Da Genoa a Genoa. Lunedì l’Inter ha battuto a San Siro l’ultima squadra che era stata in grado di fermarla; da quel 29 dicembre sono arrivate a nove le vittorie consecutive in Serie A, dodici in tutte le competizioni, culminate poi nelle ultime quattro di campionato che hanno visto gli uomini di Inzaghi viaggiare a quattro reti segnate di partita in partita. Dietro poi sono stati ugualmente perfetti, prendendo gol solo con la Roma e con il Genoa. Risultati netti nei numeri e nei valori sul campo, con e senza i cosiddetti titolari.
Nonostante i moniti del suo allenatore, già la vittoria con l’Atalanta sapeva un po’ di scudetto. Inzaghi si è anche lasciato andare a commenti lussuriosi: “Sono due anni e mezzo che sto godendo, ci siamo tolti tante soddisfazioni”.
Sornione, il tecnico di Piacenza, probabilmente si stava togliendo qualche sassolino dalla scarpa. I detrattori solo un anno fa erano tanti. A dicembre 2022 le voci di un possibile esonero erano più di quelle che lo volevano seduto per lunghi anni sulla panchina dell’Inter, nonostante la difesa a spada tratta di Marotta che l’ha sempre portato in palmo di mano. Entrambi aziendalisti, entrambi, in diverso modo, indispensabili alla crescita degli ultimi due anni e mezzo nerazzurri.
Il sale cosparso sulle macerie di Appiano da Antonio Conte, degno dei migliori condottieri romani a Cartagine, aveva lasciato ad Inzaghi un gruppo privo del suo leader morale Lukaku e di un mai realmente sostituito – almeno per i compiti in campo – Hakimi. I cento milioni di euro del Chelsea per il belga hanno costituito una somma necessaria a risanare le casse interiste in un periodo difficilissimo, figlio anche delle spese esorbitanti dei due anni di Conte. A queste si erano aggiunti gli strascichi della pandemia e le nuove indicazioni del partito cinese che complessivamente avevano reso la situazione finanziaria dell’Inter ormai non più sostenibile.
Ed ecco allora arrivare Simone Inzaghi, in una notte che sapeva di rinnovo a tinte biancocelesti, grazie ad uno “scippo” che lo porta sulla panchina nerazzurra. Sembra tutto facile, con uno Dzeko ritrovato, acquisti che sanno comunque di scudetto, perché l’Inter nella narrativa e nella realtà rimane comunque favorita. Eppure a vincere il tricolore è l’inaspettato Milan di Pioli, che allunga anche a causa della gestione sconsiderata di un derby che sembrava già scritto e che Inzaghi probabilmente non dimenticherà mai. Lo dicono i numeri della stracittadina da lì in poi: niente più errori.
Il tecnico è colpevole, si sente tale, ma l’entusiasmo del suo lavoro è sotto gli occhi di tutti. La squadra lo segue, ma anche l’inizio dell’annata 2022/23 è traumatico, con il Napoli che a Febbraio è a più di 10 punti di distanza. La cavalcata dell’armata azzurra è inarrestabile anche perché le contendenti non esistono, e si ritorna a quelle voci sopracitate di addio del tecnico di Piacenza.
La svolta, può sembrare assurdo ripensandoci, è arrivata con due infortuni gravissimi per l’economia della squadra milanese. Quello lunghissimo di Lukaku, intanto ritornato da Londra in prestito, e quello di Brozovic. Il croato con Conte si era eretto a faro di un centrocampo che mancava di ritmo e di responsabilità. Con Inzaghi il lavoro era proseguito, dimostrando di essere al livello dei migliori anche in Champions. Proprio in questa manifestazione aveva sfornato alcune prestazioni sopra le righe, picco delle quali sono state probabilmente le sfide con il Liverpool. Il suo sostituto designato sarebbe stato Asllani, ma il giovane albanese forse non era pronto (e forse non lo è tutt’ora, nonostante una crescita lenta ma evidente) a prendere in mano le redini di una squadra così umorale.
E allora ecco, nel momento di maggiore difficoltà l’invenzione, il colpo di genio che cambia una stagione e forse anche una carriera: lo spostamento di Calhanoglu in cabina di regia. Il turco non ha il dinamismo di Brozovic, non ha la sua leggerezza, non è capace di correre come si vedeva fare all’ex 77 interista nei suoi momenti di strapotere atletico. Riesce però a compensare con una balistica migliore combinata a un così spiccato senso del tempo e dello spazio che permette all’Inter di giocare in modo molto più verticale, pur scoprendosi molto meno.
Non è solo il turco ad essersi trasformato: tutta l’Inter è stata costretta a cambiare, a partire dalla testa. Fa sorridere pensare che per provvedere a delle grandi mancanze, Inzaghi sia dovuto diventare ancora più ideologico nel suo calcio, più associativo, meno rinunciatario, e che alla fine quella strada fosse probabilmente l’unica in grado di sopperire a lacune di una rosa forte, ma che comunque aveva un deficit in alcuni aspetti fondamentali del gioco.
Un esempio di questo è proprio lo sviluppo del turco. Calhanoglu per rendere al meglio non può ricevere palla orientato verso la propria porta con l’uomo addosso, essendo la protezione del pallone forse l’unico momento del gioco in cui lo si vede in difficoltà sul rettangolo verde. In teoria sarebbe una caratteristica fondamentale per un mediano, ma è qui che entra in gioco “il lavoro” (virgolette doverose viste le polemiche delle ultime settimane) di Inzaghi e del suo team, che studia una strategia estremamente ambiziosa, almeno per la difficoltà che si presenterebbe nel riproporla in altri contesti.
L’idea, forse una delle migliori che si sono viste quest’anno in Serie A per ideazione-applicazione-risultato, prevede la salita dei braccetti nei mezzi spazi dietro le punte avversarie ogni qualvolta il regista nerazzurro sceglie di abbassarsi a prendere palla. Soprattutto quando in campo ci sono Pavard e Bastoni, capita spesso di vederli alzarsi sopra palla in zone centrali per permettere a Calhanoglu di diventare così l’uomo più basso in costruzione accanto al centrale di difesa. La squadra si schiera con una sorta di linea a quattro, composta dall’esterno più vicino alla manovra, il centrale, proprio Calhanoglu che si è abbassato e il braccetto che non si è alzato.


Questo può succedere in modo diverso anche con Acerbi che si muove sopra palla, lasciando spazio a un centrocampista, specialmente quando si trova di fronte un attaccante meno mobile e portato al pressing, come si è visto con Giroud nel derby di andata.
In questo modo si generano spazi centrali in campo aperto che permettono, tramite un primo svuotamento e una successiva occupazione degli stessi, di recapitare la palla velocemente a una delle due punte, che solitamente si appoggia a un centrocampista per poi lanciarsi a capofitto nello spazio creatosi dietro di lui, o, in altri casi, di creare nuovi triangoli di costruzione tra braccetto difensivo, esterno e mezz’ala.
Ribaltando le posizioni dei triangoli interisti, viene meno quel pressing uomo su uomo degli avversari, che sarebbe anche perfettamente funzionante applicato correndo in avanti, ma che si rivela disastroso se fatto all’indietro e che spesso si tramuta in una rincorsa disperata ai nerazzurri che già stanno attaccando la porta avversaria.
Quegli spazi lasciati scoperti in campo grande dalle squadre che provano a pressare alte sono il primo trigger point, il primo tassello dell’effetto domino che scatena poi ogni azione pericolosa innescata dalla costruzione bassa dell’Inter. Ecco il ruolo cucito su misura per il centrocampista turco: una regia lunga, fatta di passaggi verticali e cambi di campo che ne esaltano le qualità balistiche più che il ritmo e la visione.
Questo piccolo marchingegno tattico non sarebbe possibile senza dei braccetti così spiccatamente dinamici e tecnici, motivo per cui Darmian non ha mai fatto pesare l’assenza di Skriniar la scorsa stagione. Un fattore, che ricordiamo, fino ad un anno e mezzo fa sarebbe stato impensabile per qualsiasi tifoso interista od osservatore esterno.
I movimenti avanti-indietro non sono solo esche per il pressing, sono anche un modo per rimediare ai (pochi) errori tecnici che ne derivano, con chi compie la scelta sbagliata subito nelle condizioni di rimediare. L’arrivo di Pavard poi ha permesso di aggiungere ulteriore qualità a tutto campo a questa manovra. Basti pensare a come il francese trovi l’assist per Lautaro nel gol in finale di Supercoppa, con Barella a fare da vertice più basso del triangolo esterno-interno-braccetto, se così vogliamo chiamarlo.
L’Inter ha trovato una via per compensare il fatto di non potersi permettere in rosa giocatori dal talento sconfinato e dall’uno contro uno spumeggiante. Ha dovuto sfruttare l’applicazione dei suoi interpreti, il loro atletismo e soprattutto le letture di giocatori che hanno trovato nello scorso percorso di Champions una consapevolezza che forse neanche sapevano di poter avere. Lo dicono tutti i protagonisti di quella finale persa, l’ha detto nuovamente Bastoni e l’ha ribadito proprio Inzaghi nel post-partita di Inter-Atalanta.
Giocare partite di alto livello, giocare in una squadra dal livello medio più elevato, alza il livello di tutta la rosa. Permette a chi viene coinvolto meno di offrire prestazioni più incisive, di calarsi nella parte più facilmente. Come testimoniato benissimo da Frattesi nell’intervista post Lecce rilasciata a Dazn: Inzaghi adesso fa sentire tutti importanti.
La vittoria contro i salentini sarebbe stata giusto auspicabile solamente un anno fa, mentre oggi sembra quasi scontata. Basta attraversare il confine immaginario cittadino per notare come lo stesso livello di turnover costi punti in continuazione al Milan di Pioli. Il limite nella gestione delle seconde linee, fino a pochi mesi fa, era un vulnus anche nella barricata nerazzurra.
È difficile capire dove sia iniziato davvero il percorso di crescita che potrebbe portare definitivamente Inzaghi a diventare uno dei migliori allenatori europei, ma è possibile che quel momento sia coinciso con il suo cambio di atteggiamento nelle interviste. Il mettere da parte il rancore ed il ricorso agli alibi, il famosissimo “spiaze per i ragazzi”, sempre meno utilizzato nei post-partita, ma anche il soprassedere sulla vicenda Lukaku.
Un atteggiamento del nuovo Inzaghi che ricorda fortemente i comunicati e i discorsi di Marotta, conditi da una cautela e una spasmodica attenzione alla comunicazione evasiva. Si parla tanto del debito del presidente Zhang, di ulteriori cessioni per risanare un bilancio negativo: anche quella diventa quindi una partita fondamentale per diventare un allenatore di successo, ed Inzaghi la sta vincendo a suon di passaggi di turno in Champions League. Un cambio di tendenza importante rispetto alla passata gestione, con Conte che schierava le riserve in Europa League dopo uscite ravvicinate.
I maggiori ricavi derivanti da ciò, l’introduzione del nuovo mondiale per club ed il probabile ingresso del nuovo sponsor, insieme ad un botteghino invidiabile anche dalle top europee, sono i motivi che stanno spingendo Zhang a un rifinanziamento del debito che, seppur non permetta di sognare colpi galattici, forse permette di sperare in un futuro che solo cinque anni fa sembrava lontanissimo. Un percorso partito con Spalletti, che riporta l’Inter in Champions League (con grande difficoltà contro un Empoli arrembante). Piace pensare che sia stato proprio lui a fare cadere quel primissimo, piccolo, tassello del domino che ha portato l’Inter a dominare questa serie A e a competere finalmente anche in Europa.
La partita con l’Atletico sarà l’ennesimo spartiacque, avendo il passo falso del secondo posto nel girone comportato un ritorno difficile al Wanda Metropolitano. Se superato, permetterà al sempre fedelissimo pubblico di San Siro di godere ancora un po’, secondo le parole del demone di Piacenza, accrescendo ulteriormente la consapevolezza della rosa nerazzurra.