La Maravilla: il talento invisibile di Ricky Álvarez

La carriera di Ricky “Maravilla” Álvarez racconta il talento incompiuto di uno dei numeri 10 più affascinanti della sua generazione.

Questo pezzo arriva a seguito di una collaborazione con gli amici di Fuori dal Gioco per la loro rubrica “Calciatori Dimenticati” a cura di Nicolò Rossi.

“Dal mercato argentino con quelle caratteristiche faceva bene anche come mister X al Milan: Ricky Maravilla Alvarez. E’ Pastore come struttura fisica, nobiltà anche lui…è un brevilineo…mancino che gioca anche più a centrocampo”. 

Così Federico Buffa nel 2011 introduceva al pubblico italiano Ricardo Gabriel Álvarez, per tutti Ricky “Maravilla” Alvarez, nome che suonava esotico, ma già familiare agli osservatori della Serie A. Roma, Inter e Milan ci avevano messo gli occhi da tempo, affascinati da quel talento argentino di 23 anni, già idolo dei tifosi del Velez, che si era reso protagonista delle vittorie del campionato di clausura nel 2009 e nel 2011.

Nato a Buenos Aires il 12 aprile 1988, alto 1,88 per 84 Kg, Buffa lo paragona a Pastore, che proprio in quell’estate lasciava Palermo per il PSG, dopo avere incantato la Serie A. Dopo gli inizi nelle giovanili del Boca Juniors e l’esplosione al Vélez, sempre nel 2011 arriva anche l’esordio con l’Argentina, in una partita contro il Venezuela decisa da Nicolás Otamendi. Lo stesso gruppo di cui farà parte nel Mondiale 2014, perso in finale contro la Germania.

Ampia falcata, dribbling, progressione palla al piede, movimenti sinuosi, capacità di smarcarsi in ogni zona del campo. Con il suo tocco di palla, la sua visione di gioco e soprattutto con il suo mancino, illumina gli occhi di chi lo guarda. Lo chiamano “Ricky Maravilla”, come lo pseudonimo di un noto cantante argentino.

L’esperienza all’Inter

“Ho giocato da numero otto, da dieci e in un paio di occasioni anche da esterno di fascia. Posso fare l’ esterno sinistro, l’ esterno destro o giocare in mezzo al campo. Sono un centrocampista offensivo, mi piace attaccare, portar palla avanti cercando di smarcarmi”. 

Alvarez si presenta così all’Inter nell’estate del 2011. Un investimento importante, circa 15 milioni al Velez, portano il fantasista argentino alla corte di Gasperini. Branca, Moratti e tutti i tifosi sono convinti: è arrivato uno dei migliori talenti del panorama sudamericano

Però Il nuovo numero 11 non ingrana: non convince Gasperini all’inizio, né Ranieri poi. Il talento si riconosce, ma per il calcio italiano non basta e la sua stagione, come quella dell’Inter, è tutt’altro che entusiasmante, con i nerazzurri che chiudono al sesto posto in classifica. 

Il problema non è tanto riconoscere il talento — quello è evidente — quanto riuscire a incastrarlo nel contesto. Álvarez sembra sempre sul punto di diventare qualcosa di più, ma senza mai completare la trasformazione.

Tra il 2011 ed il 2014 mette insieme 90 presenze e 14 gol con la maglia dell’Inter. Numeri che raccontano una storia diversa da quella che ci tutti si immaginavano. Solo nella stagione 2013/2014 si vedono sprazzi di “Maravilla”: 4 gol e 8 assist in 29 presenze, abbastanza per convincere il ct dell’Albiceleste Alejandro Sabella a portarlo al Mondiale.

Eppure la sensazione resta incompleta. Come se Álvarez fosse sempre rimasto una bozza, mai diventata quadro. Con la giusitificazione che quell’Inter, una delle più fragili della sua storia recente, non era di certo il posto migliore per crescere.

La sfortuna in Premier League

Dopo il mondiale Alvarez passa al Sunderland, in prestito con obbligo di riscatto legato alla salvezza. Ma è una stagione falcidiata dai problemi fisici, che si rivela l’ennesimo flop: 13 presenze in campionato conditi da zero gol e zero assist, con l’unica rete in maglia biancorossa la sigla in FA Cup contro il Fulham.

La sua esperienza in Inghilterra è famosa più per le vicende legali che per le prestazioni in campo: al termine della stagione, dopo aver ottenuto la salvezza, il Sunderland non intende versare i 10,5 milioni per il riscatto, e l’Inter fa ricorso alla UEFA, vincendo due anni più tardi. Come se non bastasse, il Club inglese, al termine di un altro lungo processo, viene costretto a versare 4.770.000 di sterline al calciatore per la risoluzione del contratto.

La Sampdoria e il ritorno in patria

Nel 2016, dopo sei mesi da svincolato, torna in Italia con la Sampdoria, che prova a rilanciare quel talento nascosto. Ma anche qui le cose non cambiano, e di Alvarez i tifosi blucerchiati si ricordano ben poco.

Dopo una breve parentesi messicana all’Atlas, compie una decisione che molti accomuna molti argentini: torna in patria. Riparte dal punto in cui tutto era iniziato, nel tentativo di ritrovare quella leggerezza originaria. Ma la sua carriera non cambia copione. La “Maravilla” resta un ideale non realizzato, si spegne definitivamente la magia, e Ricky Alvarez decide di ritirarsi ufficialmente nel 2021, all’età di 33 anni. 

Il fotogramma della sua carriera

E’ l’8 maggio 2013, Inter e Lazio si sfidano in una partita chiave per la qualificazione all’Europa. Al minuto ’70 Cana stende Guarin in aria, sul risultato di 1-2 per i biancocelesti. Calcio di rigore per l’inter. Ricky Alvarez si presenta sul dischetto.

Può essere lui l’uomo copertina della serata. Dopo aver segnato di testa il gol dell’1-1, poteva nuovamente riprendere la Lazio, dando nuove speranze all’Inter.

Quel rigore, però diventa il fotogramma della sua carriera, l’esatto simbolo di una speranza mai diventata realtà: l’argentino scivola e manda il pallone alle stelle.

Álvarez è stato soprattutto questo: un’illusione credibile. Di quelle che non ti fanno sentire ingannato, ma nostalgico. Un numero dieci nel senso più romantico del termine, di quelli che sembrano esistere più per ciò che promettono che per ciò che realizzano.

Oggi, in una Serie A che ha quasi smesso di produrre e accogliere giocatori così, di numeri dieci puri restano solo due giocatori, guarda caso argentini e puri. Ci godiamo quei pochi sprazzi che rimangono di Dybala, e l’inizio di carriera di Nico Paz, che per struttura fisica un po’ ad Alvarez ci assomiglia. 

La sensazione, guardando indietro, è che certe cose le avessimo già intraviste in Álvarez. Solo che non sono mai diventate davvero nostre. A differenza di Dybala e Nico Paz, la “Maravilla” è rimasta lì, sospesa, come una giocata riuscita a metà.