In questo Mondiale per Club dai toni surreali – dove i magazzinieri dell’Auckland City fermano il Boca Juniors e il Botafogo sorprende il PSG – c’è una storia che continua a far sognare. È quella del Fluminense, il “Tricolor” di Renato Portaluppi che, dopo aver eliminato Inter ed Al-Hilal, è arrivato a un passo dalla finale.
Tutto inizia nel 2023, quando – contro ogni pronostico – il club carioca vince la Copa Libertadores battendo proprio il Boca Juniors in finale. È John Kennedy, oggi al Pachuca, a segnare nei supplementari il gol che vale la storia. In campo ci sono Felipe Melo, Marcelo, Nino, André, e in panchina siede Fernando Diniz, tecnico ambizioso che in quel momento fa esplodere il “dinizismo”, il suo stile di gioco libero e coraggioso. Anche se nella finale del Mondiale per Club arriva un pesante 4-0 contro il Manchester City, il mondo inizia a parlare del Fluminense. E quel momento segna l’inizio di un viaggio pieno di alti e bassi.
Dopo quel trionfo, infatti, qualcosa si rompe. Alcuni leader si ritirano (Felipe Melo, Marcelo), altri lasciano il club (André, Alexsander, Elias), e i rinforzi non convincono, con Douglas Costa e Renato Augusto che non fanno la differenza. Il Fluminense comincia a faticare in campionato, finendo addirittura a lottare per la salvezza. Diniz, che per un periodo guida anche il Brasile, viene esonerato e al suo posto arriva Mano Menezes, che riesce a salvare il club proprio all’ultima giornata, prima di lasciare la panchina dopo un Carioca deludente.
Il rilancio parte con una leggenda della casa: Renato Portaluppi. Sotto la sua guida, la Flu ritrova identità e motivazioni. E con alcuni acquisti mirati – Thiago Silva, Everaldo, René, Freytes, Hércules e Canobbio – la squadra torna competitiva. Il campionato sorride, la qualificazione al primo posto in Sudamericana è cosa fatta, e il gioco entusiasma.
Guardare il Fluminense è un’esperienza. Il mix tra veterani e giovani crea qualcosa di unico. Fabio, 44 anni, para tutto e continua a battere record. Thiago Silva, a 40, resta una garanzia. Samuel Xavier, Keno, Ganso, tutti oltre i 35, mostrano ogni partita classe e lucidità. Accanto a loro, giovani spregiudicati come Hércules, Martinelli, Bernal aggiungono ritmo e freschezza. Poi c’è Jhon Arias, il numero 21. Colombiano, talento puro, gioca con il sorriso anche al 90′. Fa tunnel, dribbla, sterza, inventa. Prima ancora di calciare una punizione – contro l’Hulsan, più bella persino di quella di Messi – già sorride. Ha una leggerezza contagiosa, una creatività rara. E chi lo marca, spesso, non sa come fermarlo.
Ma Arias non è solo. Tutti, nel Fluminense, giocano così: con passione. Manoel, anche se vede poco il campo, festeggia ogni gol come fosse suo. Guga, contro l’Al-Hilal, si lancia in scivolata per evitare un cross e urla di gioia come se avesse segnato. Freytes, centrale difensivo, si ritrova spesso a impostare da trequartista. È una squadra imprevedibile, che sembra nata per divertirsi.
L’idea di gioco della Flu
Il Fluminense non ha un solo modulo. In questo torneo cambia spesso: parte con un 4-3-3, passa al 4-2-3-1, poi al 3-5-2. Difende a cinque, con gli esterni che si abbassano per coprire. In mezzo al campo, Hércules e Martinelli formano una diga, mentre Bernal e Arias alzano la pressione. Davanti resta Cano, o Everaldo, pronto a colpire. In questo modo i giocatori, creando una grande densità, riescono ad impedire attacchi pericolosi avversari, trovandosi quasi sempre in situazioni di superiorità numerica.
Quando attacca, la Flu cambia pelle. Freytes, il più rapido e tecnico tra i centrali, si stacca e sale in mezzo al campo, creando spazi sugli esterni. I centrocampisti si muovono con libertà, e gli esterni si alzano sulla linea dei trequartisti. Ganso inventa, Arias si muove tra le linee. Le azioni si costruiscono con triangolazioni, uno-due rapidi, e tanta voglia di sorprendere. I centrocampisti tirano spesso da fuori, si inseriscono, saltano gli schemi. E chi entra dalla panchina, come Everaldo o Keno, spacca le partite con dribbling, accelerazioni e intuizioni. È un calcio istintivo, a tratti folle: rabone a centrocampo, tunnel solo per il gusto di farli, dribbling inutili ma stupendi. Il bello è che, alla fine, funziona.
Il Chelsea è avvisato. Giocare contro questo Fluminense significa affrontare un gruppo di giocatori che si divertono davvero. Che vivono il calcio con la gioia di chi non vuole smettere. Non puoi restare indifferente. Ti viene voglia di tifare per loro. Perché la Flu è questo: passione, libertà, incoscienza. È quel bambino che entra per la prima volta al parco giochi, sale sulle montagne russe e scopre la bellezza dell’adrenalina. È il calcio che ti fa battere il cuore.
Pra cima, Fluzao!!