Federico Redondo non è mai banale

Un calciatore controintuitivo con una mistica parossistica che in questo caso viene superata a destra dalla realtà. 

Federico Redondo è il figlio dell’hidalgo Fernando Redondo ed è nipote di Santiago Solari. Già tutto questo basterebbe a gridare al bluff. La diffidenza sarebbe capace di avvolgere tutta la storia come un manto, se non fosse che “el cinco”, dall’elegante schiena di Fernando, si è accomodato dolcemente su quella più acerba di Federico, quasi per elezione: riconoscendo quella schiena in mezzo a tante altre ed eleggendola a luogo di piacere personale. Questo perché se Fernando Redondo è stato probabilmente il centrocampista più elegante, musicale, armonico e tecnico della sua generazione, Federico dimostra un potenziale che, tra differenze ed affinità, risulta comunque gigante. 

Federico Redondo è il regista dell’Argentinos Juniors e come il padre è un centrocampista centrale che non ha alcuna affinità con la banalità. E’ molto alto, ma non per questo piantato nei cambi di direzione. In patria lo hanno da subito paragonato a Sergio Busquets, irripetibile costruttore barcelonista e della nazionale spagnola, ovviamente esasperando di molto un concetto che però appare chiarissimo anche dal paragone: qui si parla di un calciatore intelligente. 

Un abbinamento fenomenale di classe e forza.

In quella posizione, soprattutto in un calcio come quello della Superliga, che spinge all’estremo la pressione individuale ai limiti del criminale, è necessario essere svegli e pensare almeno un tempo di gioco prima degli avversari, essendo costretti a farlo anche spalle alla porta ed in zone di campo dove perdere palla significherebbe liberare gli avversari ad un tiro troppo comodo per essere fallito. 

Prendetevi cinque minuti, analizzate con cura un qualsiasi match dell’Argentinos con Redondo in campo. Non quando è in possesso di palla, così sarebbe fin troppo semplice, guardatelo quando la palla non ce l’ha o quando sta per arrivargli. E non guardategli le gambe toniche, la schiena dritta; guardate l’utilizzo del collo. Per come lo usa si potrebbe definire quasi una signature-skill, come il “Ronaldo chop” o la “Antony spin”. Il suo potremmo chiamarlo “Redondo scan”: la capacità del cinco di girare la testa circa cinquecento volte a partita, prima che la palla gli arrivi, come un movimento incondizionato, come un’abitudine radicata nel quotidiano.

La regen di Sergio Busquets?

Redondo studia ciò che deve fare, il posizionamento dei compagni, la relazione spaziale che intercorre tra loro e gli avversari. Lo fa cinque, dieci volte, prima di ricevere ogni palla. Non ha bisogno di correre come un disperato, Redondo è il concetto stesso di corsa. E’ un percorso mentale che anticipa la scelta successiva, rendendo tutto più lucido, chiaro e musicale. 

In possesso di palla poi sa dare spazio all’intuizione. Con un movimento del corpo o una finta sa disordinare la pressione avversaria ancora prima di aver toccato palla. E’ qualcosa che vedi fare solo ai grandi, a quelli che hanno dentro il gene di Seydou Keita, quelli che, citando Gaia Gozzi, “mentre tutto attorno corre, rallentano” -, velocizzando il gioco.

Gli spazi stretti per uno alto 190 cm dovrebbero essere un limite, ma lui con questo tipo di atteggiamento li tramuta in un vantaggio, passeggiando a suon di intuizioni, tra i punti interrogativi degli avversari che provano a tracciarlo. A livello tecnico poi parliamo di un giocatore già pronto per fare il salto in campionati importanti. Tratta bene la palla, con la delicatezza delle prime volte, come a scoprirne ogni giorno in un rimbalzo, una nuova ragione d’esistenza. Redondo usa l’esterno del piede, cosa che ormai si vede raramente. Si mette di taglio al pallone, come posizione del corpo, a scoprire una prospettiva nuova dalla quale trasmettere palla.

Qui probabilmente stava scannerizzando il campo per la quarta volta in due secondi.

Ha visione di gioco, trova i corridoi oscuri, le linee di passaggio dei grandi, il laser pass che taglia fuori cinque o sei avversari. Nell’analisi del dato per esempio, oggi siamo arrivati ad avere un parametro interessante, ossia il numero di avversari saltati da un passaggio progressivo che genera un’azione pericolosa: questo è il pane quotidiano di Federico Redondo.

Le sue qualità con e senza il pallone in fase di rifinitura non escludono che sappia permettersi anche qualche inserimento offensivo a legittimare la sua superiorità mentale sul resto dei 21 in campo. In fase difensiva poi è un polpo: allunga i suoi tentacoli nei duelli, ma soprattutto trasporta la sua capacità di scan del campo, in zona difensiva, intercettando con facilità moltissimi palloni, leggendo in anticipo la linea di passaggio corretta dove posizionarsi. Nel calcio esasperato dalla tendenza estetizzante del confronto fisico, giocatori come Redondo rappresentano ancora la rivincita della complessità. Redondo è un antidoto, una necessità. Viva Redondo, que viva el cinco!