Raphinha non piace ai giornalisti

Mentre Ousmane Dembélé vinceva il suo primo Pallone d’Oro, a Parigi andava in scena una vera e propria ingiustizia.

Nella serata più attesa dell’autunno calcistico, tra i lampi dei flash sul red carpet e lo sfarzo dorato del Théâtre du Châtelet di Parigi, il tempo sembra essersi fermato. Le stelle del calcio sfilano, gli applausi riempiono la sala, ma su un nome cala il silenzio: nessun giornalista votante ha indicato Raphinha tra i possibili vincitori del Pallone d’Oro. Neanche uno. 

Un dato che fa sorgere spontaneo il solito quesito che viene rilanciato sui media all’indomani della premiazione: «Il pallone d’oro è meritocratico o è una questione di popolarità, di fanbase?» Per rispondere a questa domanda, è necessario vagliare con calma diversi aspetti. 

I criteri ufficiali di assegnazione parlano chiaro: qualità e impatto delle prestazioni individuali, successi ottenuti con il club e la nazionale e il fair play dimostrato in campo. Considerando questi fattori, la scelta di Ousmane Dembélé risulta la più sensata e meritocratica, tanto da non generare alcuna delle ormai classiche polemiche sul vincitore nei salotti televisivi o sui social network.

Una stagione d’or

Il vero nodo riguarda però il quinto classificato: Raphinha. Com’è possibile che nessuno l’abbia votato come possibile vincitore? Non è in discussione la sua mancata vittoria, quanto l’assenza totale di riconoscimento, un errore di percezione dovuto probabilmente a fattori soggettivi più che oggettivi. Basti pensare che sia McTominay che Kvaratskhelia hanno ricevuto entrambi almeno una votazione per la vittoria finale. Da qui scaturiscono gli interrogativi sul criterio di voto e sull’effettiva imparzialità dei giudici. 

Analizzando la stagione e i trofei vinti dall’ala brasiliana, i numeri sono impietosi rispetto a quelli di altri suoi competitors. 61 G/A in 64 partite, capocannoniere con 13 reti in Champions League e miglior assistman della stessa con 8 assist. Numeri che fanno impallidire anche il compagno di squadra Yamal, arrivato secondo nella premiazione, ovviamente anche in funzione della giovanissima età e del potenziale mostruoso di quello che sembra destinato ad essere uno dei calciatori più dominanti del panorama calcistico mondiale, e vincitore del premio Kopa (44 G/A, di cui 5 gol in Champions e 3 assist per la stella spagnola). Sia chiaro, questa non è assolutamente una critica nei confronti di un fenomeno come Yamal, ma piuttosto un termine di paragone per evidenziare la stagione incredibile del compagno brasiliano, finito molto sotto rispetto allo spagnolo.

La domanda delle domande

Alla luce di tutto ciò, sorge spontaneo chiedersi: perché nessuno ha votato Raphinha come vincitore, che ha avuto statistiche simili o superiori al secondo classificato, mentre altri, che hanno ottenuto risultati peggiori, hanno ottenuto comunque delle candidature?.

Abbiamo cercato di ipotizzare diverse risposte alla questione.

Che sia sbagliato il metro di giudizio dei giornalisti? Che sia sbagliato il sistema di votazione? Il premio dipende dai dati oggettivi o dalla popolarità dei giocatori? Difficile dare una risposta univoca. Che possa essere solo una questione di appartenenza territoriale, scoprendo che chi ha votato per Mctominay proviene dalla Scozia oppure, magari, che il giornalista che ha nominato Kvara è nato a Tblisi?

Oltre a questo, c’è poi forse chi ha deciso di premiare le grandi stagioni a livello realizzativo di Salah e Mbappé e chi invece si è concentrato su giocatori efficaci, ma meno “incisivi”, come Vitinha e Hakimi, i cui gol più iconici hanno consegnato la Champions al PSG.

Al netto di questo, su 100 giornalisti destinati a votare, 73 preferenze sono andate a Dembélé, 11 a Yamal – sia per l’annata e sia per un’evidentissima questione di prospettive – 6 a Vitinha,  4 a Salah, 3 ad Hakimi, e le restanti 3 si sono divise tra Mbappé, Kvara e Mctominay. 100 menti differenti, ognuna con una preferenza personale diversa dall’altra, ma con la costante della totale indifferenza nei confronti di uno dei tre migliori calciatori della scorsa stagione. Rimane grande l’ombra di un’ingiustizia ai danni dell’ala blaugrana, ma quel che è certo è che l’assegnazione di certi premi dipende da infinite variabili. Discutere su chi meritasse di più e chi meno il premio è poco utile e non riconoscerebbe gli sforzi dei classificati. 

Il vaso di Pandora

Tutti i dubbi, inevitabilmente, rimangono.

Il sistema di voto si rivela ogni anno più fragile, discostandosi dai parametri oggettivi. Eppure, cambiare il metodo di votazione rischierebbe di creare ulteriori malumori e non metterebbe di certo fine alle polemiche.

Forse, allora, la vera domanda non è “Chi avrebbe dovuto vincere?”, ma “Come mai diamo così tanta importanza a questo riconoscimento?”. Le squadre e i calciatori ne guadagnano in termini economici e di visibilità, ma il pubblico, in fin dei conti, cosa se ne fa? 

Il Pallone d’Oro è diventato un Sanremo calcistico: ognuno ha la propria idea di vincitore e, alla fine, tutti si lamentano della classifica finale. È gossip applicato al calcio, un billboard calcistico che vuol dire tutto e nulla. Per quanto ci si possa impegnare, una classifica rimarrà sempre soggettiva, portando con sé l’inutilità di attribuirle così tanta importanza e considerazione, almeno finché continuerà a basarsi su principi di merito che fanno acqua da tutte le parti.

La critica che si potrebbe rivolgere al premio è la stessa riservata ai Grammy da parte di Eminem. Gli artisti (i calciatori) sono spesso usati come strumento promozionale, ma senza quasi mai riconoscere davvero il loro valore artistico. Ice Cube non ha mai vinto un Grammy, così come Neymar non ha mai vinto un Pallone d’Oro. Il talento per vincere tali riconoscimenti è in loro possesso, ma le circostanze (o forse l’ingiustizia) li hanno portati a non poterli mai ricevere. Ciò vuol dire che non fossero meritevoli? Forse, semplicemente, certi talenti non hanno bisogno di trofei per essere riconosciuti.