club giallorosso non c’è mai stato nulla” dichiarò il suo agente Carlos Gonçalves nel giugno di quell’anno.
Le due anime unite dal culto di Shakespeare, avrebbero comunque trovato il modo di lavorare insieme. Nel 2013, quando Baldini divenne dirigente di punta del Tottenham, chiamò con sé proprio il suo allenatore dei sogni, rimasto senza panchina dopo l’esperienza al Chelsea. Andò meno bene del previsto. Come quelle coppie di migliori amici che decidono di andare a vivere insieme all’università e scoprono solo allora che l’altro mette la cioccolata in frigo e lascia aperto il tubetto del dentifricio, Baldini e Villas-Boas scoprirono abbastanza presto di avere idee diverse sulla convivenza.
L’inizio, per la verità, fu promettente. Il Tottenham chiuse il primo campionato al quinto posto, ma l’esperienza si interruppe a metà del secondo anno. “Ho lasciato l’incarico di comune accordo con la società, non è stato un licenziamento. Perché ho dato pieno sostegno al direttore Franco Baldini, che nel frattempo aveva altre ambizioni, finendo per trovarmi giocatori diversi dal profilo che avevo chiesto. Le promesse non sono state mantenute, mi sono ritrovato ad avere un gruppo di giocatori che non avevo chiesto” ha detto Villas-Boas un anno dopo all’emittente portoghese TVI con un metaforico lancio di stracci.
Totti-No
C’è ancora, però, un elemento da aggiungere a questa storia, probabilmente il più romano di tutti. A un certo punto, non si sa bene come, iniziò a spargersi la voce all’interno del quotidiano chiacchiericcio giallorosso che il tecnico portoghese avesse rifiutato la Roma per paura di dover gestire Francesco Totti. Un rumour smentito dall’entourage di AVB e, ad onor del vero, mai riferito neppure dallo stesso ex Capitano, che anzi nella sua autobiografia racconta un aneddoto in contraddizione con questa presunta vicenda. Secondo Totti, nella prima conversazione avuta con Baldini al suo ritorno nel 2011, quest’ultimo gli riferì che fosse stato per lui lo avrebbe venduto volentieri, ma tutti gli allenatori contattati gli chiedevano rassicurazioni sulla sua presenza e centralità nel progetto.
Un’altra autobiografia, però, riaccende il lume della curiosità. Rudi Garcia, sulla panchina romanista dal 2013 al gennaio 2016, nel suo libro “Tutte le strade portano a Roma. Il calcio è la mia vita”, pubblicato nel 2014, ricorda la prima volta in cui per i corridoi di Trigoria si è imbattuto nello studio personale del numero dieci. A margine di questa storia, riferisce: “Dopo aver firmato con la Roma, mi hanno raccontato che Villas-Boas, qualche mese prima, aveva rifiutato un’offerta del club: era stato per non dover gestire il caso Totti”. Non è chiarito chi sia l’informatore del francese, né esattamente a quale dei tentativi noti e meno noti si riferisca, ma un qualche fondamento ai sussurri pare esserci.
Di certo, per qualche strana motivazione, la Roma e André Villas-Boas non sono mai stati destinati a essere amici.