Il talento precoce, la passione come motore trainante, ma soprattutto l’assenza di compromessi nel perseguire un’arte che sembra essere stata scolpita nel loro destino. Un prologo che lasciamo al lettore l’onere di attribuire: da un lato, i fratelli Coen, maestri del grande schermo, conosciuti come il regista a due teste; dall’altro, il binomio comasco destinato a polarizzare il mercato europeo negli anni a venire.
Allarghiamo lo sguardo, analizzando il microcosmo delle arti liberali moderne. Architettura, pittura, scultura, musica, letteratura, danza e cinema: tutte espressioni della creatività umana, che trovano spazio nel panorama culturale globale. A queste, però, aggiungiamo lo sport popolare per eccellenza, il calcio, un’arte a sé stante.
Appellandoci ai due principi che legano indissolubilmente le arti – malleabilità e permeabilità – diventa quasi naturale associare il calcio a quella che è l’arte visionaria per eccellenza: il cinema. A quel punto Joel ed Ethan Coen devono necessariamente essere collocati in prima fila tra i protagonisti della sperimentazione e dell’avanguardia cinematografica. Il loro è un linguaggio che sfugge a ogni etichetta, un’arte che ha come scopo la propria stessa essenza, senza bisogno di compromessi. Ma la loro grandezza non si ferma alla pura estetica: i Coen sono la voce dell’Americana, il folklore a stelle e strisce del XX secolo, capaci di decifrare in toto una cultura. Ciò che ha contraddistinto i fratelli Coen fin dall’inizio è quel magnetismo unico, figlio di una sincerità a tratti brutale, che andava a formare un alone metafisico che pareva aleggiare sulle loro teste. Un’attrazione irresistibile che non ha lasciato scampo a nessuno, tantomeno all’occhio attento della critica cinematografica.
Riavvolgiamo il nastro di quasi mezzo secolo, quando i due nativi di Saint Louis Park, ancora poco più che ragazzi, muovevano i primi passi nel mondo del cinema. Dopo i primi esperimenti ed i primi credits nei quali compaiono in veste di collaboratori, si presentano al grande pubblico con il lungometraggio “Blood Simple – Sangue Facile”, ottenendo il plauso di una critica affascinata ed incuriosita. A conferma del loro talento precoce, arrivano le prime importanti riconoscenze, tra cui i premi allo US Film Festival.

La fascinazione verso i fratelli Coen risiede proprio nell’ermetismo che si cela dietro ogni loro rappresentazione. Questa cifra stilistica unica nasce dalla sinergia perfetta tra i due, alimentata da un equilibrio quasi perfetto tra esperienza pratica e approfondimento teorico: da un lato, la laurea in Cinematografia di Joel, dall’altro, quella in Filosofia di Ethan. Dal loro esordio con Blood Simple fino ai giorni nostri, i capolavori firmati dal duo sono numerosi, sfuggenti, difficili da incasellare in una struttura rigida. Persino identificare dei topos visivi ricorrenti diventa un’impresa complessa, perché il loro cinema si reinventa costantemente.
Ciò che rende i fratelli Coen delle figure imprescindibili nel firmamento cinematografico è la loro straordinaria capacità di non uscire mai dai favori della critica, un equilibrio che riescono a mantenere per due motivi fondamentali. Il primo è la loro posizione di cerniera tra due mondi apparentemente distanti: da un lato, il grande spettacolo hollywoodiano, dall’altro, il cinema d’autore, quello più sperimentale e sofisticato. Il secondo aspetto è il loro rifiuto categorico di qualsiasi forma di divismo becero. Questo insieme di elementi ha portato il pubblico ad attendere ogni loro opera come i bambini aspettano l’arrivo del Natale. Registi, produttori, sceneggiatori, montatori (seppur sotto lo pseudonimo di Roderyck Jaynes), i Coen sono demiurghi totali del loro universo cinematografico.
Attenzionati dalla critica militante fin dagli esordi, artisticamente inafferrabili, poliedrici e impeccabili nel proprio operato. Ma soprattutto, destinati a lasciare un’eredità duratura, a far nascere proseliti e a segnare un’era.
Sì. Se Joel ed Ethan Coen giocassero a calcio, non ci sarebbero dubbi: lo farebbero vestendo le maglie 79 e 38 dei comaschi. Due talenti complementari, due menti affini, due visioni che si intrecciano per dare vita a qualcosa di unico. Un paragone audace, ma perfettamente calzante: proprio come i registi americani hanno riscritto le regole del cinema contemporaneo, questi due talenti emergenti potrebbero ridisegnare i confini del calcio europeo nei prossimi anni.
La nostra ottava arte, il calcio, si presta perfettamente a questo gioco di parallelismi artistici, mettendo in scena due dei talenti più brillanti della nuova generazione. Due giovani promesse che, almeno per il momento, possiamo goderci nel “Bel Paese”, anche se il loro destino sembra già scritto su palcoscenici ancora più grandi.
Parlavamo di esordi roboanti, e quelli di Assane Diao e Nico Paz non sono stati da meno. Anzi, se vogliamo essere più precisi, possiamo aggiungere un altro superlativo: precoci. A 18 anni, in un anonimo club della penisola iberica chiamato Real Madrid, fa il suo esordio in prima squadra Nicolas Paz. Nello stesso anno, ma quando di anni ne aveva 17, Assane Diao veste per la prima volta la maglia del Real Betis in prima squadra. Una già percepita sensazione di magnetismo, eccola che ritorna. Le gesta dei due baby prodigi non passano di certo sotto traccia e attirano gli occhi di tutti. Ma qual è il vero motivo? Beh è molto semplice. Negli artisti neofiti che questo sport plasma anno dopo anno, Assane Diao e Nicolas Paz rappresentano l’esperimento più riuscito.
Questo perché, nella loro personalissima visione del calcio, troviamo quella freschezza, quella propensione a scardinare le regole, quel brio e quell’eccitazione che dovrebbero caratterizzare qualsiasi ragazzo di neanche vent’anni. Ma ciò che li distingue è il modo in cui tutto questo non è fine a sé stesso, bensì orientato al risultato. Paz e Diao non praticano il culto dell’effimero, il loro calcio non è un triviale virtuosismo: sono invece la perfetta simbiosi tra la retorica ed il pragmatismo.

Anche loro sembrano aver acquisito le nozioni teoriche derivanti dalla loro breve ma simbolica gavetta e ora si dilettano a mettere in moto il proprio processo creativo. Affascinanti, sfuggenti, ma a differenza dei fratelli Coen, a lungo andare, un topos artistico potremmo inquadrarlo presto: il gol, una costante.
Poliedrici e completi, capaci di immergersi completamene nella propria arte. E allora chi in Serie A svolge un ruolo più preminente di quello svolto da Paz e Diao? Ve lo diciamo noi, nessuno. Registi, sceneggiatori e produttori di tutto ciò che i Comaschi mostrano ogni week end al proprio pubblico, spesso composto proprio da star cinematografiche. E non importa se lo pseudonimo di Roderyck Jaynes ogni tanto muta nei credits finali, trasformandosi in Patrick Cutrone, Gabriel Strefezza o Alieu Fadera, noi sappiamo che a tener in piedi la grande proiezione artistica ci sono sempre loro. Se Assane Diao e Nico Paz fossero due registi, sarebbero proprio i fratelli Coen.