Nathan De Cat è l’unica certezza dell’Anderlecht

Il talentino belga sta cercando di portare ordine in un impero decaduto dove oggi regna il caos.

In quel di Anderlecht si respira un’aria tesa, dominata dall’incertezza e decorata dall’impazienza dei tifosi. Una crisi senza fine, che ha radici profondissime, ardue da sradicare. Il sesto posto in classifica è ereditato da un caos generale che ancora oggi nessuno ha saputo controllare – nemmeno una personalità forte e rivoluzionaria come quella di Vincent Kompany. 

Una vampata rapida, in un sistema che si alimenta di talento precoce senza mai attenderlo davvero. Il perfetto paradosso dei viola-bianchi risiede in un giocatore classe 2007: Nathan De Cat. Calma glaciale e capacità da equilibratore già a 17 anni, ma gestito come se appartenesse ad una famiglia disfunzionale. Possiede il talento per tenere tutto in piedi, ma l’Anderlecht attorno a lui sembra una famiglia che non smette mai di sabotarsi da sola – tra allenatori e dirigenti che entrano ed escono in continuazione. Efficienza elevatissima nel produrre talento, molto meno nel valorizzarlo. Un movimento che ricorda Zenone, ma deformato: non l’impossibilità di arrivare, bensì l’incapacità di trattenere il vantaggio. Un passo avanti, due indietro. 

Carneficina viola: tanta spesa, minima resa. Il disordine progettuale dei “Mauves” 

Per leggere correttamente Nathan De Cat bisogna analizzare l’ambiente che lo circonda. “Les mauves” sono la squadra più titolata del Belgio, ma che sembra essersi fermata nel tempo: l’ultimo trofeo risale allo scudetto della stagione 2016/17. 34⁰ titolo nazionale, che ancora oggi rappresenta un record. 

Il club è stato gestito dalla famiglia Vanden Stock per quasi 50 anni: dal 1971-1996 da Constant, dal 1996-2017 dal figlio Roger. Un totale di 47 trofei ufficiali: 42 in campo nazionale, 5 tra le competizioni europee – 2 Coppe delle Coppe, 1 Coppa UEFA e 2 Supercoppe UEFA-. Un dominio nazionale assoluto, che però è stato spezzato definitivamente dalla storica acquisizione di Marc Coucke. Un presidente che arrivava da un grandissimo successo imprenditoriale nel mondo del ciclismo, con il gruppo Soudal Quick-Step (ai tempi Omega  Pharma Quick-Step). Le figure professionali sono state quelle realmente incisive in quel mondo, lui metteva i soldi e la struttura. Nel panorama calcistico l’idea era pressoché la stessa, ma le risorse sportive erano diverse e la pressione tutt’altra. Aspettative altissime, con una piazza abituata a vincere costantemente e, soprattutto, con la stessa famiglia da quasi 50 anni. I conflitti sportivi e le decisioni, rispetto al ciclismo, sono maggiori e richiedono maggior tempo per definire la strategia aziendale. 

È da aggiungere, a sua difesa, che un leggero calo di dominanza da parte del club fosse già presente: nelle stagioni 2010/11, 2014/15 e 2015/16 il campionato è stato vinto da squadre come Standard Liegi, Gent e Club Brugge. Vari cambi in panchina già ai tempi, che successivamente sono diventati ancor più un segnale di grande crisi. 

Dopo la stagione 2016/17, l’Anderlecht non ha più vinto campionati. Nemmeno uno. L’identità societaria non era – e ancora oggi non è – particolarmente chiara, elemento che ha portato a risultati insoddisfacenti, all’esonero di numerosissimi tecnici e conseguenti mercati incoerenti tra loro. Quattordici cambi in panchina e ben centoundici giocatori acquistati dalla stagione 2017/18 a quella attuale, la 2025/26 – un numero di vittime che farebbe invidia al Death Note. I calciatori rimasti per almeno 2 stagioni sono solamente 26, tra l’altro non tutti realmente funzionali al progetto. 

Tra gli uomini principali che hanno avuto modo di vivere l’Anderlecht per più di una singola stagione andiamo dai più noti Bart Verbruggen, Nilson Angulo, Jan Vertonghen, Kasper Dolberg,  Thorgan Hazard – ancora oggi trascinatore assoluto del club, che però si trasferirà al Lens a fine stagione – ai meno noti Moussa Ndiaye, Lucas Hey e Ludwig Augustinsson. 

Il paradosso dell’Anderlecht: abili produttori di talento, ma manca il tempo per capirlo 

Pochissimi superstiti negli anni, ancora meno quelli ad essersi rivelati realmente importanti. Vuoi perché arrivati in prestito, vuoi perché esplosi calcisticamente, in un modo o nell’altro raramente i gioielli sono stati trattenuti a lungo. Chi si è seduto sulla panchina del club – escluso Kompany – ha sempre avuto pochissimo tempo per lavorare. La fretta di risultati che, paradossalmente, è proprio ciò che ha frenato fino ad oggi il club belga. Se cambi per ben 14 volte tecnico in 9 stagioni, il problema non può essere solo chi allena o chi gioca. Non puoi programmare il futuro se sei incerto del presente, almeno senza strategia. Per quanto riguarda i prodotti provenienti dal vivaio, invece, lo scouting è eccelso, così come gli insegnamenti che vengono dati ai ragazzi. Attualmente è la vera forza di questa squadra, ma anche il punto centrale che rende evidente come tutto il resto funzioni poco e male. 

Negli anni è passata gente come Romelu Lukaku, Dries Mertens – scartato per la sua struttura fisica, non ha mai debuttato in prima squadra – Jérémy Doku, Dodi Lukebakio, Youri Tielemans, Zeno Debast, Albert Sambi Lokonga, Dennis Praet, Alexis Saelemaekers e Mile Svilar – che come Mertens non ha mai debuttato. Nomi importanti, molti di questi passati anche in Serie A. Presto potrebbe aggiungersi proprio De Cat alla lista. 

A dimostrazione di quanto il vivaio sia vitale, bastano due dati riportati da Sky Sport: uno risalente al 2020, l’altro al più recente 2024. Il primo parla delle squadre che hanno prodotto più giocatori tra i top 5 campionati in Europa, dove “les mauves” si sono piazzati al 10⁰ posto con 13 giocatori presenti in quel periodo. Il secondo invece, parla dei settori giovanili che hanno prodotto più valore di mercato, senza limitazioni di tempo.  Nonostante la presenza di top club come Barcellona, Chelsea, PSG, Real Madrid, Bayern Monaco e Manchester City, l’Anderlecht si è posizionato al 12⁰ in questa speciale classifica; un valore di mercato prodotto da 1,36 miliardi  di euro. 

Per quanto sia assolutamente positivo, questo porta delle responsabilità pesantissime ai propri talenti. Lo stesso elemento che li porta ad emergere è, al contempo, ciò che può tarpargli le ali. Non è affatto semplice riuscire a farsi spazio in un contesto così caotico come quello dell’Anderlecht, ma questo per chiunque e non solo per i giovani. In base ai dati citati precedentemente sembra quasi di star analizzando due squadre completamente opposte: una è distruttrice di progettualità e valorizzazione, con una società che è completamente impaziente, l’altra invece permette ai giovanissimi di esordire e di mettersi in mostra. 

Ci sono casi come quelli di Lukaku e Doku, quindi dove si parla di storie dal grande successo, altre dove invece si creano troppe aspettative – Sambi Lokonga e Tielemans, con quest’ultimo si è preteso un rendimento da top Mondiale che però non ha mai avuto, nonostante l’ottima carriera tra Francia e Premier League. Un club che vive con un dualismo degno del miglior Walter White: uomo che in casa non ha mai comandato davvero, ma fuori è un boss spietato con evidenti problemi di ego. L’Anderlecht l’abbiamo già descritto a livello societario; disordinato, confuso, ogni anno fa mercati diversi per allenatori diversi. A livello di scouting ed inserimento dei talenti dal vivaio?  Poco da dire, sono tra i migliori in Europa. Dei cuochi eccezionali, se vogliamo rimanere in tema. È proprio in questo contesto che nasce il paradosso più interessante: Nathan De Cat. 

L’eccezione che regge il paradosso 

Le caratteristiche di Nathan De Cat riassumono quasi perfettamente l’esatto opposto dell’identità societaria. Un talento giovanissimo, alto 192cm, che dirige il  centrocampo come un veterano per la tranquillità di cui dispone. Un giovane subito pronto, in una società che produce il talento ma non l’attende. Non si è fatto aspettare. Ha preso quasi subito in mano le chiavi della squadra ed è emerso, emerso in un contesto dove le bocciature in breve tempo sono la normalità, dove la frenesia del momento e la rapidità di ottenere risultati prevalgono su tutto. Lui non rappresenta nulla di tutto questo.

Un profilo giovane, che comanda in silenzio, con responsabilità che non dovrebbero essere sue. Lui guida senza scomodare, lui esegue ciò che gli viene detto, indipendentemente dal sistema e da chi glielo impone. Che sia un modulo, un allenatore o compagni diversi, lui regge sempre. Se la squadra cade, lui rimbalza. Non dovrebbe essere il faro, ma con profili come il suo l’Anderlecht può rialzarsi. Il problema non è solo trovarli o mantenerli, ma la mentalità. Bisogna iniziare a ragionare come lui. Bisogna reggere il peso delle aspettative, serve pazienza, pochi cambi (se non strettamente necessari) e serve un mercato deciso, deciso esattamente come lui. Senza perderci in ulteriori chiacchiere, possiamo finalmente passare alla descrizione tecnica del belga.  

Club come Bayern Monaco, Manchester United, Aston Villa, Newcastle, Tottenham, Borussia Dortmund, Bayer Leverkusen, Lipsia, Marsiglia e Sporting Lisbona hanno mostrato interesse da gennaio in poi per lui. Un elenco importante quello appena stilato, ma come mai ha attratto a sé tutto questo interesse? Se volessimo riassumere davvero in pochissimi tratti le motivazioni, potremmo dire queste cose: età, leadership, fisico, personalità, talento, versatilità e soprattutto rarità. Pochissimi giocatori sanno interpretare bene più ruoli del centrocampo, ancora meno sono quelli che si trovano fuori da uno dei top 5 campionati europei e, in parte ancora minore, si trovano ad un’età così precoce. Questo rende il suo profilo desideratissimo ed affascinante, con un contratto che scadrà nel 2027.  

Le sue qualità non sono valorizzate per il caos, ma è ciò che gli dà più visibilità. Dovrebbe essere uno dei tanti, non uno dei perni della rosa a soli 17 anni. Prendiamo come esempio un’azione apparentemente banale, che però evidenzia perfettamente la distanza tra De Cat e il resto della squadra. Un movimento senza palla, realizzato al 27’ nella partita contro il Club Brugge. Dalla fascia sinistra, durante un’azione offensiva del Brugge, viene messo in mezzo un cross. La palla va a Nicolò Tresoldi, che la colpisce di testa e realizza una sponda per Stankovic che si trova sulla fascia opposta. Il serbo mantiene il possesso del pallone e torna dietro, con Llansana (compagno di reparto di De Cat) che continua a seguirlo. Prosegue l’azione, con Onyedika che riceve e conclude la triangolazione con Sabbe, che è più veloce di Augustinsson e riesce a mantenere il pallone, vincendo il duello fisico anche grazie alle braccia allargate. Moussa Diarra non ha raddoppiato in marcatura ed è rimasto passivo per tutta l’azione, senza puntare a nessun giocatore ma difendendo solo la porta. La squadra di casa conclude l’azione con Vanaken, che ha tutto il tempo per fintare il tiro due volte contro i propri avversari e andare al tiro.  Azione non trasformatasi in gol, grazie ad un ottimo riflesso di Coosemans.  

De Cat inizialmente è in marcatura su Vanaken ma, appena realizza di avere Diarra dietro, con Stankovic che sta per passare il pallone ad Onyedika, aggredisce subito il centrocampista nigeriano, lasciando libero il capitano avversario. Un’azione che, se vista a velocità normale, porta la scelta del belga a sembrare assurda. Se si analizza il tutto a rallentatore, invece, ci si rende conto di come la sua scelta sia stata molto matura. Il Brugge ha chiuso la triangolazione in maniera molto veloce, ma la linea difensiva dell’Anderlecht non ha accompagnato il movimento del classe 2008. Risultato? Lato debole sfruttato subito dagli avversari e occasione pericolosissima concessa. Una fotografia quasi perfetta della differenza tra De Cat ed il club.

In un’azione con una difesa logicamente disordinata – in questo caso per natura di come si sia sviluppato il tutto – lui legge l’errore con grande rapidità e tenta di rimediarlo, nonostante una situazione reattiva e non organizzata, ma non viene seguito dal resto dei compagni. Una scelta proattiva ed intelligente, realizzata in pochissimi secondi. A 17 anni una lettura simile non è affatto banale, denota ottima intelligenza tattica. Lui mette ordine dove non c’è, ma questo non smuove la situazione del club.

A giudicare dalla sua heatmap si potrebbe pensare ad un giocatore box-to-box, se invece andassimo a vedere il numero di gol ed assist si penserebbe ad un giocatore prettamente offensivo – 3 gol e 5 assist in 36 gare – mentre se vedessimo le statistiche difensive, parleremmo di un mediano – 140 azioni difensive, 58 contrasti, 32 intercettazioni, 116 palle recuperate e 42 falli. 

Regista è troppo riduttivo; mediano puro non rende giustizia alle sue responsabilità offensive; box-to-box nemmeno, poiché non lo è in maniera costante. In futuro? Probabilmente potrà ricoprire senza alcun problema anche quest’ultimo ruolo, ma ad oggi non è ancora così completo. Dargli un’etichetta potrebbe svalutarlo, ma se davvero dovessimo dargliene una la più corretta sarebbe quella di mezzala moderna, ibrida e dinamica. Verticalizza il più possibile, aggredisce il proprio avversario per recuperare il possesso, attacca gli spazi quando serve, supporta la costruzione e se necessario si arretra sino la propria area di rigore per difendere (come abbiamo visto in precedenza). 

È uno dei più giovani esordienti nella storia del club a 16 anni, 7 mesi e 1 giorno. Cresciuto nelle giovanili, il vero trampolino di lancio è stata l’U-23, che gli ha permesso di assaggiare il calcio professionistico partendo dalla Challenger Pro League, la Serie B belga. Dopo esser stato capitano in molte gare, oltre ad essersi messo in mostra, ha continuato ad impressionare con il Belgio U-17 e ciò gli ha permesso di arrivare in prima squadra. 

Non che non abbia dei difetti: non è velocissimo, cosa che lo porta a faticare molto se deve recuperare qualcuno sul lungo. Questo, inoltre, lo porta a diventare falloso. Ha una stazza non indifferente come abbiamo già detto, ma deve ancora imparare a dosare al 100% la forza nei contrasti. 6 cartellini gialli non sono un caso, specialmente con la non spiccata velocità di cui dispone. Questo lo porta ad allargare le braccia e frenare sì gli avversari, ma in maniera irregolare. Ha grinta e voglia di recuperar palla, che come ogni ragazzo della sua età ogni tanto lo porta a qualche fallo di troppo. 

Ha l’intelligenza tattica, la maturità, la calma ed un ottimo posizionamento per evitare situazioni simili, ma naturalmente alcuni aspetti di gioco precedentemente nominati vanno ancora sistemati. Un giocatore di qualità, potenzialmente altissima, che attualmente è frenato da un infortunio che va dalle 4 alle 6 settimane di recupero, ma potrebbe già venir convocato con la nazionale per i Mondiali. Parliamo di un talento con troppo potenziale per rimanere nel fragile sistema dell’Anderlecht, ma è paradossale come le sue qualità siano perfette per una situazione simile. La sua perfetta antitesi l’ha reso visibile al mondo, anzi, gli ha permesso di venir letto perfettamente. Se l’Anderlecht è un sistema che divora talento, De Cat è la prova che, nonostante tutto, qualcosa riesce ancora a sopravvivere.