A Torino l’estate della Juventus si era conclusa col botto: gli arrivi di Lois Openda dal Lipsia ed Edon Zhegrova dal Lille avevano riportato entusiasmo, e l’inizio di stagione era stato convincente, soprattutto dal punto di vista difensivo. Nelle ultime settimane, però, il clima alla Continassa è andato via via sempre peggiorando, sia a causa di alcune prestazioni non particolarmente brillanti, sia per le contestazioni che alcuni tifosi, in particolare sui social, hanno mosso nei confronti di Igor Tudor. Eppure la verità, nascosta tra le righe di un’estate fatta di compromessi e di piani B (anzi, C), è semplice: questa non è la Juventus di Tudor. E, forse, non lo sarà mai.
Un’avventura che non sarebbe dovuta cominciare
Che la Juventus non avrebbe mai realmente puntato su Igor Tudor si poteva intuire già dalle parole amare che l’ex difensore aveva rilasciato in conferenza stampa dopo la partita col Venezia, l’ultima dello scorso campionato, che aveva consegnato alla Vecchia Signora la qualificazione alla Champions League: ”Se uno va al Mondiale e non è allenatore l’anno prossimo, i giocatori dicono ‘Che vieni a fare?’. È giusto sedersi e prendere una decisione tutti insieme. Il mio pensiero è una cosa logica, naturale. Io accetto sempre tutto, provo a godermi questo percorso che è stato bellissimo.”
L’allenatore croato è stato confermato sulla panchina della squadra bianconera in maniera abbastanza inaspettata, quasi come scelta di ripiego dopo i no incassati da Antonio Conte e Gian Piero Gasperini, che hanno scelto rispettivamente di rimanere a Napoli e di approdare a Roma. Pochi però sanno che Tudor non rappresentava probabilmente neanche la terza scelta del Direttore Generale della Juventus Damien Comolli, che aveva infatti individuato in Marco Silva, attuale allenatore del Fulham in Premier League, l’uomo su cui costruire il nuovo progetto. Una soluzione bocciata dal resto della dirigenza bianconera, che ha preferito confermare per la stagione 2025/26 quello che inizialmente era arrivato come un semplice traghettatore.
Nonostante queste divergenze, dopo un precampionato in crescita e con un gruppo squadra sempre più unito sotto la guida del tecnico croato, la tifoseria bianconera sembrava aver ritrovato fiducia. Le difficoltà però, come prevedibile, non sono tardate ad arrivare e tutti quei dubbi sono riemersi a galla, così come il grande problema di fondo della Juventus in questa stagione: la rosa affidata ad Igor Tudor non è adatta al suo stile di gioco.
Gli strascichi di un mercato fallimentare
Paradossalmente questa situazione nasce da prima che Tudor mettesse piede alla Continassa.
La Vecchia Signora paga infatti ancora i postumi del disastroso mercato estivo della scorsa stagione, con più di 150 milioni spesi che non hanno portato alcun risultato: da Douglas Luiz a Nico Gonzalez, passando per Teun Koopmeiners, ad oggi solo pochissimi tra gli acquisti arrivati nel 2024 sono rimasti dei giocatori importanti per la Juventus e ancora meno sono quelli adatti alle richieste del mister croato. Tudor si concentra infatti su un gioco verticale, di ripartenza, il contrario di ciò che Thiago Motta e Cristiano Giuntoli avevano provato a costruire poco più di 12 mesi fa.
Ad oggi, quindi, la squadra a disposizione di Tudor non è neanche lontanamente vicina ai dettami tattici del tecnico. La rosa della Juventus appare infatti squilibrata: troppe scelte possibili in attacco e troppe poche alternative a centrocampo, in una zona del campo dove l’ex allenatore di Olympique Marsiglia ed Hellas Verona richiede dinamismo e una particolare dedizione fisica, che quindi necessita di più ricambi per evitare di far arrivare già sfiniti i titolari a metà stagione.
L’insoddisfazione di Tudor riguardo al mercato estivo è apparsa dunque evidente: Joao Mario è praticamente già stato bocciato ed etichettato come riserva, con Kalulu adattato a esterno a tutta fascia; Zhegrova e Openda sono stati schierati da titolari solamente in una partita, mentre un criticatissimo Jonathan David sta forse subendo troppo il dualismo con Dusan Vlahovic per la maglia da titolare. Il caos di quest’estate si sta quindi riversando anche sul campo e sulle decisioni dell’allenatore. Tudor risulta spesso in confusione nelle scelte e nella lettura della partita a gara in corso: dalla gestione scellerata del rientro di Cabal, al mistero dell’infortunio di Miretti, fino ad arrivare al disordine delle gerarchie in porta, con Di Gregorio confermato come titolare dopo le critiche ma relegato in panchina in Champions League contro il Villareal.
Due fari nel buio
In questa situazione burrascosa, però, due calciatori sembrano costituire una costante per i bianconeri, ergendosi sostanzialmente a dei fari nella nebbia. Dall’inizio di questa stagione, gli unici calciatori in grado di brillare autonomamente sono stati i due fantasisti: Kenan Yildiz e Francisco Conceicao. Il turco è ormai, senza discussioni, il leader tecnico dei bianconeri e punto di riferimento di tutta la squadra e, almeno per il momento, non sta deludendo le attese, caricandosi la squadra sulle spalle, con 5 gol e 6 assist nelle prime partite – dati che fanno ancora più impressione se pensiamo che arrivano da un classe 2005.
Conceicao, dal canto suo, dopo una partenza complicata per dei fastidi muscolari, sta iniziando ad ingranare sempre di più, dimostrandosi l’altro punto di riferimento delle azioni offensive della squadra bianconera.
La fondamentale importanza dei due si è potuta notare particolarmente nell’ultimo match contro il Milan dell’ex Massimiliano Allegri: la Juventus, dopo le uscite dal campo di Yildiz e Chico, è sembrata incapace di reagire ai pericoli creati dalla squadra rossonera, risultando completamente priva di idee e dimostrando la propria incapacità di mettere in difficoltà i difensori avversari.
Dopo le prime settimane di campionato, si ha quindi la netta sensazione che la Juventus non abbia ancora trovato un’identità chiara e non riesca a sembrare convincente. Questa Juve non è più la squadra solida e cinica del passato recente, ma non è nemmeno quella verticale e dal pressing asfissiante che ci si poteva aspettare da Tudor: i bianconeri sembrano una via di mezzo un po’ raffazzonata, che subisce troppo e segna troppo poco. Pochi gol su azione (in metà delle partite in campionato non ha superato gli 1 xG), molte difficoltà nel creare occasioni pulite, con una difesa che non trasmette più quella sicurezza che aveva caratterizzato l’inizio di stagione, pur con un Bremer in più rispetto allo scorso anno (1.5 gol attesi degli avversari contro Borussia Dortmund e Hellas Verona, 1.7 contro il Villareal e 1.8 contro il Milan).
Openda, David o Vlahovic: questo è il dilemma
Ma se i giocatori dietro la punta sono le due certezze della squadra, la situazione del centravanti è quella che preoccupa maggiormente, quasi come per una sorta di contrappasso dantesco. Come già detto, in estate sono arrivati Jonathan David e Lois Openda: due giocatori per cui la Juventus ha investito moltissimo, tra stipendi e commissioni (nel caso del canadese) oppure per il cartellino (per Openda). Tuttavia, nessuno dei due per il momento sta dimostrando di potersi meritare la titolarità. Da una parte David, di cui potremmo già creare una compilation di bloopers per gli errori e gli scivoloni – in senso letterale – davanti alla porta, e dall’altra Openda, che nelle poche apparizioni è sembrato praticamente un corpo estraneo nell’undici juventino.
Tutto ciò senza dimenticarci della presenza, piuttosto ingombrante, in rosa di Dusan Vlahovic. Il serbo, che era dato tra i partenti certi a inizio estate, non è riuscito a trovare una sistemazione prima della fine del mercato. Nonostante fosse rimasto alla Continassa per essere la terza scelta, le prestazioni delle prime giornate, unite a quelle dei suoi competitors, hanno spinto Tudor a rivalutare le gerarchie anche in attacco e a schierarlo nuovamente da titolare.
Il risultato? Altre partite impalpabili, senza toccare quasi mai la palla, e una nuova bocciatura, la seconda dopo la scorsa stagione.
Se sulla carta la Juventus dovrebbe praticamente avere il proverbiale “imbarazzo della scelta”, nella realtà si trova a schierare, di giornata in giornata, praticamente il “meno peggio”.
Se poi a questo aggiungiamo un ambiente fortemente pretenzioso, con i tifosi che rumoreggiano, mentre la dirigenza resta silenziosa ma osserva da vicino la situazione, l’effetto che si ottiene è solamente quello di un ulteriore isolamento di Tudor, che appare ormai abbandonato da solo al suo destino. Il rischio più grande è che questa frattura si espanda, mettendo a repentaglio anche il futuro a medio termine del progetto juventino.
Un futuro sempre meno chiaro
Forse tra qualche settimana tutto cambierà di nuovo.
La situazione non è così drammatica, la Juventus si trova comunque a soli 3 punti dal primo posto dopo sole 6 giornate e praticamente tutto un campionato davanti da giocare, ma la dirigenza bianconera negli anni ci ha abituato ai più inaspettati colpi di scena.
Probabilmente non in questo campionato, ma tutto fa pensare che presto arriveranno un nuovo nome, un nuovo progetto e un’altra idea di calcio da raccontare nelle conferenze stampa e nelle presentazioni ufficiali. È una scena che alla Continassa si ripete quasi ciclicamente dal 2020, come un rito di passaggio mai davvero compiuto: da anni la Juventus sembra infatti vivere in una perenne fase di transizione, in un limbo in cui ogni rivoluzione arriva già stanca e ogni promessa dà l’impressione evaporare prima ancora di essere messa alla prova del campo, con i tifosi che stanno iniziando a non credere più ad alcun progetto, privati sempre più di entusiasmo da tutte le scelte fallimentari degli ultimi anni.
A farne le spese, nel breve o nel lungo periodo, stavolta sarà Igor Tudor, un uomo arrivato senza clamore, rimasto senza protezioni e destinato a lasciare senza rumore. Il suo destino appare scritto non tanto nei risultati, quanto nella sensazione collettiva che lui, ancora più della squadra, sia fuori posto: Tudor non è mai stato davvero l’allenatore di questa Juventus, e forse non gli è mai stato permesso di diventarlo. Quest’estate nessuno credeva che alla prima di campionato sarebbe stato seduto lui sulla panchina alla prima contro il Parma e ancora oggi quasi nessuno crede che ci sarà lui la prossima stagione.
Oggi, guardandola giocare, questa squadra dà la sensazione di essere sospesa nel vuoto. Non è la Juve di prima: non è la Juve di Motta, non è la Juve di Allegri, non è neanche la Juve di Pirlo. Ma non è nemmeno la Juve del poi, la Juventus di Igor Tudor. È qualcosa di intermedio, di indefinito, un esperimento che non ha trovato la sua formula. E in questo spazio grigio, dove le idee non prendono mai pienamente forma, il coach croato è rimasto solo, prigioniero di un progetto che non gli appartiene e di una narrativa che lo ha già superato.
E così Igor Tudor finisce per essere molto più di un allenatore in bilico, ma il simbolo di una Juventus smarrita, che continua a cambiare rotta senza mai davvero ritrovarsi. Un traghettatore senza meta, al comando di una nave che continua a muoversi, non si sa verso dove e non si sa per quanto. Ma che ha smesso, da tempo, di cercare di sapere chi vuole essere.