Tutto è cambiato, nulla è cambiato

Il calcio italiano ha paventato una rivoluzione in cui non credeva veramente nessuno, e infatti è morta sul nascere.

La rivoluzione del calcio italiano è durata sedici giorni, abbastanza per partire da Pep Guardiola e ritrovarsi nell’Ancien Régime. Paolo Maldini e Leonardo, presentati come gli uomini al quale affidare una rifondazione lunga almeno fino al 2030, si sono dimessi prima ancora di poter cominciare; Andrea Pirlo, commissario tecnico ormai soltanto da annunciare, è diventato improvvisamente incompatibile per carbonare «questioni di opportunità»; Roberto Mancini, che con la Federazione aveva interrotto ogni rapporto nel modo più brusco, è tornato sulla panchina azzurra, mentre Claudio Ranieri ha ricevuto in spiaggia le chiavi di un ruolo mai svolto e costruito pochi giorni prima attorno a un altro dirigente.

Mancini e Ranieri non sono due nomine insensate. Il primo ha già vinto un Europeo con l’Italia e, prima di lasciare nel modo peggiore, aveva saputo restituire alla Nazionale un gioco, una leggerezza e persino una forma di felicità collettiva; il secondo ha attraversato quasi mezzo secolo di calcio conservando equilibrio, curiosità e una credibilità che non ha bisogno di essere rivendicata. Presi singolarmente sono due uomini autorevoli, ma osservati al termine del percorso che ha condotto alla loro scelta, sembrano soprattutto il riparo trovato in fretta da un’istituzione che aveva promesso la discontinuità e, alla prima difficoltà, si è rifugiata nelle persone che conosceva meglio.

È uno di quei rari e italianissimi casi in cui hanno sbagliato tutti. Chi disponeva del potere, chi pensava di averlo ricevuto, chi era stato individuato per allenare e chi, pur non avendo ancora firmato, si comportava come se mancasse soltanto la fotografia ufficiale. 

L’11 luglio Maldini era stato nominato direttore tecnico della FIGC e presidente del Club Italia, con Leonardo come advisor. Il 23 luglio, davanti ai club di Serie A, Malagò parlava ancora di «condivisione totale» e di un progetto che sarebbe andato ben oltre la scelta del commissario tecnico. Quattro giorni dopo Maldini e Leonardo si dimettevano; il giorno successivo venivano annunciati Mancini e Ranieri. Un programma quadriennale, destinato a condurre il calcio italiano fino al 2030, era durato meno di una preparazione estiva.

La contraddizione non riguarda soltanto la rapidità del crollo. Malagò non aveva scelto Maldini per un ruolo di facciata, ma per trasferire competenze reali all’interno della Federazione, affidandogli la Nazionale maggiore, le selezioni giovanili e una parte decisiva dell’indirizzo tecnico. Eppure, non era stato stabilito se il direttore tecnico potesse scegliere il CT, se dovesse limitarsi a proporlo o se il presidente conservasse un qualche tipo di diritto di veto politico. Dettagli poco adatti alle conferenze stampa, in cui funzionano meglio le parole “visione”, “rilancio” e “identità”, ma cruciali per imbastire un progetto tecnico.

Pirlo, secondo la ricostruzione dello stesso Malagò, era un candidato «definito» e «concordato». Soltanto in seguito il presidente ha deciso di fermarne la nomina per non meglio precisate «questioni di opportunità», legate alla collaborazione commerciale dell’allenatore con il bookmaker russo Fonbet. Malagò ha anche ammesso che né lui né Maldini conoscevano quel rapporto, nonostante fosse pubblico da mesi, alimentando il sospetto che il Presidente non vedesse l’ora di trovare un pretesto per evitare l’ingaggio del Campione del Mondo del 2006. 

La formula delle «questioni di opportunità» meriterebbe, però, qualche spiegazione in più. Opportunità rispetto a cosa? Alla politica internazionale, agli interessi degli sponsor, alla legislazione italiana sul gioco d’azzardo? All’immagine della Nazionale o al semplice timore che la polemica diventasse ingestibile? Una scelta può essere opportuna senza essere necessariamente giusta, così come può essere meritocratica senza essere conveniente: quando le due categorie vengono sovrapposte e lasciate indefinite, l’opportunità rischia di diventare la parola con cui il potere evita di dichiarare i propri criteri.

Il paradosso è che questo improvviso rigore sull’opportunità sia emerso all’interno di una gestione delle nomine che, dall’esterno, è sembrata tutto fuorché fondata su procedure impersonali. Maldini ha scelto Pirlo, un uomo con il quale ha condiviso vent’anni di campo; Malagò, fallita quella soluzione, ha richiamato Mancini, con cui aveva rapporti consolidati, e si è affidato a Ranieri, figura rispettatissima ma appartenente a sua volta alla cerchia più riconoscibile del vecchio calcio italiano. Non è una prova di incompetenza: gli amici possono essere bravissimi e, nel caso di Mancini e Ranieri, certamente il palmarès parla per loro. È però difficile parlare di meritocrazia quando non si conoscono la rosa dei candidati, i criteri di valutazione, il progetto tecnico richiesto e le ragioni per cui un profilo sia stato preferito agli altri.

Resta allora il sospetto che le nomine siano state costruite, più che attraverso una selezione, mediante una successione di rapporti fiduciari. Ciascuno chiama l’uomo di cui si fida, finché l’uomo scelto non entra in conflitto con la fiducia di qualcun altro. Malagò ha avuto il merito di fermare una candidatura che non riteneva più sostenibile, assumendosene pubblicamente la responsabilità. Questo però non cancella il fatto che quella candidatura fosse stata concordata senza i controlli necessari, né chiarisce perché le incompatibilità di Pirlo siano state considerate decisive mentre l’intero processo di nomina poteva restare governato da relazioni personali. L’opportunità non dovrebbe valere soltanto per chi viene scelto: dovrebbe riguardare anche il modo in cui lo si sceglie.

Maldini, d’altra parte, non è stato soltanto la vittima di un presidente incoerente. Se il suo progetto riguardava davvero la metodologia delle giovanili e la ricostruzione di una cultura tecnica comune, non avrebbe dovuto esaurirsi nel nome di Pirlo. Dimettersi dopo il primo veto è stato coerente sul piano personale, perché Malagò aveva prima approvato e poi sconfessato la sua scelta; sul piano istituzionale, però, ha dimostrato quanto quel progetto fosse ancora un accordo tra uomini più che una struttura capace di sopravvivere al dissenso. 

Neppure Andrea Pirlo, del resto, era una candidatura tanto solida da giustificare che attorno al suo nome crollasse un intero progetto federale. Poteva essere una scommessa affascinante, ma il suo percorso in panchina non aveva certo raggiunto un livello tale da rendere irricevibile ogni obiezione. La vicenda ha mostrato ancora una volta quanto i calciatori, protetti per anni dalla propria torre d’avorio, possano finire per perdere il contatto con il mondo esterno e con le conseguenze pubbliche delle proprie scelte. 

Un contratto con una società russa di scommesse non avrebbe più potuto essere considerato un semplice affare privato, quali che fossero le sue convinzioni politiche: non perché quel rapporto provasse qualcosa sul suo conto, ma perché un commissario tecnico non rappresenta soltanto se stesso. Che nessuno – Pirlo, il suo entourage, Maldini, Leonardo o la presidenza – abbia affrontato il problema in anticipo restituisce l’immagine di una candidatura sviluppata attraverso intuizioni calcistiche e rapporti personali, ma senza la disciplina che dovrebbe accompagnare una decisione importante come questa.

Si era partiti con l’ambizione di rifare il sistema e si è terminato richiamando due esponenti nobili del sistema stesso, una restaurazione in piena regola. 

Angelo Binaghi lo aveva detto con la consueta brutalità già ad aprile: per fare le rivoluzioni e le riforme Malagò non è necessariamente l’uomo giusto, perché «bisogna essere antipatici» e imporre decisioni impopolari. Il nuovo presidente federale, in effetti, non è un rivoluzionario. È un mediatore esperto, un uomo di relazioni, capace di muoversi tra istituzioni, federazioni e politica proprio perché conosce tutti e da tutti è conosciuto. È una qualità preziosa quando bisogna trovare un accordo; diventa un limite quando occorre modificare gerarchie e imporre criteri che inevitabilmente scontentano qualcuno. Nessuno meglio di lui sembra dimostrare il senso del vecchio aforisma secondo cui in Italia la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti: ogni possibile rivoluzionario ha condiviso un consiglio, una cena, un circolo o una partita con qualcuno che dovrebbe rimuovere. 

Non sorprende, allora, che la prima grande crisi della sua presidenza si sia conclusa non con una rottura, ma con una ricomposizione tra figure note. Mancini conosce la Nazionale, Ranieri conosce il calcio italiano, Malagò conosce entrambi. L’Ancien Régime non è necessariamente composto da incapaci; spesso, anzi, si regge proprio sull’autorevolezza e sull’esperienza di persone più che rispettabili. In sedici giorni sono cambiati il direttore tecnico, il suo advisor, il candidato alla panchina e il commissario tecnico effettivo; ciò che non è cambiato è la tendenza a costruire i progetti intorno agli uomini, anziché scegliere gli uomini attraverso un progetto già definito

Prima la rivoluzione di Guardiola (sempre che la si volesse fare davvero e non fosse uno specchio per le allodole), poi la scommessa Pirlo, infine la restaurazione Mancini-Ranieri; ogni passaggio è stato raccontato come inevitabile, benché contraddicesse quello precedente. Non resta che augurarci che Mancini sappia ancora allenare una Nazionale, Ranieri possa incidere realmente sulla filiera tecnica e Malagò da questa crisi riesca ad imparare che il calcio, purtroppo, viaggia su logiche diverse dal CONI: tutto è cambiato con una velocità quasi grottesca, ma starà a loro dimostrare che non viviamo in un eterno Gattopardo e che, almeno stavolta, qualcosa è cambiato davvero.