“Sono tornato adesso da un viaggio in Sud America, stiamo preparando la nuova stagione e ho voluto vedere personalmente qualche giocatore che stiamo seguendo. Ma il mercato lì è diventato costoso come quello europeo. Fantastico…proprio i soldi sono ciò che ci manca”.
A pronunciare queste parole, con aria infastidita ed un leggero accento tedesco, è Ernst Tanner, direttore sportivo dal 2018 di una franchigia in MLS che sta diventando un invidiabile modello per il calcio d’oltreoceano: i Philadelphia Union. I Philadelphia Union, infatti, sono una completa anomalia per il modello americano; a primo impatto verrebbe da dire una squadra “europea”, che non si basa su draft e acquisti famosi per costruire la propria rosa, ma che punta a formare i talenti direttamente in casa.
Una formazione che negli ultimi sette anni per ben tre volte è arrivata prima in campionato, come lo stesso Tanner ci racconta: “Siamo arrivati primi tre volte in regular season, una volta invece siamo arrivati secondi perché qui a parità di punti non si considera la differenza reti ma le vittorie fatte… Onestamente mi dispiace ancora a pensarci”.

Ma partiamo dal principio: che ci fa un direttore sportivo tedesco, che ha lavorato con Hoffenheim e Red Bull Salisburgo, in Pennsylvania?
La storia di Tanner è talmente singolare che merita di essere riportata per intero. Noi di Rabone abbiamo avuto il piacere di farci una chiacchierata telefonica, appena rientrato dal business trip, chiedendogli di ripercorrere i suoi primi passi a Phila: “Un giorno uno dei dirigenti del club, una persona che ormai mi contattava da diverso tempo, viene da me a chiedermi una mano perchè hanno bisogno di un direttore sportivo, domandandosi se una persona d’esperienza come me avesse qualche contatto. Gli passo il nome di un collega e così avviano i contatti. Dopo qualche tempo la stessa persona viene da me e mi dice: Hei, abbiamo parlato con il tuo contatto.. ma in realtà pensavamo più a te. Era un incarico particolare, perché dovevi andare lì non a costruire un franchise, ma un club. Onestamente ho 25 anni di carriera alle spalle, mi avvicino ai 60 anni e quando mi è stata proposta quest’offerta avevo bisogno di cambiare aria, volevo un qualcosa di completamente diverso, di esotico, di eccentrico. Tempo quattro settimane e mi arriva un invito ufficiale da Philadelphia per incontrare il board. Io vado lì, mi preparo la mia presentazione, la mia idea e tutto. In realtà loro prima ancora di farmi entrare in struttura già mi avevano proposto un’offerta. Era la scelta migliore che, in quel momento della mia vita, potessi compiere”.
Dal primo allenamento, però, Tanner ha capito che la sfida sarebbe stata più complessa di quanto immaginasse: “Prima del mio arrivo, Philadelphia non aveva mai avuto una vera rilevanza nel calcio. Non avevano nemmeno mai ceduto un giocatore all’estero. Non voglio puntare il dito contro i miei predecessori, ma capisci che se vuoi progredire nel calcio devi saper anche costruire un mercato. Ho dovuto fare tutto da zero, dal creare nuove reti di contatti al cambiare sistema di gioco. La squadra giocava con un sistema basato sul possesso palla, cosa che per le caratteristiche dei nostri giocatori non potevamo sostenere. Banalmente, per tenere quel sistema di gioco avevamo bisogno di due esterni d’attacco dai piedi buoni…col budget che avevamo a disposizione non saremmo riusciti nemmeno ad acquistarne uno. Così abbiamo deciso di adottare un gioco fatto di pressing alto e transizioni offensive, che calza a pennello col materiale che abbiamo in squadra, e soprattutto di valorizzare il settore giovanile, formando i talenti in casa.”
Ed effettivamente, a guardarla da vicino, Philadelphia da un decennio a questa parte conta uno dei settori giovanili più importanti dell’intero continente. La sua Academy ha plasmato i fratelli Paxten e Brenden Aaronson, vantando adesso due dei talenti più promettenti del calcio statunitense: i fratelli Sullivan. Con un’età media di 24 anni, la rosa è tra le più giovani della lega, ma questo non ha impedito a Bedoya e compagni di ottenere tre primi posti, un secondo ed un terzo posto dal suo arrivo nel 2018. “I segreti del nostro successo?”, riflette Tanner quasi divertito. “Ci sono molte ragioni in realtà. Molto di ciò che abbiamo oggi ce lo siamo prodotti nella nostra academy, nella nostra visione, sia tattica che di calciomercato. Siamo poco ortodossi, anzi siamo praticamente europei. Per playing style siamo i migliori nella lega, abbiamo il più alto livello di fitness per distacco rispetto alle altre squadre. Siamo aggressivi, pressiamo alti, siamo intraprendenti. Tutto ciò corrisponde coi giocatori a nostra disposizione”.

Ma non è solo la prima squadra a brillare. “Anche la nostra seconda squadra, che gioca nella MLS Next PRO, è arrivata prima in campionato. Ho portato una mentalità europea, ma anche la consapevolezza che bisogna evolversi perché non si può restare fermi a concetti di dieci anni fa. Comunque, visto che qui non ci sono retrocessioni penso sia l’ambiente ideale per progredire, specialmente dal punto di vista dello sviluppo dei giovani”.
E proprio a proposito della crescita e dello sviluppi dei talenti, il ds ha spiegato il diverso punto di vista in America: “Dal punto di vista etico/mentale lavoriamo benissimo. Qui funziona in modo diverso. I genitori seguono i figli nel processo, contemporaneamente al calcio seguono anche gli studi così da riuscire, nel caso in cui non fosse possibile sfondare nel calcio, ad entrare quantomeno al college. Dopo che finiscono l’istruzione possono scegliere che fare della loro vita. Grazie a questo sistema stiamo riuscendo a sviluppare molti dei nostri ragazzi e formarli per la vita del domani. Li stiamo crescendo, anche da un punto di vista individuale. Posso dirti con certezza che la generazione di giovani che abbiamo adesso sarà migliore anche dei vari Trusty, McKenzie ed Aaronson che abbiamo già avuto”.
Un altro aspetto caratteristico del calcio americano è il sistema del draft, già consolidato in altri sport come il baseball ed il basket. A tal proposito, il Philadelphia si conferma squadra anomala, visto che è una delle poche che evita questo “calciomercato”, come ci spiega lo stesso Tanner: “Perchè dovrei mettere un giocatore preso al draft avanti ad un giovane proveniente dalla nostra Academy? Ho venduto le nostre scelte al draft, la concezione di “draft” come acquisto di un giocatore che può vincere le partite da solo, come succede in NBA, è sbagliata. Non sono la stessa cosa, anzi. Negli ultimi anni, di tutti i giocatori draftati dalle squadre solo 7-8 hanno avuto una chance in prima squadra e soltanto due alla fine hanno avuto contratti ufficiali. Escono dal college a 21/22 anni e per questo motivo la loro formazione non dipende da te, ma dagli istituti per cui giocano. Le stagioni di calcio sono molto più blande al college, durano da agosto ad ottobre e poi, recentemente, è stata aggiunta una stagione primaverile. Per il resto dell’anno non possono nemmeno allenarsi insieme con il mister. Se invece posso seguire in prima persona lo sviluppo di un giocatore sin da quando è bambino avrò risultati migliori. Ad oggi le pick al draft non ti fanno svoltare le squadre, come magari succede in altri sport”.
In vista dei Mondiali in USA del prossimo anno, ed anche della Coppa del Mondo per club conclusasi in estate, viene però da chiedersi se, effettivamente, l’MLS ed il calcio americano stiano effettivamente arrivando ai livelli europei. Il ds dei Philadelphia ci ha però spiegato: “A livelli top? L’MLS non può competere assolutamente con le big europee, troppo divario. Ricordo che in estate il Francoforte ha fatto la preparazione qui e noi abbiamo pareggiato, sono molti club di media/bassa classifica dei top campionati che vengono qui in estate e che giocano contro le squadre americane, ti posso dire che il livello attuale del nostro calcio è quello, da media o bassa classifica. Ma miglioreremo, la Coppa del Mondo in questo sono sicuro che aiuterà molto lo sviluppo del calcio”.

Ernst ci ha poi raccontato qualche suo ricordo personale ed anche i suoi prossimi obiettivi: “Onestamente la cosa più bella che ricordo di qui è il tifo. Un anno arrivammo in finale di coppa, riuscimmo a pareggiare negli ultimi minuti e poi al 124’ segnammo il gol del 3-2. Purtroppo subimmo il gol del pari e perdemmo ai rigori contro il Los Angeles, ma vennero a seguirci talmente tanti tifosi da Philadelphia che era come essere in Europa, una parte di stadio piena di blu, fu una bellissima sensazione. Sono contento qui. Se tornerò mai a casa? Ho passato 25 anni nel mondo del calcio, a lavorare e ad apprendere nuove cose, penso che sia arrivato il momento di rilassarmi e di godermi un po’ la vita. Per adesso non ho stimoli a tornare in Europa, volevo sperimentare qualcosa di diverso, di atipico, per questo sono qui adesso. Non ho rimpianti per la mia carriera, sono felice di aver fatto ciò che ho fatto, per il momento il mio posto è questo”.
In un’America che vuole tutto e subito, Ernst Tanner ha scelto la via più lenta: costruire. Mentre gli altri comprano stelle, lui pianta radici. E forse è proprio lì, nella pazienza, che il calcio americano troverà davvero se stesso.