Una delle domande che spesso non ci si fa, sulla strada per il successo, è che effetto farà il vapore inebriante e sfuggente della fama. Riuscirò a rimanere me stesso? O mi farò corrompere dalle luci scintillanti della ribalta? La risposta banale e scontata che ci viene da dire è, ovviamente, che questo è inevitabile. Nel calcio, poi, abbiamo ormai interiorizzato la figura archetipale del montato, coperto di tatuaggi e gioielli, col pataccone al polso e una macchina da non-so-quanti-ma-sicuramente-troppi cavalli. Il physique du rôle del calciatore, alla fine, questo è. Eppure c’è qualcuno che, dopo aver giocato per tanti anni in Serie A, ha deciso di trascorrere una vita normale dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Uno che, quando lo abbiamo raggiunto al telefono, ci ha subito tenuto a rimanere lontano dai toni sensazionalistici a cui forse lo hanno abituato i media italiani, dicendo: «Tante persone si svegliano alle 5 del mattino e fanno sacrifici. L’aver giocato a calcio non mi rende diverso da loro».
Dopo le avventure in Italia con le maglie di Palermo, Novara, Padova e Livorno, Michel Morganella ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato col Chiasso e di iniziare a percorrere una nuova strada, una strada curiosa ed affascinante. Posati gli scarpini infatti si è messo in testa il caschetto di sicurezza, si è infilato i guanti da lavoro e ha cominciato a installare pannelli fotovoltaici insieme alla sua famiglia. Una vita diversa, lontana dai riflettori. Dal lunedì al venerdì in cantiere, il sabato e la domenica diviso tra un campo e l’altro per seguire entrambi i figli nel loro sogno di seguire le orme del padre.
Per essere fedeli alla sua storia siamo partiti dall’inizio: «Mio padre era un portiere niente male, mio fratello anche giocava a calcio. Da bambino sono cresciuto a 100 metri dal campetto, è stato amore a prima vista; ho iniziato a giocare da attaccante quando ero bambino e segnavo anche tanti gol, un anno sono arrivato al Basilea a fare 40 gol in stagione, poi però è cresciuta la concorrenza e ho dovuto fare qualche metro indietro, prima come esterno poi come difensore. In effetti ricordo che in difesa non ci avevo mai giocato fino a quando, in un torneo qui in Ticino giocammo contro il Deportivo La Coruña: sulla formazione lessi “M.M.” due volte, uno esterno destro e uno terzino. Pensavo di dover giocare in attacco, ma il direttore sportivo mi venne vicino qualche minuto prima della partita e mi disse che avrei giocato terzino. Fortunatamente la partita andò bene, venne trasmessa in tv e l’allenatore della prima squadra la vide e mi chiamò a giocare. Dopo un po’ ho esordito in Champions, avevamo un girone impossibile con Barcellona, Shakhtar e Sporting ed io ero la riserva del vice capitano. Giocai contro lo Sporting e lo ricorderò per sempre, fu un’esperienza surreale. Mi sono anche portato il pallone a casa! Ho poi giocato con la Nazionale svizzera, di cui mi sono tatuato la data d’esordio. Per me è stato un onore giocare per il mio paese, peccato solo fossero incontri amichevoli».
Notato dal Palermo del presidente Zamparini, Morganella viene prelevato dal Basilea e diventa il primo svizzero ad indossare la maglia rosanero. In 6 mesi però le presenze accumulate sono poche e Michel pensa di andar via: «Avevo parecchie offerte, mi voleva anche il Sion a casa, potevo tornarmene in Svizzera e magari guadagnarmi la nazionale, ma sin da quando ero piccolo e andavo a San Siro a vedere il Milan sognavo solo e sempre la Serie A e non volevo arrendermi. Allora ho deciso di abbassarmi lo stipendio e scendere di categoria, ho firmato col Novara neopromosso dalla C e mi sono messo in discussione. Fortunatamente Attilio Tesser sin dalle prime amichevoli mi ha fatto giocare e ci siamo conquistati la promozione, sono riuscito a guadagnarmi il diritto di giocare in A. I ricordi più belli della carriera poi li ho tutti a Palermo, la mia seconda casa. Mio figlio per farti capire è palermitano. Ricordo ancora quando il secondo anno siamo tornati in A e abbiamo festeggiato con tutti i tifosi; tre giorni fa ho rifatto vedere il video ai miei colleghi, una cosa che ancora mi fa venire i brividi».
Adesso per Michel, soprannominato dai tifosi “Il treno”, la possibilità di svolgere una vita ordinaria e di poter stare vicino ai suoi figli è tutto ciò che potesse desiderare: «Mi sono stabilito a Milano con mia moglie e i miei bambini che giocano nell’Academy del Milan, Marlon e Dixon (nessuno dei due nel ruolo del padre, ndr) anche se avevo qualche proposta per continuare a giocare o ad allenare, ho scelto di sacrificarmi per loro, per non farli spostare troppo come ho dovuto fare io. Sin da piccolo mi piaceva aiutare mio padre nei lavori domestici e mi è rimasta la passione. Non capisco perché non dovrei fare una cosa che fanno tutti gli altri, non sono mica diverso! Mi si è presentata l’opportunità dei pannelli fotovoltaici, ma avrei fatto senza problemi anche l’idraulico o il meccanico».
Rispetto ad altri suoi colleghi, stare lontano dai campi non sembra fargli male: «Sinceramente non mi vedo dietro ad uno schermo a rincoglionirmi, non sono io. Voglio restare attivo e, anche se le prime volte che mi sono trovato su un tetto a 10 metri d’altezza ho avuto un po’ di paura, posso dire che sono contento di questa scelta. All’inizio non sapevo fare nulla, poi ho osservato, ho chiesto aiuto, ho provato, qualche volta ho anche sbagliato ma ho imparato a fare questo tipo di lavori. Posso dirmi orgoglioso di questo ritorno alla realtà. Ho avuto la fortuna di giocare a pallone come professionista, una fortuna che non tutti hanno, ma adesso sono tornato alla normalità. Mi sveglio alle 5 del mattino, vado a lavorare, torno, mi alleno in palestra per tenermi in forma e sto con la mia famiglia».
La priorità rimane il suo nucleo familiare, ma Morganella non esclude un futuro nel mondo del pallone: «Sicuramente non come allenatore perchè non posso spostarmi molto, ma come procuratore. Ho previsto un percorso che possa portarmi nel futuro a lavorare col mio agente, anche se per il momento voglio restare vicino ai miei figli e al mio lavoro, ma non ho abbandonato il calcio».
Infine, Morganella è tornato sulle sue scelte di vita, lanciando anche un forte messaggio ai giovani: «Guarda io penso che chi vive nel passato o nel futuro è spacciato, bisogna vivere nel presente per star bene e quindi non ho rimpianti, ho avuto una gran bella carriera nonostante qualche infortunio di troppo. Ma se posso dare un consiglio ai giovani, oltre all’allenarsi sempre, quello è di non guardare ai soldi. Vedo i giovani che pensano solo a quello, magari per qualche centinaio d’euro in più si bruciano la carriera anche se potrebbero ambire a livelli più importanti. Cercate un progetto che vi valorizzi, una squadra seria con strutture serie e piani seri, non pensate ai soldi. Magari anche io a 35 anni sarei finito in Arabia, ma per me è inconcepibile andare a giocare lì a 20 o 25 anni. Guardo il mio amico Dybala che, per continuare a divertirsi, ha detto di no ad un sacco di soldi. Gli esempi che i giovani devono seguire sono questi, gente come Paulo che mette la passione e la carriera davanti all’avarizia. Io preferisco avere una famiglia stupenda e una vita sana che milioni di euro sul conto, fidatevi i soldi non fanno la felicità!».