La passerella di Serge Gakpé

Dalla fascia destra alla passerella: dopo 20 anni nel mondo del calcio, l’ex Genoa è entrato nella moda. Ci siamo fatti raccontare il suo brand.

Esistono calciatori che dopo il ritiro non riescono a tagliare il cordone ombelicale che li lega al pallone. Chi intraprende il percorso da allenatore, chi lavora in dirigenza, chi fa l’opinionista: il richiamo di quel mondo si è dimostrato troppo forte per tantissimi. Non per tutti, però. C’è infatti chi, chiuso il capitolo sui campi, ha iniziato a completare le “side quests” della vita. Come Serge Gakpé, che come ci ha detto lui stesso, ad un certo punto diventi adulto e devi iniziare a lavorare anche tu. 

Quando si appendono le scarpette al chiodo è sempre difficile tornare alla realtà, specie se sei costretto a dire addio a una parte di te che ti ha accompagnato fin dall’infanzia. L’ex giocatore di Genoa e Atalanta si è però dichiarato pronto a catapultarsi in una nuova avventura. Noi di Rabone lo abbiamo chiamato e ci siamo fatti raccontare questo nuovo percorso.

«Casa mia era a cinquanta metri dallo stadio, quindi crescendo non ho potuto evitare che mi innamorassi del calcio. Per me è stato subito amore, giocavo coi miei amici ma sognavo un giorno di diventare professionista. Ricordo che giocavo ovunque, per strada, a scuola, nei campetti della mia città. Ero ossessionato, è iniziato tutto così. Poi alla fine è successo tutto davvero, ho esordito coi grandi. Non potevo crederci, e in realtà è stato tutto così inaspettato e surreale.»

Un sogno coltivato fino all’esordio: «Al Monaco c’erano due attaccanti internazionali come Vieri e Di Vaio, e giocavamo una partita importante contro il Lens. Non ero mai stato convocato coi grandi prima, e quando mister Guidolin mi chiamò pensavo che sarei rimasto in panchina, o più probabilmente in tribuna.

Ero l’unico sedicenne coi grandi, non pensavo che sarei entrato. La sera ero nel chill più totale, avevo dormito bene perché credevo che fossi lì soltanto per fare esperienza. Ricordo che la mattina entrambi furono costretti a restare in camera, avevano avuto un’intossicazione alimentare. Allora ci riuniamo prima della partita per vedere le ultime cose, il mister entra e ci dice la formazione: leggo in attacco soltanto un nome, Gakpé. Non potevo crederci! In fondo è stato positivo perché il fatto che non sapessi di dover giocare mi ha aiutato a non avere troppi pensieri, non ero teso. Poi ho dato il mio meglio e ho anche segnato un bel gol. Insomma, un vero e proprio sogno».

Il gol di Gakpé al debutto contro il Lens. (via asmonaco.com)

Le soddisfazioni per Serge sono continuate ad arrivare, anche in ambito internazionale, con la scelta di vestire la maglia della nazionale del Togo, paese natale dei suoi genitori, nonostante un trascorso nelle rappresentative giovanili francesi: «La mia famiglia era orgogliosa di me quando ho preso quella decisione. È stato importante, anche se non sono mai riuscito a qualificarmi per il Mondiale. Ho reso comunque i miei amici e la mia gente orgogliosa di me: quando nel 2012 ci qualificammo in Coppa d’Africa mandammo un intero paese in festa, ancora sogno i festeggiamenti». 

Poi, il trasferimento in Italia, prima al Genoa, poi in prestito all’Atalanta, poi ancora al Genoa e nuovamente in prestito, stavolta al Chievo. In due stagioni piene d’emozione, il nostro paese è stato una seconda casa per Gakpé, che ha ricordato quel periodo: «Ricordo con piacere quando battemmo la Juventus 3-1, ricordo che tutti erano felicissimi. Solo dopo mi hanno detto che era la squadra più odiata d’Italia, all’inizio ero sorpreso. Ho solo un rimpianto: sarei dovuto restare al Genoa, avrei dovuto lottare di più per impormi da titolare, è l’unica cosa che cambierei. I ricordi più belli della mia carriera li ho vissuti in Francia, quando ho ottenuto la promozione col Nantes in Ligue 1, ricordo la città intera in strada a festeggiare, fu un qualcosa di clamoroso».

La vita di un giocatore professionista è difficile, a volte si può essere malinconici e nostalgici, e non è così facile come può sembrare stare lontani da casa e dalla famiglia, provare ad adattarsi in nuovi paesi e prendersi cura contemporaneamente anche di sé stessi. 

Gakpé su questo ci ha confidato: «Non posso dire sia esattamente facile, quando vai in un altro paese devi imparare una nuova lingua, capire la cultura che c’è dietro, provare a capire il modo di giocare e lo stile di quei campionati. Il processo è complicato, anche a livello mentale hai bisogno di aiuto. Ecco perché devi avere qualcuno su cui poter contare, la tua famiglia deve supportarti, anche quando è difficile farlo. Devi saperti prendere cura del tuo corpo, andare in palestra, mangiare bene, dormire a sufficienza, sai quei piccoli passi che sembrano insignificanti ma che poi tutti insieme ti dimostrano quanto siano importanti questi aspetti. 

Quando ho iniziato a giocare al Monaco, dopo un paio d’anni in cui andava tutto bene, ho iniziato a subire diversi stop muscolari perché non pensavo fossero necessarie queste cose, volevo soltanto giocare. A lungo andare ne ho pagato il prezzo. I giovani di oggi devono capire questo, devono inseguire i loro sogni, ma non contano i soldi o la fama, conta star bene, e per star bene e divertirsi, per avere un futuro nello sport, non basta solo il talento. Si, certo, quello è importante, ma se hai talento e non lo alleni, non riesci a sfruttarlo, non dai il massimo, non riuscirai mai a sfondare».

Dopo qualche stagione passata in Francia ed in Belgio, Serge ha deciso di spostarsi dai grandi palcoscenici europei ed è venuto a giocare in Cipro, prima all’Apollon Limassol, poi al Karmiotissa ed infine all’Akrotiri, prima di ritirarsi definitivamente: «Qui ho vissuto delle belle stagioni, devi sapere che a Cipro ci sono tre o quattro squadre molto popolari e ogni volta che si sfidano le partite sono sempre molto sentite. I fans erano strepitosi, ci supportavano sempre, anche quando sono finito a giocare nella Serie C ho visto che la gente qui ci teneva parecchio. Mi manca tantissimo sentire l’atmosfera allo stadio, l’ansia prepartita, i tifosi che gridano il mio nome, all’inizio è stato difficile abbandonare tutto questo, ho ancora un po’ di nostalgia se ci penso». 

Ma dopo il calcio c’è un nuovo inizio, si diventa “grandi” e bisogna andare avanti. Gakpé questa cosa l’ha presa alla lettera, diventando ambasciatore di un’organizzazione no-profit in Togo e lanciando UNFOLLOWORLD, il suo brand d’alta moda: 

«Sai quando ho capito che era arrivato il momento di dire stop? Quando giocavo ancora e avevo creato UNFOLLOWORLD pensavo di poter gestire la cosa, ma poi dovevo allenarmi ogni giorno e giocare nel fine settimana, e mi era impossibile viaggiare, imparare, costruire qualcosa di nuovo. Avrei potuto giocare ancora qualche anno, stavo bene, ma ho preso una scelta. Questo significa che abbandono il calcio? No, solo che temporaneamente lo metto da parte. Mio fratello possiede un’agenzia, chissà che un giorno non decida di diventare un agente».

(via facebook.com/unfwrld)

Il business e la famiglia sopra l’amore per il calcio, la scelta di entrare in un nuovo mondo e di imparare un nuovo mestiere e acquistare esperienza dopo aver giocato per metà della propria vita, questa è stata la sfida in cui Serge Gakpé ha dovuto cimentarsi: «Sono ambasciatore della FAOD Togo Association, un’associazione che cerca di aiutare i bambini in Togo e dare loro delle possibilità, e come ti ho già detto ho deciso di gettarmi nell’avventura della moda adesso. 

Certo, mi manca tutto quel mondo di cui prima facevo parte, quel mondo che è stato mio per tanto tempo, ma è arrivato il momento di andare avanti e voltare pagina. Sto acquistando nuove skills, ho ancora tanto da imparare. Il mio prossimo obiettivo? Partecipare alla fashion week di Milano; sicuramente non quest’anno, magari tra un annetto o due saremo pronti. Però vorrei organizzare qualcosa in Italia, qualche evento, qualche sfilata, Alla fine è un paese che mi ha lasciato tanto, vorrei tornarci».