Niente formule magiche, intervista al Professor Roberto De Bellis

Abbiamo raggiunto il preparatore oggi in forza allo United FC di Dubai al fianco di Andrea Pirlo per parlare di tutto ciò che riguarda la formazione atletica dei calciatori professionisti.

Domandando ad un tifoso medio quali sono le figure più importanti di una squadra di calcio, le risposte più comuni probabilmente sarebbero l’allenatore, i giocatori, direttore tecnico e sportivo, direttore generale o presidente. In pochi, se non direttamente nessuno, citano il preparatore atletico. 

Questo perché la figura del preparatore atletico è spesso trascurata, sottovalutata per importanza ed efficacia. Se i giocatori della vostra squadra del cuore riescono a performare per più di novanta minuti a partita ogni tre giorni, gran parte del merito va proprio a questa figura che agisce nell’ombra. Colui che, quando i calciatori vanno in vacanza, passa il tempo a studiare gli elementi della squadra, creare piani individuali apposta per loro e programmare la prossima stagione. Insomma, senza un preparatore atletico di livello, non può esistere una squadra di livello. Per capire meglio quanto sia importante questa professione, noi della Rivista Rabone abbiamo parlato col Professor Roberto de Bellis, attualmente collaboratore di Andrea Pirlo allo United FC, negli Emirati Arabi Uniti.

«Dopo aver finito il liceo classico non sapevo cosa fare. Giocavo in Serie A nel calcio a 5 e volevo continuare a stare vicino allo sport. Il ruolo di preparatore atletico mi calzava particolarmente, sia perché mi piaceva studiare le metodologie di lavoro che per la predisposizione all’insegnamento che deriva dai miei familiari, tutti professori».

Da qui, la formazione: «Dopo i 19 anni ho capito che quella poteva essere la mia strada, non ho mai avuto dubbi in merito. Durante gli ultimi anni di carriera da calciatore ho cercato squadre che mi permettessero di svolgere il doppio incarico anche come preparatore, per poter lavorare sul campo. Da lì ho iniziato ad allenare nel settore giovanile del Chievo; ho anche collaborato con la federazione della nazionale di nuoto e con atleti individuali in Formula 1 e nel Volley, dove ho ampliato il mio bagaglio. Poi sono passato a dedicarmi completamente alla prima squadra. Insomma, ho fatto parecchia gavetta». 

Questo è il punto di partenza di De Bellis, che dal Chievo ha girato mezza Italia finendo ad allenare Atalanta, Sampdoria, Genoa, Cagliari e Juventus. 

«Ora sono qui negli Emirati Arabi con Andrea, abbiamo iniziato da quest’anno e il ricordo più bello di questa esperienza fin qui è arrivato quando abbiamo raggiunto i quarti di President’s Cup, una competizione più sentita anche del campionato stesso. Abbiamo eliminato i campioni di Champions asiatica, è stata una bella soddisfazione. Pirlo rende leggera la quotidianità, lavorare con lui è un piacere. Rispetto all’Italia qui ci sono dei parametri di potenza ottimale e parametri muscolari diversi. I nostri giocatori sono meno portati al lavoro di corsa senza palla, per esempio. Poi qui c’è un tempo effettivo minore, fino all’ultimo mese c’era ancora il cooling break, il caldo è assurdo!», prosegue nel suo racconto il professore che, al momento, è al sesto posto in campionato.

La figura del preparatore atletico, comunque, è in costante evoluzione. Bisogna sempre stare al passo con la tecnologia, con le ultime novità, con le richieste costanti degli allenatori.

«Si potrebbe dire che chi fa questo lavoro è come se facesse il sarto: come infatti il vestito va cucito su misura per una persona, così il lavoro di un preparatore atletico deve essere fatto su misura a seconda delle caratteristiche del giocatore. Bisogna tenere in conto tanti fattori, il nostro compito è quello di far giocare il più a lungo possibile un calciatore senza che si infortuni, migliorando le sue qualità e limitando i deficit. Prima si pensava che si potesse strutturare una preparazione atletica con le solite frasi del fieno in cascina o del “poi ce lo ritroviamo”. Nulla di più sbagliato! Bisogna prima innalzare i parametri del singolo e della squadra, dopo un discorso introduttivo si alzano e si abbassano i carichi di lavoro in base alle esigenze e poi bisogna cercare di mantenere performance alte tenendo sempre cura all’aspetto della prevenzione, al giorno d’oggi fondamentale». 

Nel chiedergli quale sia il suo approccio, ci spiega: «Non esiste “una” programmazione, ne esistono tante, c’è una modulazione dei carichi che permette al giocatore di continuare a giocare a livelli alti ed evitare grandi cali. Ogni squadra di calcio è composta da diversi elementi, non si può semplicemente uniformare una preparazione. Per non parlare poi dei mezzi di valutazione, al giorno d’oggi esiste di tutto: strumenti che ci permettono di monitorare il sonno degli atleti, strumenti che ci fanno capire i parametri neuromuscolari del soggetto, programmi che permettono di capire quando aumentare i carichi di lavoro e quando invece bisogna concentrarsi sul recupero. Praticamente esiste di tutto, metro per metro, passo per passo, possiamo monitorare tutto, dal lavoro sugli appoggi ai tempi di reazione alla velocità lanciata».

Come già ha sottolineato il Prof. de Bellis, la preparazione atletica è un’arte, uno strumento che va cucito ad hoc per un determinato soggetto che, in base anche all’età e alla storia degli infortuni, segue un percorso fatto appositamente per lui. «Non esiste una formula preconfezionata. Se un giocatore per esempio ha uno squilibrio tra parte anteriore e parte posteriore ha bisogno di un buon grado di lavori di prevenzione rispetto ad un ragazzo che magari ha un buon lavoro di equilibrio». Non viene lasciato praticamente nulla al caso, si cura ogni singolo dettaglio dal lavoro in palestra al carico di lavoro in campo al pre e post allenamento, dagli allenamenti in squadra a quelli individuali a casa. 

Il lavoro di un preparatore atletico non si ferma lì. Spesso, quando un giocatore torna da un infortunio particolarmente grave, come la rottura del legamento crociato, c’è un lavoro di precisione e di prevenzione che avviene dietro le quinte: «Questi tipi di infortunio sono probabilmente i più fastidiosi. Per ridurre questi infortuni bisogna fare dei test specifici che ti dicono i tempi di reclutamento della muscolatura, ma soprattutto la direzione della forza in situazioni statiche e dinamiche. In breve, si controlla che durante questo tipo di situazioni, banalmente dopo un balzo ad esempio, la muscolatura non vada a sovraccaricare il ginocchio. Si valuta se il giocatore carica internamente in direzione della forza, se il tempo di stabilizzazione e di reclutamento è rapido o se c’è qualche tipo di carenza. Per prevenire infortuni di lunga data è fondamentale svolgere questi test che, purtroppo, vengono spesso dimenticati».

Il Prof. de Bellis ci ha poi portato all’interno di una sua routine durante un raduno estivo, dicendo che: «Le giornate sono lunghe, con due sedute di allenamento. Dopo la colazione c’è la prima seduta, e mediamente trovi due tipi di situazioni: si lavora sul piano fisico o si lavora con palla. Alterniamo sedute di carico e scarico, sedute orientate sul neuromuscolare o sulla resistenza. Avendo tanto tempo a disposizione si cura il particolare, abbiamo molto tempo da dedicare ad aspetti preventivi, analisi, test, tutta una serie di lavori che poi dopo per mancanza di tempo difficilmente riusciamo a fare». 

Con partite fissate praticamente ogni 3 giorni diventa poi difficile tenere il passo e può capitare spesso che alcuni giocatori arrivino stremati a fine stagione, magari dovendo anche giocare con le rispettive nazionali qualche torneo. L’eccessivo numero di match è da tempo la causa più citata dei numerosissimi infortuni che vediamo anche in campionato. 

A tal proposito, il Professore ci ha detto: «Io non credo sia colpa dei preparatori atletici; ricordiamoci che il nostro lavoro dipende dalle richieste del mister, dal numero di partite che ha giocato un dato giocatore, dal lavoro con la palla. Spesso sono stupidaggini che commettono i giocatori stessi, individualmente oppure affidandosi a preparatori esterni che non hanno un controllo totale sul carico di lavoro e sullo stimolo che ha il giocatore in partita. Un’altra percentuale dipende però anche dai parametri di cui ti ho parlato prima. Non tutti effettuano controlli maniacali, può capitare qualcuno più “superficiale” che si affida al report e non controlla se il carico di lavoro ha inciso o se il giocatore ha recuperato, ma non credo ci sia una preparazione completamente sbagliata».

Abbiamo chiuso l’intervista per mancanza di tempo e non certo di domande, con un’unica certezza: nel panorama calcistico professionistico di oggi, il mestiere del preparatore atletico è da un lato il più sottovalutato e semplificato, e dall’altro il più complesso e articolato.