Chi eri a sedici anni? E cosa volevi diventare? Ha senso studiare un percorso da completare per tappe, spuntando ogni giorno la casella dell’obiettivo completato; oppure la vita nella sua splendida danza, troverà comunque il modo per far naufragare i piani in un mare di impreviste situazioni? Queste sono domande che ci girano in testa quando siamo giovani e stiamo vivendo il viaggio, oppure quando si è già grandi ed il ricordo porta a rivivere quel viaggio forse con un pizzico di malinconia.
Domande che Michael Olabode Kayode da Borgomanero (provincia Novarese) si sarà fatto quando, appena sedicenne e dopo sette anni di settore giovanile, venne girato dalla Juventus in prestito al Gozzano, in serie D. Per molti l’inizio della fine di qualcosa, per Michael un tappa del percorso. Si, perché la differenza “Kayo” l’ha sempre fatta nella testa, prima ancora che sul campo. Un ragazzo umile e intelligente, che nella discesa nell’allora D vide una possibilità dove altri avrebbero visto una porta chiusa. Il debutto quasi a sorpresa nel Gozzano, per poi completare ad appena sedici anni una stagione da titolare, segnando due gol e diventando il primo 2004 a farlo in Serie D.

Di lui colpisce lo straripante dominio fisico, ma non solo. Una crescita tecnica e tattica lo ha portato rapidamente ad essere notato dalla Fiorentina che, completando il grande sgarbo, lo ha soffiato giovanissimo ai rivali eterni della Juventus. Parliamoci chiaro, Kayode in D sembrava Wembanyama ai San Antonio Spurs. Sovradimensionato. Tanto, troppo, tutto insieme. In viola ha trovato un allenatore ed una società abile a sviluppare il talento, il resto è arrivato grazie al sacrificio ed alla concentrazione.
A livello mediatico le solite voci stantie si affrettano spesso a parlare male dei più giovani. Le voci, come tante arie di baule da musica Barocca, finiscono per generalizzare e screditare qualcuno solo perché giovane. Ecco, Kayode non ha dato neppure il tempo a quelle voci di levarsi.
Affilato come un coltello, si è inserito immediatamente nella Fiorentina di Italiano, sfruttando il vuoto di potere lasciato sulla fascia destra dall’infortunio di Dodô e diventando a tutti gli effetti il talento più rumoroso della Serie A; in una posizione complessa ed in totale cambiamento come quella dell’esterno basso. Il ragazzo colpisce immediatamente anche chi di calcio capisce poco: è forte fisicamente, è veloce ed esplosivo, ha un allungo da decatleta e, come le idee, è in continuo movimento.
Ma scavando oltre la superficie, si può scoprire una costruzione tattica del giocatore, abbinata a qualità di concentrazione e focus cognitivo inusuali per un ragazzo così giovane. L’esterno è un ruolo complicatissimo. E’ necessario uno scan continuo del campo, senso della posizione, ed una complessità di relazione coi compagni estremamente logorante se non si è focalizzati su ciò che si sta facendo. Pensate ai palloni laterali, la fonte principale di reti in tutti i campionati del mondo. Su quel tipo di cross tagliati, un esterno deve saper sentire l’uomo, percepire e governare lo spazio, saper tenere la posizione del corpo corretta per cercare di intercettare la palla, predisporsi su eventuali deviazioni, sapersi relazionare coi compagni per poter essere “mutuo soccorso” in una situazione di pericolo. Tutto questo in un tempo ridotto. Il 90% di noi si sarebbe già perso all’inizio della frase. Un esterno di alto livello, no.
Michael Kayode sta crescendo in questo e ovviamente non può ancora essere perfetto, proprio perché sono situazioni complesse da studiare e da leggere per provocare una reazione. Però è un esterno equilibrato, che sa leggere il momento della partita, bilanciando bene una propensione offensiva innata ed un lavoro difensivo di grande concentrazione, imparando a giocare per fuori e per dentro con intelligenza.
Nel match contro il Napoli del campionato attuale si è visto benissimo l’intero campionario delle potenzialità di questo ragazzo. Una caratteristica che colpisce è il suo saper giocare dentro, sotto pressione, senza andare in difficoltà, con la calma e la lucidità tattica di un veterano. Queste capacità si sono rivelate fondamentali nello scacchiere di Italiano, che prevede dei meccanismi di uscita molto ambiziosi. Kayode ci si è immerso alla perfezione, sempre alla ricerca della conquista di campo, rischiando anche l’uscita sotto pressione con una giocata progressiva. Questo anche quando la giocata è finalizzata all’indietro, indietreggiando per attirare ed avanzare.
Tutto questo unito alla forza e alla lucidità di tenere nell’uno contro uno difensivo un avversario imprevedibile e disarticolante come Kvicha Kvaratskelia. Non si arriva per caso a questo; è anche grazie al percorso che ha fatto che è arrivato oggi a gestire le situazioni con equilibrio, senza enfatizzare troppo i momenti alti o drammatizzare quelli bassi. E’ un ragazzo equilibrato e serio che pone al primo posto la formazione personale: mi formo come uomo ancor prima che come calciatore. O citando un Burdisso d’annata, “si gioca come si vive”.


Maturità, qualità cognitive, tattiche e fisiche compongono una parte del bagaglio di Kayode, che anche e non solo grazie a questo sembra avere tutto per esplodere nel prossimo futuro.
La difficoltà nel calcio è spesso quella di saper gestire una grande pressione in uno spazio-tempo ridotto. Nel caso di Michael Kayode, l’arte di pensare chiaro – parafrasando Rolf Dobelli – sta aiutando a rendere semplice ciò che semplice non è.