Il tempo effettivo ci salverà?

Un viaggio nel mondo magico del cronometro, tra storia, proposte di riforme, statistiche e rant su YouTube. 

Le mode, si dice, sono cicliche. Quello che oggi va a ruba, un domani sarà destinato a prendere polvere sullo scaffale delle offerte, e solo dopo un periodo (spesso calcolato) di oblio succederà qualcosa che lo farà tornare di moda. Almeno questo è quello che mi sono detto per giustificare quel riciclo continuo di proposte “salva calcio italiano” che animano i nostri salotti televisivi, dove ogni domenica viene (ri)tirato fuori il deus ex machina che da solo promette di mettere fine a questo periodo nero. 

In questo grande circo, tutti sono pronti a giurare di avere la soluzione: il VAR a chiamata, l’obbligo di italiani in campo, i bambini che devono giocare per strada, la Serie A a 18 squadre, la legge sugli stadi. E così si ricicla una nuova-vecchia idea, se ne chiacchiera per un po’ e alla fine non se ne fa nulla. Il tutto per passare alla proposta successiva o antecedente, mentre questa riposa per un periodo medio-lungo nel cassetto delle polemiche disattese. In sostanza è un loop infinito di dibattiti inutili che si ripetono, motivati più da sensazioni e quasi mai dai fatti oggettivi. 

Tante volte il tutto è un gigantesco rimpasto di cliché. In fondo, una narrazione schiava della pigrizia e intrisa di superficialità inevitabilmente si abbevera alla fonte dei luoghi comuni. Con questi ci gonfia il suo palinsesto e, come una gigantesca cassa di risonanza, li perpetua, a turno, in eterno. Fabio Caressa – che mi piace pensare padre e figlio di questo meccanismo malefico – sui suoi canali privati ha riportato in auge forse il più interessante di questi dibattiti: quello sul tempo effettivo. 

«Non posso più vedere una serie di partite come quelle che sto vedendo quest’anno. Sono aumentati gli zero a zero. […] Il tempo effettivo è precipitato, siamo a poco sopra il 50%. 50%! Voi spettatori pagate due tempi e ne vedete uno, se vi dice bene!».

Il rant prosegue.

Nel video Caressa lancia un attacco confuso – alla classe arbitrale, ai giocatori che simulano – volto a proteggere quello che gli sta più a cuore: lo spettacolo. Una difesa che secondo lui passa per una rivoluzione del cronometro: ma è realmente così?

Storia del tempo effettivo in Italia 

Come vi dicevo, quella sul tempo effettivo è una polemica ciclica. Se (come ho fatto io per questo articolo) vi capita di cercare “tempo effettivo” su Google, troverete per esempio tanti contenuti del 20 settembre di quattro anni fa in cui si dicono più o meno le stesse cose che leggiamo oggi. In quei giorni si era appena giocata Juventus-Milan, gara valida per il campionato 2021-22 vinto poi dai rossoneri, e ai microfoni del post-partita Pioli aveva dato voce a un’esigenza reale:

«Contro la Juventus si sono giocati 48 minuti di tempo effettivo, così si farà sempre fatica in Europa. Ci sono problemi di atteggiamenti di noi addetti ai lavori che perdiamo tempo a protestare e gli arbitri fischiano troppo. Dobbiamo alzare il tempo effettivo se vogliamo rapportarci ad altri campionati dove la mentalità e la cultura sono diverse: così migliorerebbe anche lo spettacolo per il pubblico».

In quel settembre, insomma, il tema era caldo, e si riflette nei portali dell’epoca. Trovate numerosi articoli sul tema, in cui si citano anche i dati del CIES (che in quel periodo si era concentrato sullo studio del tempo di gioco delle partite) e una serie di proposte di Marco Van Basten – direttore tecnico della Fifa dal 2016 al 2018 – volte a introdurre il tempo effettivo. 

Le parole più rappresentative della ciclicità della questione le aveva invece pronunciate Pierluigi Collina, che, come Caressa quattro anni dopo, si appellava al consumatore: «Un’altra cosa sulla quale fare una riflessione è: io spettatore pago un biglietto per vedere, allo stadio o da casa, 90 minuti di calcio ma in certe partite ne vedo di giocati più o meno la metà»

Collina, in veste di Presidente della Commissione Arbitrale della FIFA, applicherà queste idee ai mondiali in Qatar, dove i maxi-recuperi della competizione animeranno la questione. Il tempo effettivo dalle parti di Doha diventerà un esperimento il cui successo è ancora dibattuto, al quale però i campionati nazionali non faranno seguito.

Il tempo effettivo oggi 

Dopo un relativo silenzio – tolta qualche provocazione qua e là – arriviamo ad oggi, dove la questione sembra più viva che mai. Caressa, nel suo rant, parla con i soliti toni paternali e per certi versi cataclismici, ma è anche leggermente impreciso.

Per cominciare, il dato che riporta è errato: lui parla di un numero poco sopra al 50% (probabilmente citando un articolo della Gazzetta di inizio campionato), quando, stando ai match report della Lega che riportano la statistica, all’11ª giornata il dato si avvicina al 56%

È necessario sottolineare che questi resoconti ufficiali lasciano a desiderare in termini di completezza, e che sulle 110 partite giocate quest’anno, circa la metà (57) non riportano il dato sul tempo effettivo. Reperire i dati sul tempo effettivo è quindi molto difficile, non solo per la Serie A. L’unico portale che li include appunto è la Lega, ma ogni volta che si apre un match report è un’esperienza a sé: a volte manca qualche dato – spesso e volentieri quello del tempo effettivo, ma alle volte anche tutta la pagina sul possesso – e capita pure che i dati vengano addirittura riportati al contrario.

Per le 53 partite di cui viene riportato invece il tempo di gioco, solo sei sono sotto al 50% – al contrario di quanto sostiene Caressa quando ritiene fortunato lo spettatore che riesce a vedere almeno metà della partita. I picchi sono stati raggiunti in Udinese-Milan della 4ª giornata, con il 68% della partita passati con la palla in gioco, mentre il dato minimo è rappresentato dalla gara tra Fiorentina e Bologna dell’8ª giornata, con un terrificante (ma neanche troppo, e vedremo in seguito il perchè) 43%.

È chiaro che in mancanza di una porzione dei dati così sostanziosa è difficile tirare somme definitive, ma è altrettanto vero che 53 partite sono un campione provvisorio utile a darci qualche indizio.

Un confronto con la Serie A del passato

Se pensiamo alle principali novità regolamentari del calcio moderno – il VAR e i cinque cambi – e alle inevitabili perdite di tempo che comportano, bisogna ammettere che il cronometro non si è adeguato in maniera soddisfacente. 

Tornando un attimo indietro all’estate del 2021, era stato Luciano Spalletti per primo ad affrontare questo tema, nell’insolita cornice della sua presentazione sulla panchina del Napoli: «Dopo lo sforzo delle cinque sostituzioni, bisogna per forza dargli seguito con il tempo effettivo, perché poi diventerebbe tutto anche più bello». 

Stando ai dati raccolti dalla Gazzetta, prima del VAR il pallone era in gioco per 57’ a partita; oggi arriviamo a malapena ai 54’. Se da un lato i recuperi più corposi – seppur non esattamente qatarini – hanno fatto qualcosa, bisogna pur sempre tenere in considerazione la qualità del tempo recuperato. Perdere un paio di minuti nel cuore della partita, magari spezzando l’intensità dell’incontro, difficilmente verrà compensato da un’appendice finale, anche se della stessa portata. 

Queste novità introdotte però non ci danno risposte conclusive sulle cause dietro alla riduzione del tempo di gioco. I dati dello studio del CIES del 2021 che citavo in precedenza, per esempio, arrivavano infatti a parlare di 62’ di tempo effettivo nella Serie A dell’epoca: numeri che oggi sembrano lontanissimi. 

Caressa nel suo video se la prende principalmente con gli arbitri e con i simulatori, ma i dati ci dicono che in Serie A non si fischiano più falli del solito. I 27 interventi dell’arbitro a partita sono in linea con le ultime 10 stagioni, e anzi negli ultimi tre anni la tendenza a lasciar giocare si era avvicinata ai numeri della Premier League. 

Un trend simile.

Questo non significa che il metro adottato dai direttori di gara italiani sia il migliore. Una linea più british (che tanto sembra voluta da Rocchi) beneficerebbe non poco lo spettacolo, soprattutto se si guarda al gap con la Premier. Gli arbitri dal fischietto facile frammentano indubbiamente il ritmo di una partita, e questo influisce sull’intensità (sia nello sfavorire le squadre più intense che nel fronteggiarle) e sullo spettacolo. 

Una correlazione, seppur debole, c’é.

Bisognerebbe però smettere di vedere i direttori di gara come la causa autonoma del problema, e inquadrarli invece come la conseguenza logica di un sistema sempre più assuefatto all’abbassamento dei ritmi e alla riduzione degli eventi: un fenomeno di cui quasi tutti gli addetti ai lavori – società, allenatori, giocatori, media – sono complici. Banalmente, ci si potrebbe chiedere perché gli arbitri italiani in terreno europeo non mostrano le stesse tendenze a fischiare di più. 

Questo non esonera la classe arbitrale dalle sue responsabilità, ma serve a ricordare che il problema è difficilmente risolvibile solo partendo dal fischietto. È vero che si gioca sempre di meno, come è vero che gli arbitri fanno poco per combattere questo fenomeno, ma la questione sembra più complessa e più radicata nella nostra cultura sportiva.

Il tempo effettivo all’estero

Degno di nota è anche il confronto con gli altri campionati europei, che ci raccontano una verità sorprendente.

Se abbiamo confermato che in Premier League gli arbitri lasciano correre di più, questo non ha un impatto positivo sul tempo effettivo, che con 55% è addirittura inferiore a quello fatto registrare in Serie A. I dati OPTA riportati sul Guardian ci dicono poi che è il dato più basso delle ultime stagioni. Il dato è identico a quello fatto registrare in Liga (55%), mentre è leggermente più alto in Bundesliga (57%) e in Ligue 1 (58%). Non sono dati confortanti, e idealmente sarebbe ottimale un numero sopra al 60%, ma i motivi dietro a questi trend non sono tutti uguali.

In Premier il minutaggio totale è aumentato – 100’30’’ – segno che da quelle parti qualcuno crede ancora nei maxi-recuperi.

Anche qui infatti occorre distinguere la natura di quel tempo perso. Rimanendo sulla Premier, è difficile mettere sullo stesso piano il loro dato con quello della Serie A, sebbene il confronto penda a nostro favore. 

Come riporta infatti il Guardian, il dato inglese è in gran parte condizionato da un approccio ai calci piazzati sempre più tattico e organizzato, che tante volte costringe i battitori designati ad attraversare il campo e i saltatori a schierarsi in maniera strategica. Le partite inglesi rimangono caratterizzate da un’alta intensità e un alto dinamismo, oltre al già citato numero minore di fischi a interrompere le azioni. Il ritmo più basso del calcio italiano è invece favorito dalle perdite di tempo, che sono uno strumento per rifiatare, spezzare il ritmo dell’avversario e consumare il cronometro.

In sostanza, i motivi dietro a questi tempi di gioco simili sono profondamente diversi. Se in Premier le perdite di tempo non sono atte ad intralciare direttamente lo spettacolo (e anzi, sono l’effetto collaterale di una parte dello spettacolo stesso), in Serie A il più delle volte la perdita di tempo è un mezzo intenzionale se non addirittura la strategia principale per tenere gli eventi di una partita al minimo.

Di chi è la colpa

Una cultura sportiva che prevede la perdita di tempo come parte integrante del suo processo evolutivo sembra il vero nodo della questione. L’impressione è che il tempo effettivo sia solo il dito dietro al quale nascondersi, e gli arbitri l’oggetto contro cui puntarlo.

Citando sempre Collina sul tema, c’è uno spunto interessante che sembra voler contraddire proprio Caressa e l’assunto generale che colpevolizza gli arbitri: «Il maggior tempo perso sono i falli laterali e i calci di rinvio, che sono cose ovviamente funzionali al gioco, e i festeggiamenti per ogni gol, che mediamente durano un minuto e mezzo».

Caressa chiede meno zero a zero e più tempo effettivo, ma di fatto i pareggi a reti bianche sono gli incontri che durano di più.

In sostanza, se ne facciamo una questione di spettacolo, la maggior parte delle perdite di tempo sono intrinseche al gioco, se non addirittura gradite come nel caso delle esultanze. Il nodo sul quale ci crogioliamo sono unicamente le perdite di tempo che possiamo considerare antisportive. Sebbene queste incidano relativamente poco sul cronometro (almeno stando a quello che ci dice Collina), rimangono comportamenti che causano nello spettatore un comprensibile rigetto.

Detto questo, io ci vedo comunque un piccolo controsenso. Si può dire, senza esagerare troppo, che gli italiani del calcio abbiano elevato la perdita di tempo ad arte. Penso ai nervi fatti saltare agli avversari da Francesco Totti sulle bandierine dell’Olimpico; penso allo stesso Caressa, che nel maggio del 2023 definiva il “bushido dei samurai” la tenacia con la quale la squadra di Mourinho si inventava modi tutti nuovi – sportivi e non – per perdere tempo e strappare uno 0 a 0 alla BayArena di Leverkusen. Che senso ha, oggi, questo dietrofront?

Io, che vi scrivo, non ho niente contro la perdita di tempo strategica. Sono però dell’idea che sia necessario un grado minimo di coerenza. Se quella stessa narrazione, a domeniche alterne, esalta il nostro calcio nelle sue sfaccettature più “pane e salame” (concentrandosi unicamente sul risultato come unica cosa che conta, derubricando lo spettacolo a una nota a pié pagina), allora la perdita di tempo paracula, il fallo sistematico, la simulazione e la protesta dovrebbero anche loro far parte del nostro retaggio storico-sportivo. Sono, in sostanza, tanto italiani quanto il catenaccio. 

Un pubblico cresciuto con la convinzione che il fine giustifica i mezzi, come si può convincere improvvisamente del contrario?

Allo stesso modo, se questa vuole rappresentare una chiamata alle armi in difesa dello spettacolo per astrarsi da uno stampo che col tempo si è fatto stretto e stantio: ben venga, meglio tardi che mai. Ma che avvenga sempre, e contro tutti. Puntare il dito solo contro gli arbitri – ignorando che sono solo un ingranaggio minuscolo all’interno di un meccanismo enorme che non riesce a fare un passo oltre l’approccio speculativo – è un modo pigro e sciatto di fare comunicazione. 

Un problema culturale

Se all’estero si gioca poco per i motivi più disparati, in Italia si gioca poco perché si vuole giocare poco. In Serie A si segna di meno rispetto agli altri campionati, si creano meno occasioni e la proposta di gioco tante volte va a sbattere contro la prima difesa schierata per pura mancanza di idee. Il nostro calcio si è abbandonato a un lato oscuro fatto di lanci lunghi, riaggressioni e transizioni, prendendo il peggio dalle varie scuole che nel tempo lo avevano reso grande.

Le squadre che pressano di più sono anche quelle con il tempo di gioco minore: da un lato un forte pressing porta inevitabilmente a tanti falli, dall’altro un ritmo alto incentiva gli avversari a perdere tempo.

I dati atletici ci raccontano una situazione ugualmente nera. In aiuto viene sempre il CIES, che ha concentrato i suoi studi più recenti sull’intensità nei principali campionati europei. L’ultimo, che misura la distanza percorsa scattando dai giocatori nei 90’, ci dice che la Serie A non risulta tra i primi dieci campionati europei. Se il primato della Premier League non sorprende, fa strano trovarsi sotto a campionati come quello turco, che fino a poco fa veniva raccontato come un cimitero degli elefanti.

Il consenso è che lo spettacolo in Serie A sia più scadente rispetto all’estero, e probabilmente è vero; è però miope credere che tutto si risolverebbe con due tempi effettivi da trenta minuti. Prima si entra nell’ordine di idee che la perdita di tempo è intrinsecamente parte del nostro calcio – non uno strumento figlio della contingenza ma la proposta di gioco nella sua interezza – prima si accetterà l’impraticabilità di tale soluzione, almeno nel breve termine. Ci sarebbero le stesse perdite di tempo; verrebbero solo dilazionate lungo una partita interminabile, con uno “spettacolo” agonizzante.

La botte piena e la moglie ubriaca

Questo non significa che giocare di più, passando dall’attuale 56% a una cifra superiore al 60% non porterebbe benefici, anzi; rimane però una proposta che va accompagnata da tanti altri interventi.

Lo stesso discorso vale per i fischi del direttore di gara: arrivare a un arbitraggio meno cervellotico è imperativo, ma non è da solo sufficiente per alzare il livello dello spettacolo. Se non si raggiungerà un cambio di paradigma che supera l’esaltazione del risultato, esisteranno sempre «modi totalmente leciti per perdere tempo anche con il pallone in gioco, per esempio portando la palla verso la bandierina dell’angolo sperando di far passare secondi preziosi e magari guadagnare un corner o un fallo di punizione, oppure anche solo passandosela in difesa senza attaccare», citando questo articolo del Post.

Il problema rimane quindi prima di tutto culturale; e se abbiamo detto che gli addetti ai lavori sono i principali responsabili, anche la comunicazione è complice. 

Pensate al telecronista che critica l’arbitro che fischia un fallo leggero per poi esaltare il calciatore che (di mestiere, o accentuando, o addirittura simulando) si guadagna il fallo; oppure immaginate un commentatore che si lamenta degli zero a zero, ma poi è in prima linea a stigmatizzare la piccola di turno alla prima imbarcata perché gioca troppo sfrontata; cosa ci dice questo sul nostro modo di fare comunicazione? 

Questa retorica ipocrita e incoerente inevitabilmente plasma il linguaggio del pubblico, normalizzando quello che dovrebbe essere pacificamente considerato un modo tossico di parlare di calcio. Concentrarsi ossessivamente su questi dettagli, in un momento di confusione culturale come quello che stiamo vivendo, rischia solo di rivelarsi l’ennesimo modo per guardare il dito e non la luna. Per quanto ci auguriamo il contrario, è molto probabile che questo dibattito non produrrà mai nulla di costruttivo, né sul piano dello spettacolo, né sul piano dei risultati.