La rabona è un atto di ribellione

Come nasce la rabona e perché ci rappresenta

Il 19 settembre del 1948 l’Estudiantes de La Plata è quarto, a tre punti dalla vetta. Mancano tre mesi alla fine del campionato e el Pincha, come lo chiamano i suoi tifosi, ha bisogno di vincere contro il Rosario Central per rimanere in scia alle prime classificate, un trio composto da Independiente, Racing e River Plate. Poco dopo le sedici il club di La Plata è già comodamente in vantaggio di due gol grazie alla doppietta del Payo Pelegrina, quello che tutt’oggi è il suo miglior realizzatore di sempre.

Il calcio di quegli anni è ancora un parente lontano del “business” che ci hanno lasciato le modernizzazioni degli anni sessanta e settanta: l’erba sui campi cresce in maniera sporadica e incostante, mangiata da una terra dura e spietata che non perdona cadute e scivolate, mentre i palloni a 32 pannelli bianchi e neri non hanno ancora sostituito i macigni a 18 strisce irregolari di cuoio marrone. Alla prima trasmissione televisiva in Argentina mancano ancora tre anni e le uniche testimonianze che abbiamo di quella partita sono i ventimila tifosi sugli spalti, i giornalisti dell’epoca e le fotografie divorate dallo scorrere tempo.

Alla fine della stagione l’Estudiantes arriverà terzo e la vittoria con il Rosario non sarà decisiva per il campionato. Pare dunque un altro incontro segnato dall’indistinguibilità delle partite dell’epoca, dove le maglie risultano tutte uguali, i movimenti dei calciatori sono meccanici e codificati come quelli dei personaggi di ISS Pro e tutti i presenti in campo sembrano condividere la stessa fisionomia e lo stesso barbiere.

Lo stadio Jorge Luis Hirschi, casa dell’Estudiantes (fonte: Wikipedia)

A spezzare questa conformità ci pensa l’ala sinistra dell’Estudiantes, Ricardo “Beto” Infante, che in quel momento sta giocando una partita nella partita contro il centravanti del Rosario, Benjamin Santos: i due sono infatti in lotta per il titolo di capocannoniere, con Santos leggermente avanti. L’Estudiantes continua ad attaccare e un tiro di Gagliardo sbatte sul palo, scivolando innocuo oltre il vertice sinistro dell’area di rigore, diretto sul mancino di Infante. Beto, destro naturale, con la coda dell’occhio vede il portiere del Rosario ancora a terra, probabilmente già immagina Santos sorridere spavaldo, sicuro che un tiro di prima, col piede debole, da più di trenta metri, sarebbe impossibile. L’azione sembrerebbe così destinata ad esaurirsi, ma Infante sceglie la strada meno battuta: mentre il pallone rotola verso il suo mancino lui pianta la gamba sinistra come il tronco di una quercia e gli fa passare dietro la gamba destra con l’armonia di un pendolo. Il collo del piede impatta il pallone e viaggia diretto in gol.

Nessuno ha capito cosa sia successo o come abbia colpito quel pallone, con i periodici nazionali che il giorno dopo diranno: “Non è facile né difficile descrivere cosa sia successo, ma è indispensabile averlo visto per capire. Senza stoppare il pallone e in leggera corsa Infante tira da fuori area, colpendo il pallone col piede destro facendolo passare dietro la gamba sinistra. Una dimostrazione di destrezza, eleganza, agilità e pulizia degna di un ballerino.” È la prima testimonianza che abbiamo di un colpo del genere, quella che poi diventerà celebre come “la rabona”.

Ricardo Infante sulla copertina di El Grafico

Se è molto sudamericano il gesto tecnico, sudamericano è anche il modo in cui il termine viene coniato. Il secondo protagonista di questa storia è infatti Pablo Rojas Paz, scrittore per la rivista El Grafico, talmente noto sugli spalti da essersi guadagnato il soprannome di ‘El Negro de la Tribuna’. Nel riportare questo nuovo gesto tecnico, il giorno seguente Rojas Paz giocherà sul nome dell’attaccante, scrivendo: “Un Infante que se hizo la rabona“, ovvero “un bambino che ha marinato la scuola”. Non è un caso che per dargli un nome si ispiri al primo vero atto di ribellione di ogni bambino, e cioè il marinare la scuola.

Infante per lui rappresenta ogni ragazzo che nel sentirsi dire dal mister “devi sapere usare entrambi i piedi” non ci sta e si inventa il modo più complicato per non fare quello che gli si prova ad insegnare. Agli occhi di Rojas Paz, Infante fa parte di quella speciale categoria di studenti che mentre il professore spiega loro passano le ore a guardare fuori dalla finestra, escogitando i modi più creativi per fare sega a scuola. La rabona è quindi un atto di ribellione, puro ed infantile, con la sana dose di malizia che dovrebbe avere ogni ragazzino della calle.

Il gol di rabona Erik Lamela contro l’Arsenal che gli è valso il premio Puskas del 2021

Gli scrittori sudamericani sono sempre stati i migliori a cogliere queste sfumature, e non è un caso che il racconto sportivo da quelle parti sia il più accattivante e il più celebrato. La loro abilità unica nel non prendersi troppo sul serio, vivendo il calcio come un gioco e una guerra al tempo stesso, piegando la lingua in maniera elastica e creativa, costantemente creando ed esaltando una festa dal nulla, sono tutte qualità che hanno generato schiere di imitatori, anche nel nostro paese, con risultati altalenanti. L’eredità che ci hanno lasciato le penne che nascono sulle rive del Rio de la Plata hanno fomentato il fenomeno calcistico, trascendendo i confini dello sport, spesso prendendo in prestito semplici fatti di cronaca sportiva e restituendoci un quid pluris intangibile e magico.

Rabone come rivista nasce anche da questo: la scelta del nostro nome passa dall’inseguire i fantasmi dei Rojas Paz, dei Galeano o dei Morales, con l’ambizione di elevare il racconto sportivo anche in Italia e di riconsegnare qualcosa in più della semplice cronaca ai lettori. Abbiamo scelto la rabona perché è un colpo frainteso, perché nella sua controintuitività può sembrare un esercizio di stile, un virtuosismo fine a se stesso, ma è incredibilmente pragmatica nel concedere il dono temporaneo dell’ambidestrismo e rubare un tempo di gioco. La rabona è un gesto iconico, bello e rischioso, quasi letterario, come se la rabona fosse al tempo stesso quello che vorremmo essere e quello che vorremmo raccontare.

Negli anni a seguire la rabona diventa il “go-to” di giocatori che in modi diversi si sono guadagnati la reputazione di ribelli, in campo e fuori. Marinatori seriali, professionisti dell’ingresso in seconda ora; da Maradona a Gascoigne, passando per Quaresma e Neymar. Calciatori iconici, tutti in qualche modo un po immaturi e infantili. Non è difficile immaginarseli ancora adolescenti durante le ore di scuola, sentire l’eco della parola “assente” agli appelli non corrisposti, le loro risate ingenue e un po’ paracule in qualche parco, con un pallone e il testardo rifiuto di usare entrambi i piedi.

Trentaquattro anni dopo il gol di Infante, nel secondo atto di Amici Miei di Mario Monicelli, l’architetto Melandri pronuncerà le parole forse più abusate della storia del giornalismo sportivo italiano: “Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.” Una citazione ripetuta ad nauseam anche per i gesti più banali, ma che sembra nascere proprio dalla penna di chi ha assistito in prima persona alla prima rabona e a tutte quelle venute dopo.