Il calcio italiano continua a fare finta di niente 

A seguito degli ultimi fatti di cronaca, è lecito aspettarsi un impegno politico maggiore da parte del nostro calcio?

Meno di quattro anni fa, nel pieno del lockdown pandemico, il 26 maggio 2020 l’agente di polizia Derek Chauvin uccideva George Perry Floyd Jr., tenendolo immobilizzato per nove strazianti minuti con il ginocchio sul collo e provocandogli la morte per asfissia da strangolamento. Il fatto ha rinnovato il dibattito politico-sociale sui rapporti tra forze di polizia e la comunità afro-americana, e più generalmente ha messo per l’ennesima volta sotto la lente d’ingrandimento il razzismo sistematico che affligge le minoranze negli Stati Uniti. La polemica ha coinvolto tutti gli strati sociali, inclusa l’elite sportiva afro-americana (forse l’unica industria in cui la ripartizione economica fra bianchi e neri è equilibrata).

A rappresentarla non poteva che essere LeBron James; il cestista, che in passato si era già esposto più volte sul tema, aveva mostrato supporto alle proteste, dichiarando: “Ci danno la caccia”. In risposta i media conservatori americani hanno provato a delegittimare la sua posizione di “portavoce” della causa, con la giornalista di Fox News Laura Ingraham che lo ha invitato a “Shut up and dribble”, stare zitto e palleggiare. Questa frase ha segnato uno spartiacque all’interno dell’universo sportivo statunitense, dividendo chi crede che gli atleti debbano limitarsi allo sport e chi invece vede il loro privilegio come un onore ma anche un onere, che li dovrebbe portare a una maggior partecipazione politica in funzione del ruolo esemplare che ricoprono.

LeBron che si riscalda con la maglia “I can’t breathe”, le ultime parole di Eric Garner prima che venisse ucciso a seguito di un fermo di polizia nel 2014

In Italia la strada scelta sembra essere la prima. L’impatto sociale che il mondo dello sport può e deve avere, al fine di accentuare l’importanza di valori come uguaglianza e giustizia, è troppo spesso sottovalutato o addirittura ignorato. I motivi che portano a questo sono eterogenei e hanno una forte matrice culturale: la politica, a differenza dello sport, non è un “trending topic” tra i giovani, ma un argomento noioso, sempre più lontano dalla vita delle persone, che non sembra più in grado di toccare i sentimenti profondi. 

Guardando oltre i confini nazionali invece i rapporti tra sport e politica mutano sensibilmente. Un esempio possono essere le notizie dal mondo medio orientale, che non possono lasciare indifferenti, e infatti sono stati numerosi i casi di giocatori che si sono esposti (non senza sanzioni o giudizi) sui social media o sul campo. Ovviamente sono mondi agli antipodi; se da una parte parliamo di una regione ‘infuocata’ (è un dramma comunque la si veda, quello di Gaza o dello Yemen, che non può lasciare imparziali), dall’altra il nostro è un paese e un pubblico disilluso dalla politica, e che forse da questa disillusione perde un po’ di umanità. Non serve però arrivare a culture così “distanti” dalla nostra per trovare il cortocircuito comunicativo che affligge il nostro paese da questo punto di vista. Per capirlo basta guardare la differenza, non tanto sul piano “sociale” quanto sul piano di atteggiamento istituzionale, nella gestione di due episodi di cronaca recente che hanno investito l’Italia da un lato e la Germania dall’altro.

Vedremo mai un calciatore italiano postare un video del genere?

I primi di gennaio, la testata tedesca Der Spiegel pubblica un sondaggio di preferenze elettorali: improvvisamente la Germania si sveglia, in tutti i sensi. Il partito di ultra-destra AfD (Alternative für Deutschland) secondo una rilevazione di YouGov raggiunge il 24%, posizionandosi come secondo partito, dietro la CDU-CSU al 29%. Ovviamente in Italia la cosa non sorprende più di tanto (in fondo sono tanti i partiti populisti o estremisti che hanno preso le redini del nostro paese, anche intromettendosi nel mondo del calcio), se non fosse per il reportage esclusivo del sito Correctiv.org, che a valle del rilascio dei sondaggi ha riportato un incontro clandestino a fine novembre tra i membri di AfD, i suoi finanziatori e alcuni attivisti di estrema destra.

Durante questo incontro sarebbe emerso un “piano segreto”, chiamato Geheimplan, su come prendere il potere in Germania. Alcuni esponenti di punta avrebbero elencato i punti chiave del piano, incentrato sull’idea di Remigration, ossia il respingimento massiccio di immigrati, rifugiati e richiedenti asilo. La cittadinanza tedesca non sarebbe rilevante: chiunque non si sia “assimilato” potrebbe essere accompagnato alla porta, magari in uno stato-cuscinetto in Africa del Nord, con spazio stimato, secondo il piano, per almeno due milioni di persone. Un piano folle e anacronistico, che non può trovare spazio nella società europea di oggi. 

La notizia di un piano del genere esula dal mondo del calcio, e per alcuni addirittura non dovrebbe trovare spazio nei centri di allenamento o nelle interviste post-partita. In fondo parliamo di un partito che ha quasi 25% dell’appoggio elettorale del paese, e la Germania rimane una democrazia. Alcuni potrebbero addirittura prenderla alla leggera, considerandola una reunion di fanatici nostalgici in stile Acca Larenzia. E invece no: oltre alle decine di migliaia di persone scese in piazza a protestare in tutto il paese, il tema ha anche coinvolto il settore calcistico, con tanti giocatori e allenatori che si sono opposti a AfD. Tra i più espliciti vengono subito in mente Xabi Alonso, allenatore del Bayer Leverkusen, e Christian Streich, allenatore del Friburgo. Il primo si è espresso così: “Dobbiamo avere una posizione chiara sui nostri valori e sulla nostra democrazia, bisogna prendere una posizione chiara su questi temi. Sta succedendo in Germania, in Spagna, in Italia. Sono sicuro che il calcio si distinguerà. Dobbiamo essere fermi nelle nostre posizioni e non accettare queste richieste intolleranti”. 

Colpisce la convinzione con la quale l’allenatore del Leverkusen ripete la parola “values”

La replica di Streich è invece arrivata in maniera più ampia, prima citando Margot Friedländer, una sopravvissuta all’Olocausto, e invitando gli ascoltatori a una riflessione: “Se non reagisci ora, significa che non hai capito quello che sta succedendo”. È difficile non riconoscere le parole di Streich come un emblema di consapevolezza della propria influenza e responsabilità. Il mondo del calcio, proprio perché seguito da milioni di persone e milioni di bambini, può e deve fungere da collante sociale, avvicinando gli ultimi e i primi, unendo religioni, etnie e culture sotto un’unica ala. Insomma come dice Xabi Alonso, distinguendosi. 

Questa coscienza sociale ha chiaramente una forte matrice culturale: in Germania infatti vige la regola del 50+1, che garantisce che i membri di un club detengano sempre la maggioranza dei diritti di voto e impediscano alle entità esterne di acquisire una partecipazione di maggioranza. L’aggregazione, l’accoglienza e la collettività sono radicate negli atti costitutivi delle squadre di calcio, che per la loro natura sociale sono più di semplici società sportive. La repulsione tedesca all’antisemitismo non è però senza le sue controindicazioni, portando a una sempre crescente repressione delle dichiarazioni in favore della causa Palestinese.

Lo stesso Alonso solo indirettamente è riuscito a commentare la situazione critica che imperversa a Gaza, parlando di “una situazione terribile”. Rimane però un paese in cui il dibattito politico non esonera i suoi atleti, ma anzi li coinvolge e li intima a prendere una posizione. L’idea che una domanda su Gaza possa mai arrivare in una conferenza stampa di una squadra di Serie A è fantascienza, e non è difficile immaginare l’imbarazzo con cui risponderebbe un allenatore italiano.

Anche per questo non si può dire che in Italia l’aspetto collettivo-sociale dello sport sia contemplato allo stesso modo, e i fatti di Udinese-Milan del 20 gennaio 2024 ne sono un esempio lampante. A seguito del pareggio inaspettato dell’Udinese a soli 5 minuti dalla fine del primo tempo, alcuni tifosi, invece di festeggiare, hanno scelto di insultare platealmente Mike Maignan, portiere rossonero. A fare più rumore sono stati gli insulti a sfondo razziale, dai “semplici” ululati al razzismo più esplicito e crudo. Il portiere a quel punto si è autosospeso, abbandonando il campo sbigottito, non tanto arrabbiato quanto incredulo che nel 2024 si debba ancora assistere a episodi del genere.

La frase di Martin Luther King Jr. proiettata durante Milan-Bologna

Se si vuole eliminare questo genere di episodi dai nostri stadi non hanno aiutato, e anzi hanno fatto riflettere, le parole di Gabriele Cioffi, allenatore dell’Udinese, al termine della partita. Pur condannando superficialmente il gesto, ha chiesto agli intervistatori di parlare di calcio, affermando che il lavoro di indagine sarebbe stato svolto dalla procura. Un intervento diverso da quello del direttore sportivo Federico Balzaretti, che ha dedicato ampio spazio a condannare il gesto, affermando che l’Udinese si sarebbe impegnata ad individuare i responsabili e bandirli a vita dallo stadio.

Questo episodio rappresenta chiaramente l’azione individuale di un manipoli di esaltati e razzisti; è innegabile però che le azioni di questi gruppetti sono sempre frequenti sugli spalti di diversi stadi d’Italia. Allo stesso modo è innegabile che per esporsi il sistema calcio necessita sempre di scossoni e casi eclatanti come questo. Se si condannassero fermamente tutti gli episodi di questa natura, anche quelli che potremmo considerare “minori”, se nelle interviste gli addetti ai lavori non glissassero sempre, se gli venissero fatte più domande “scomode” e se non fosse necessario arrivare a tanto per prendere una posizione, probabilmente non si arriverebbe poi ad episodi censurabili come quelli di Udine.

È necessario un radicale passo avanti sul piano culturale, ma i primi a guidarlo dovrebbero essere i tesserati delle società. Sarebbe necessario affermare in maniera compatta (formando un fronte unito e invalicabile come quello visto in Germania) che determinati atteggiamenti sono semplicemente inconciliabili con la società civile del ventunesimo secolo. Quando l’Udinese però presenta ricorso contro il turno a porte chiuse – una sanzione che chi scrive ritiene anche morbida – diventa difficile anche solo sperare in cambiamenti del genere.

Se è vero che i giovani, e non solo loro, si stiano allontanando sempre più dalla politica, e che da essa faticano a ricevere messaggi significativi, lo sport potrebbe e dovrebbe rappresentare una sfera di influenza per le nuove generazioni, diffondendo messaggi di unità e inclusività. In Germania questo concetto l’hanno capito, condannando le derive estremiste e intolleranti. In Italia purtroppo persiste l’idea di sottovalutare questi gesti, riducendoli scelleratamente a semplici eccentricità individuali o esagerate manifestazioni goliardiche. Agli sportivi però non si chiede niente, va bene che la loro mentalità rimanga “zitto e palleggia”. Un atteggiamento che, purtroppo, dimostra una mancanza di comprensione di cosa si celi dietro quegli ululati: il rischio è quello di comprenderlo quando sarà troppo tardi.