Ousmane Dembélé e la sindrome del figlio di mezzo

Una riflessione sull’ascesa improvvisa e inaspettata di quello che fino a poco tempo fa veniva considerato il giocatore più pigro del mondo.

I’m dead in the middle of two generations,
I’m little bro and big bro all at once

Ousmane Dembélé è nato il 15 maggio del 1997 a Vernon, in Normandia, quattro giorni prima che nascessi io. Già questo basta a farmi sentire una sorta di sussulto empatico nei suoi confronti, come se fossimo in qualche modo simili. Questa specie di fratellanza che provo è forse dovuta al fatto che noi del ’97 siamo un po’ figli di nessuno; nati troppo presto per vivere al ritmo di trend e Tik Tok come la Gen Z, nati troppo tardi per coltivare il culto nostalgico dei Millennial. E così siamo finiti nel mezzo di due generazioni, tra quella che si è goduta gli ultimi echi di un mondo senza internet e quella che è nata in un mondo in cui già non se ne poteva fare a meno.

Dembélé è cresciuto in questo paradosso. Da un lato attratto da quell’universo di silicone costruito su fondamenta di Fortnite e food porn, dall’altro obbligato (per motivi quasi meramente anagrafici) a raccogliere il testimone dei grandi campioni millennial di questo sport. Il talento è sempre stato dalla sua parte, la testa (ovviamente) no. Per anni di lui si sono dette le stesse cose: un bravo ragazzo, solo un po’ svogliato, un caso patologico di “è intelligente ma non si applica”.

Quando a 20 anni approda a Barcellona si ritrova sulle spalle il doppio peso dell’eredità di Neymar e di un cartellino che supera i 130 milioni di euro. Le pressioni sembrano enormi, lui non ne sembra soffrire più di tanto. Non che le prestazioni siano brillanti, anzi, ma le responsabilità in campo rimangono relativamente poche, e più che “tremargli le gambe” sembra “pesargli il culo”

Il Barcellona continua ad affidarsi religiosamente a Messi (che in quei quattro anni mette a segno 165 gol e 74 assist), e questo non aiuta Dembélé a capire come stare al mondo. Probabilmente avere un compagno in grado di giocare da solo, e che sceglie di farlo se non stai al passo suo, è calcisticamente diseducativo. Le poche volte in cui Dembélé servirebbe, poi, non si fa trovare pronto (spesso letteralmente, visti i continui ritardi). I suoi comportamenti diventano quasi fastidiosi per quanto sono infantili. Esordisce cazzeggiando col pallone alla presentazione al Camp Nou, alle interviste sembra quasi fare scena muta, alle riunioni fa tardi perché gioca fino al mattino ai videogiochi. Di Dembélé si dice che gli manchi “struttura”; intanto il Barcellona prova a imporgliela, senza risultato.

I suoi sono vizi per certi versi normali, anche comprensibili per un adolescente. Come scrive Emanuele Atturo su l’Ultimo Uomo: «Ai calciatori professionisti chiediamo di mettere tra parentesi la propria gioventù, di essere estremamente seri e professionali in una fase della vita in cui magari si è semplicemente dei cazzoni. Dembélé è stato fra i primi a sabotare il luogo comune di talento sprecato+bad boy. Non si rovinava la carriera per feste, donne, macchine veloci, ma con Playstation, junk food, Football Manager, cazzate fatte in casa con amici che assecondavano la sua vita adolescenziale».

Una serie di comportamenti che ci lasciavano spiazzati, e che ancora oggi difficilmente riusciamo a censurare con la giusta nota di gravità. Alla fine ci strappavano un sorriso, spesso e volentieri diventavano meme. Inutile dirvi che in parte mi ci rivedo, e forse non è tanto assurdo dire che Dembélé sia stato il primo giocatore veramente “relatable” dall’avvento del turbo-professionismo. Nessuno ce l’aveva con lui per questa sciatteria mentale, che tanto prima o poi ci assale tutti. Tanto forte era questo richiamo alla nostra adolescenza che siamo arrivati collettivamente ad accettare bonariamente questa sua natura bambinesca. Coscienti già in quel momento che era condannato ad una legacy a metà fra il “what if?” e il “the streets won’t forget”, a quel punto lasciamolo in pace.

A Barcellona i suoi comportamenti sono stati sempre tollerati, e per larghi tratti anche considerati normali. Oltre a dirla lunga sulle discutibili politiche del club catalano nella seconda metà degli anni ‘10, questa è anche la fotografia di un giocatore mai realmente responsabilizzato. Non è un caso che solo la partenza di Messi – con un ruolo più centrale sia in campo che all’interno dello spogliatoio per il francese – avesse fatto sì che le sue quote a Barcellona risalissero, seppur leggermente.

Il vero clic mentale però è arrivato a Parigi, dove ha trovato un gruppo giovanissimo in cui è stato catapultato improvvisamente nel ruolo di fratello maggiore. Cosa è scattato? Sicuramente i suoi compagni sono lontani anni luce dal Dembélé infantile di Barcellona; anzi, sono la dimostrazione vivente del giocatore che sarebbe potuto essere. Nei vari Barcola, Zaire-Emery, Doue, Joao Neves o Kvaratskhelia, Dembelè rivede il suo talento cristallino, ma soprattutto la disciplina che gli era sempre mancata. E allora che fratello maggiore può essere? Parigi lo mette davanti a tante versioni alternative di se stesso, tutte che si prendevano un filino più sul serio. 

Ci siamo convinti che il successo di un gruppo così giovane sia dipeso dall’esperienza di Dembélé, che molti suoi compagni più giovani vedessero in lui una guida tecnica ed emotiva. Ma se fosse il contrario? Se fosse stata la straordinaria maturità di un gruppo così giovane a “svegliarlo”, mettendolo davanti a una lista infinita di promesse non mantenute, di aspettative disattese, di buste del McDonald’s e di joystick spaccati?

L’immagine più evocativa della partita vede Dembélé carico a molla, piegato su dei blocchi di partenza immaginari, pronto a pressare la prima costruzione di Sommer. Gli occhi sbarrati gli donano una cattiveria agonistica che non eravamo abituati a vedere dipinta sul suo viso. Il linguaggio del corpo – che nel gergo dei gamer potremmo definire “locked in”, o “focalizzato” – gli conferisce finalmente l’aura del leader totale.

Ma chi lo avrebbe mai detto?

Posseduto.

La sua partita poi sarebbe anche piena di giocate brillanti, di giocate alla Dembélé. Come la suola per Vitinha, che rovescia il campo di quarantacinque gradi in discesa per il PSG e che porta al gol del 3-0. Eppure sono meno importanti – non meno decisive, ma meno significative – di quelle pressioni.

Giocate che squarciano il campo.

Per arrivare a questo Dembélé, quello che pressa Sommer per novanta minuti come un ossesso, abbiamo assistito a sette anni di un’incostanza eccezionale. Anni di meme, di prese in giro, di un ragazzo che sembrava allergico a tutti i meccanismi iper-competitivi del professionismo. Tante volte è stato anche frainteso; il suo impegno politico, la sua fede o la sua passione per la storia e la cultura sono tutti passati in secondo piano rispetto ai suoi vizi adolescenziali. L’almeno apparente mancanza di fame e di ambizione che lo ha accompagnato ha fatto sì che si calcasse la mano su una narrazione che tendesse al pigro, più che al distratto. Le sue peculiarità – in mezzo a un contesto tossico come solo il calcio sa essere – lo hanno fatto sembrare un alieno, e questo ci ha restituito un’immagine distorta del ragazzo ancor prima che del giocatore.

E così Dembélé per anni è stato il figlio di mezzo, schiacciato fra giocatori più talentuosi e più professionali e più ambiziosi di lui. Prima fratello minore di Messi e Griezmann, poi fratello maggiore di Mbappé e di Yamal. Saltato a piè pari, da tifosi e media insieme, nella ricerca di una testa su cui poggiare la corona. Per larghi tratti è stato quello che andava inquadrato, che andava sgridato e che il più delle volte si beccava un calcio nel sedere, mentre i fratelli maggiori si prendevano tutte le lodi e i fratelli minori tutte le coccole. 

Dembélé ci ha messo 28 anni a diventare grande. Ha fatto con calma, come gli abbiamo visto fare tante volte. Ma ci dimostra anche che non è mai troppo tardi. Nessuno sa dire precisamente cosa sia scattato nella sua testa per arrivare a una impronosticabile stagione da papabile Pallone d’Oro. La mano di Luis Enrique, un contesto più responsabilizzante, o banalmente l’aria di casa. Probabilmente, conoscendo il personaggio, non saprebbe dircelo neanche lui.