Storia dell’amore tossico tra Sarri e la Lazio

Un amore bello e maledetto, che sembra arrivato ai titoli di coda.

Che la situazione in casa Lazio fosse preoccupante l’avevamo capito da tempo. Non solo per il blocco del mercato durante la sessione estiva, che aveva distrutto le ambizioni della squadra biancoceleste ancora prima dell’inizio della stagione, ma anche e soprattutto per il caos che ne era susseguito: un Sarri nervoso sin dal primo giorno di ritiro e un Lotito (ancora) convinto di aver fatto tutto alla perfezione. 

Eppure durante il mese di Gennaio i tifosi della Lazio hanno capito che non c’è mai fine al peggio: nella prima settimana di mercato sono partite due pedine inamovibili come Castellanos e Guendouzi, per un totale di 60 milioni, sostituiti da due profili – Petar Ratkov dal Salisburgo e Kenneth Taylor dall’Ajax – che per quanto promettenti, nell’immediato hanno certamente bisogno di un periodo di adattamento. 

Come se non bastasse è arrivata poi la soap opera Romagnoli: il difensore biancoceleste, pilastro difensivo della squadra ritenuto imprescindibile da Maurizio Sarri stesso («Romagnoli è il giocatore che ci guida la linea difensiva, per me è irrinunciabile. È a disposizione e va dentro»), era vicinissimo all’addio in direzione Al-Sadd, avendo  anche già salutato la tifoseria, salvo poi un clamoroso dietrofront della Società che tramite un comunicato ha bloccato la trattativa. E alla fine il colpo di scena: la Lazio accetta la cessione a due ore dalla deadline in Qatar, sembrerebbe però richiedendo al giocatore di rinunciare a qualche mensilità arretrata. Romagnoli dice di no per principio e tutto salta.  

Nonostante l’arrivo di Maldini negli scorsi giorni, per i biancocelesti la situazione sembra essere addirittura peggiorata rispetto a qualche mese fa e la sensazione di assistere ad un ridimensionamento vero e proprio inizia a farsi sempre più concreta.

Sarri vittima, Sarri complice

Chi indubbiamente sta risentendo maggiormente di questa situazione però è proprio Maurizio Sarri. Tornato a Roma, dopo le dimissioni di 15 mesi prima – quasi solamente per amore della piazza – il toscano credeva di poter riportare la Lazio a lottare per i palcoscenici più importanti, anche grazie ad un mercato pieno di rinforzi che in grado di riportare la rosa verso il suo stile di gioco. Così però non è stato: a quanto pare, infatti, la dirigenza non avrebbe informato Sarri al momento della firma del blocco del mercato, né tantomeno lo avrebbe coinvolto nelle decisioni successive di cessione dei due pilastri della squadra. 

Le conseguenze? Un Sarri nervoso, che ha dovuto adattarsi ai giocatori a disposizione e ridisegnare i suoi stilemi, portando la Lazio ad un misero nono posto con 21 gol fatti e 19 subiti e soli 29 punti. Insomma, si prospetta un’altra stagione fuori dall’Europa per i biancocelesti, non propriamente quello che serviva ai bilanci della squadra. E la tensione di Sarri cresce. Il tecnico non si è fatto problemi infatti a criticare apertamente i nuovi arrivi, in particolare quello di Petar Ratkov: erano ben altre le richieste del toscano, che aveva fatto il nome di Giacomo Raspadori. 

«Dobbiamo pensare a migliorare la squadra, dal punto di vista tecnico, qualitativo e realizzativo. Pensavo che Guendouzi fosse uno su cui porre le basi per il futuro, poi siamo una realtà che di fronte a certe offerte ha difficoltà a rifiutare. Il nuovo arrivato Ratkov? Un giocatore che non conosco, non so che dire: imparerò a conoscerlo per poterlo sfruttare. È una scelta societaria, probabilmente loro lo conoscono meglio di me ma non è una polemica, solo una constatazione». 

Un rapporto che non può andare avanti

A questo punto la situazione è chiara: Sarri non può e non vuole più essere l’allenatore della Lazio, e l’addio a fine stagione sembra sempre più inevitabile. La situazione per chiunque sarebbe insostenibile, ed il tecnico non sembra minimamente il profilo adatto alla strada che la squadra di Lotito sta intraprendendo. 

Il problema per Sarri non sembra essere troppo il player trading – banalmente la vendita dei migliori asset al picco della valutazione economica seguito dall’investimento in giocatori dai costi contenuti sempre in ottica plusvalenze – quanto il fatto che questo non sembra altro che un banale ridimensionamento mascherato da strategia aziendale all’avanguardia.

Solo il tempo potrà dirci se questa si è dimostrata la strada giusta per la Lazio, ma neanche il DS Fabiani sembra avere le idee chiare, ed è lo stesso Sarri a parlarne al termine del deludente pareggio contro il Lecce: «Ridimensionamento? Fino a questo momento sì, facciamo i conti alla fine. La società dice che vuole fare una squadra giovane, con giocatori di valore. A me dell’anagrafe non interessa, basta che ci sia qualità.» 

È comunque un peccato che il rapporto tra Maurizio Sarri e i biancocelesti debba chiudersi in questo modo così brusco, con un chiaro responsabile, dopo i meravigliosi risultati ottenuti assieme, come il secondo posto della stagione 2022/2023 o la vittoria in Champions con il Bayern Monaco in casa nella stagione successiva, che però non valse la qualificazione al turno successivo.

I tanti tentacoli del presidente

Se la situazione tecnico-tattica rimane al centro dei malumori di Sarri – che forse si rende conto di meritare un patrimonio calcistico all’altezza della sua carriera – è innegabile che ad incidere sul rapporto tra il tecnico e il club ci sia la ben più pressante questione ambientale legata alla situazione dirigenzale della Lazio.

Per quanto l’amore tra Lotito e la tifoseria non sia mai sbocciato, mai come oggi ci siamo avvicinati a un punto di rottura senza possibilità di tornare indietro. Se infatti la presidenza ha vissuto momenti turbolenti, oggi la frustrazione dei tifosi biancocelesti ha raggiunto un livello critico, aprendo a scenari estremi quali il disertamento dell’Olimpico in occasione di Lazio-Genoa. Vedere gli storici rivali della Roma avere un progetto serio come non accadeva da anni e le crescite repentine sostenute da progetti intelligenti dell’Atalanta, del Como e del Bologna – tutte squadre che fino a qualche anno fa erano nettamente inferiori alla Lazio – hanno fatto perdere definitivamente la pazienza ad una tifoseria già esausta.

A questo si aggiungono altre manifestazioni di dissenso più o meno pacifico, quali la richiesta di intervento direttamente al Presidente del Consiglio, la lettera firmata dalla tifoseria (con tanto di aquila fatta con l’IA che spezza delle catene) su change.org che invita Lotito a vendere e i più generici insulti verso il presidente.

Questa frustrazione può sembrare esagerata – dal 2004 la Lazio ha vinto sei trofei e si è qualificata ben quattro volte alla Champions League – ma chi conosce l’ambiente laziale sa quanto questi 22 anni di gestione abbiano svuotato l’entusiasmo di una piazza importante come quella biancoceleste. Lotito ha abituato i tifosi laziali a momenti assurdi, spesso anche oltre ai limiti del tragicomico. Le sue uscite hanno ripetutamente minato la credibilità del club, di fatto ledendone l’immagine e le ambizioni. Mentre le società rivali – come abbiamo detto – rimodellavano la loro struttura aziendale, adattandosi alle esigenze degli anni dieci e venti di questo secolo, la Lazio è rimasta per molti aspetti un club arenato nelle pratiche e nei costumi di un altro tempo: un disastro su tutta la linea, culminati poi in questa stagione tra mercato bloccato e smantellamento della rosa. 

La principale responsabilità di Lotito non sta tanto nella mancanza di risultati (per quanto sappiamo quanto questi incidano sul termometro emotivo di una piazza). Quello che di fatto ha alienato la sua tifoseria è stato l’indebolimento della Lazio intesa come fattore di aggregazione sociale; l’operato del presidente, soprattutto negli ultimi anni, è stato un ricondurre tutta l’esperienza biancoceleste a un riflesso del suo ego. Lotito ha fatto di tutto affinché la Lazio diventasse sinonimo di se stesso, arrivando a cementare la sua stirpe nel futuro del club. Insomma, ormai la Lazio è diventata l’oggetto di una disputa quasi personale tra i tifosi e il presidente, che ha deciso di non vendere per ripicca nei confronti delle critiche ricevute.

In questo tritacarne non poteva che finire Sarri, che si è ritrovato costretto a rispondere di questioni non di competenza di un allenatore (e soprattutto di un allenatore vecchia scuola come lui). Dalle questioni finanziarie ai movimenti di mercato, passando per tutti i possibili passi falsi di una comunicazione vecchia e stantia, tutto questo ha molto il sapore di una gigantesca mancanza di rispetto per una persona che aveva deciso di mettere tutto sè stesso nella causa biancoceleste. 

L’unica cosa che oggi sembra tenere insieme Sarri e la Lazio è l’amore e il rispetto reciproco tra il tecnico e i suoi tifosi: «A inizio stagione ho detto che sarei rimasto a tutti i costi, nonostante la situazione. Sono successe anche più cose di quel che mi aspettavo, mi dispiace solo per il popolo laziale a cui ho dato la mia parola. Ora il mercato non è finito, può darsi che la società faccia tante altre cose». In una situazione che avrebbe visto moltissimi altri allenatori fuggire a gambe levate, Sarri ha deciso invece di comportarsi da uomo veramente innamorato della piazza: un valore che nel calcio moderno va via via sempre più scomparendo.

Un rapporto talmente forte dunque che sembra prescindere dall’incarico; la tifoseria ha infatti fatto capire che non accoglierebbe una rottura tra le due parti come un tradimento, ma anzi come la liberazione di Sarri da un contesto che sembra fin troppo al di sotto delle sue ambizioni.

Tre nomi per il post Sarri

Ma a questo punto chi potrebbe accompagnare sulla panchina questa nuova Lazio che sta andando a formarsi? Noi abbiamo provato a fare tre nomi realistici dal basso costo e che possano riuscire a valorizzare i nuovi asset che i biancocelesti sembrano aver intenzione di acquistare. 

  1. Matias Almeyda

Potrebbe suonare come una provocazione ma così non è. Almeyda ha ampiamente dimostrato di essere un allenatore importante nelle sue esperienze all’AEK Atene ed al Siviglia, ed ha dimostrato di poter ottenere risultati anche in situazioni particolari dal punto di vista economico. Già vicino al Pisa quest’estate, è un nome che può essere interessante per lavorare con dei calciatori giovani. Può essere un nome alternativo per un ambiente ormai stantio dove i nome a girare sono sempre più o meno gli stessi. Ci potrebbe essere bisogno di investire però un po’ in difesa per il suo 3-4-1-2.

  1. Igor Tudor

Un altro ritorno dopo quello di Sarri. Spesso le minestre riscaldate non sono un buon segnale e mostrano una mancanza di progettualità, e forse Sarri ha rappresentato anche questo, ma per Igor Tudor si potrebbe fare nuovamente un’eccezione. Già sulla panchina della Lazio dopo le dimissioni del toscano di due anni fa, Tudor era partito molto bene, chiudendo l’esperienza con i biancocelesti con una media punti superiore ai 2 di media a partita. Insomma non poco. Era inoltre riuscito a instaurare un buon rapporto con la piazza a suon di risultati, trascinando la squadra in Europa nonostante un inizio di campionato ben al di sotto delle aspettative per non dire disastroso.

Non si era lasciato bene con Lotito, ma la voglia di tornare a lavorare potrebbe avere la meglio sul croato. Anche Sarri stesso, d’altronde, non era rimasto in buoni rapporti. Anche lui, come Almeyda, porterebbe la difesa a 3, questa volta però con il doppio trequartista.

  1. Davide Nicola

Ormai più dell’allenatore da salvezza assicurata. Nicola fa bene ovunque vada da moltissimi anni, e viene spontaneo chiedersi perchè nessuna big gli abbia mai concesso una chance. Mai una parola fuori posto, non avrebbe problemi con il mercato e non farebbe pressioni per chiedere giocatori, accontentandosi delle proposte della società. Aiuterebbe a placare l’ambiente per quanto possibile e a normalizzare la situazione Lazio, che ormai sta diventando sempre più insostenibile. Anche lui, come Tudor e Almeyda proporrebbe la difesa a 3, ma al contrario dei primi due Nicola avrebbe sicuramente più flessibilità a livello tattico, evitando di rivoluzionare troppo l’impostazione della rosa.