Athletic Club: identità, calcio e cultura

Il racconto della stagione di un club custode della propria identità: i rojoblancos tornano a sognare il ritorno in Champions League dopo 9 anni.

C’è una squadra in Liga che, nonostante il calcio prenda sempre più la direzione della globalizzazione, riesce ancora a difendere la sua identità che persiste da più di centodieci anni. Si tratta ovviamente dell’Athletic Club, squadra da molti erroneamente denominata “Atlético Bilbao”: nome che vi consigliamo vivamente di non utilizzare, specialmente se vi doveste trovare ad affrontare una discussione con un tifoso basco. L’appellativo rievoca infatti i brutti ricordi della dittatura franchista, che impose al club di nazionalizzare il nome.

Li fareste, invece, felici se parlaste con i giusti termini del periodo positivo che sta vivendo attualmente la squadra guidata dall’ex allenatore del Barcellona Ernesto Valverde. Dopo l’esperienza da giocatore, in cui segnò 50 gol in 188 partite, e le due nelle vesti di allenatore della prima squadra (dal 2003 al 2005 e dal 2013 al 2017), Ernesto Valverde nella scorsa stagione è tornato in terra basca, nuovamente per guidare l’Athletic Club. Los Leones hanno deciso di fare affidamento sull’uomo che è riuscito a riportare un titolo in bacheca (Supercoppa di Spagna, 4-0 vs Barcellona) dopo trent’anni di vuoto.

Rispetto alla passata stagione (terminata all’ottavo posto) i baschi girano a una velocità molto più alta. L’Athletic Club occupa momentaneamente il quarto posto, traguardo che non veniva centrato, a questo punto della stagione, dal 2013/14, quando i biancorossi occupavano la seconda posizione. Tutto questo grazie ai 41 punti in classifica: mai così tanti nell’era dei tre punti a vittoria, superando il record di 36 ottenuto nella stagione 2012/2013. Entrambi i risultati condividono, ovviamente, lo stesso autore: Ernesto Valverde, che l’anno scorso ha sfiorato il ritorno in Europa, sfumato per soli due punti di distanza dalla settima. Quest’anno però si può sognare in grande. Il ritorno in Champions League, dopo dieci anni, è del tutto alla portata. Tutto questo con una squadra composta interamente da giocatori di origine basca, tradizione a cui i tifosi non hanno alcuna intenzione di rinunciare (nel 2010 il 93% di essi rispose in maniera negativa alla possibilità di aprirsi al tesseramento di giocatori stranieri).

Circa il 62% dei punti (41) è stato conquistato in quello che è da poco più di dieci anni rappresenta un autentico fortino per l’Athletic Club: lo stadio di San Mamés. “Lo stadio che ti prende per mano e non ti lascia mai solo”, diceva Marcelo Bielsa, uno che da quelle parti ha lasciato bellissimi ricordi. La nuova cattedrale, con i suoi cinquantatremila posti, trasporta emotivamente e supporta la squadra in ogni partita, dimostrandosi il dodicesimo uomo in campo. Non a caso i rojoblancos sono quarti per gol realizzati (27) e punti conquistati in casa (26), dietro solo ad Atletico Madrid, Real Madrid e Girona. Uniche squadre, alle quali si aggiunge il Villareal, in grado di superare i rojoblancos nella classifica dei migliori trii d’attacco: il trio basco formato da Inaki Williams, Guruzeta e l’ex Torino Berenguer è ad oggi autore di 20 gol.

Conquistare tali traguardi in quel di Bilbao non è per niente scontato, per molti potrebbero addirittura essere comparati alla vittoria di un titolo. Per ottenere dei grandi risultati c’è bisogno che coincidano almeno due situazioni, la cui contemporanea presenza risulta complicata quasi quanto la risoluzione di un cubo di Rubik: una buona generazione di talenti baschi e un buon allenatore alla guida.
“La filosofia dell’Athletic riflette il desiderio non di vincere, ma di vincere in maniera speciale e contro ogni pronostico” dirà Mariann Vàczi, antropologa ungherese, in uno studio sulla tifoseria biancorossa per l’Università del Nevada.

Quello che non tutti sanno è che la scelta di non tesserare atleti stranieri non nasce con la fondazione del club nel 1898, ma ventitré anni dopo. La svolta autarchica ha inizio infatti nel 1911, anno in cui il Barcellona ed i rivali di sempre della Real Sociedad vennero squalificato dalla Coppa di Spagna per aver schierato due giocatori inglesi non tesserati regolarmente. Le due società si unirono quindi contro l’Athletic Club, accusando la società di Bilbao di aver utilizzato a sua volta due stanieri, Martins e Sloop, senza un regolare tesseramento. Dopo una serie infinita di ricorsi e contro-ricorsi, il torneo riprese e andò proprio nelle mani dei rojoblancos. A partire dall’anno seguente, tuttavia, il club decise di non tesserare più giocatori stranieri. Da lì la coltivazione fondamentale e accurata nel proprio orto dei talenti locali, esattamente a Santa Maria de Lezama. Tutto ciò fornisce anche stimoli in più ai giovani baschi che si avvicinano al calcio, viste le alte probabilità di poter far parte un giorno dei Leones.

A contraddistinguere l’Athletic però non è solo la formazione della rosa, ma anche il codice di comunicazione, differente dalla lingua spagnola, che viene insegnata sin dai primi calci: è accettata solamente la lingua basca. I giocatori in campo, quindi, per il tifoso rappresentano la città, il territorio e la cultura. Tutto quel che si è perso nel calcio di oggi lo si può vedere solo nell’Athletic Club.