Mentre i ragazzi della nazionale italiana salivano sul bus diretto allo stadio Bilino Polje di Zenica – in cui di lì a poco si sarebbe consumato l’ennesimo psicodramma azzurro – c’erano 1500 km a separarli dalla Borås Arena, nell’omonima città svedese. Qui l’under 21 di Silvio Baldini era già in campo, impegnata a schiantare i padroni di casa con un perentorio 4-0 nei primi 60 minuti.
Una vittoria importante, eclissata solo dall’ingombrante e rumoroso tonfo di Zenica, ma che conferma quanto di buono ottenuto in queste prime otto gare di qualificazione al prossimo Europeo di categoria: sette vittorie e una sconfitta, ventisei reti segnate e cinque subite.
Chi mi legge penserà: ci vuole proprio coraggio a parlare di nazionali under, oggi che metà del paese non si è ancora ripreso dallo shock della partita con la Bosnia e l’altra metà ha appena finito di processare le sconfitte con Svezia e Macedonia. Eppure penso che sia fondamentale parlare di quello che bisogna salvare, oggi che il dibattito è monopolizzato dalla smania di distruggere tutto.
E quindi bisogna partire dai risultati, che contano solo in parte (soprattutto nelle under), ma che sono un’ulteriore testimonianza della bontà del lavoro svolto dal sistema giovanile della Federazione. Una macchina che ha dimostrato di funzionare, agendo come una sorta di catena di montaggio, inserendo i ragazzi progressivamente e consolidando gruppi convincenti.
Come funziona il sistema federale
Dei ragazzi che sono scesi in campo martedì in Svezia, sei di loro (Koleosho, Lipani, Ndour, Kayode, Palmisani e Faticanti) tre anni fa vincevano l’Europeo U-19 di Malta nel 2023 sotto la guida di Alberto Bollini; pochi mesi prima invece sempre Lipani e Faticanti, con l’U-20 di Carmine Nunziata, sfioravano il sogno mondiale, perdendo solo in finale contro l’Uruguay. In entrambe le rappresentative figuravano poi Niccolò Pisilli (capocannoniere dell’U-21 in queste qualificazioni) e Pio Esposito, convocati entrambi da Gattuso per i play-off della nazionale maggiore.
Di Federazione in questi giorni si è parlato tanto, e tante volte in modo improprio. La FIGC è sempre stata molto discreta, per non dire proprio misteriosa. Tante delle riforme messe in pratica non sono mai state particolarmente promosse o pubblicizzate, come ad esempio la riforma sui Centri Federali, diventati Centri Federali Territoriali nel 2015 attraverso l’Evolution Programme del Settore Giovanile e Scolastico.
Questa segretezza ha spostato la conversazione sulla dietrologia, trasformando i corridoi di Via Allegri in uno Spy Movie. Un esempio è il famigerato Dossier Baggio, 900 pagine di riforme “salva-calcio” che poi concretamente non ha mai letto nessuno. C’è chi le pensava secretate, chi invece una leggenda metropolitana da tirare fuori ad ogni disastro azzurro. Sono state più o meno spolverate da Cronache di Spogliatoio senza grossi colpi di scena, rivelando che il cuore delle riforme fosse la riapertura dei centri federali.
Centri che però nel 2015 sono stati reintrodotti in maniera capillare, arrivando oggi a contarne ventisette (con l’obiettivo di arrivare ad aprirne più di uno in ogni regione del paese). La FIGC li promuove come “strumento per creare veri poli di eccellenza radicati nel territorio con una duplice missione: rappresentano non solo laboratori operativi per la crescita di giovani calciatori e calciatrici (U13, U14 e U15) ma anche centri di formazione avanzata per gli staff SGS e per quelli dei Club del territorio.” Si caratterizzano per “una metodologia condivisa, strumenti formativi-didattici e materiali innovativi, fornendo opportunità concrete di aggiornamento professionale e confronto diretto con gli staff federali”. In sostanza non troppo dissimile dagli scopi del Dossier.
A questo si aggiunge poi un forte lavoro in congiunzione con gli allenatori delle nostre under, molti dei quali – Nunziata, Bollini, Favo, Franceschini – in pianta stabile dal 2018 per massimizzare la costanza del lavoro e la fluidità del sistema. Questo ha portato a vari successi recenti, tra cui il secondo posto al Mondiale U20 del 2023, l’Europeo U19 del 2023 e quello U17 del 2024.
I problemi del nostro calcio, tra luoghi comuni, leggende metropolitane e verità
Tolti i risultati, e anche a causa di questa segretezza, è impossibile quantificare la bontà del lavoro dei settori giovanili, che quindi finiscono spesso sotto esame ad ogni fallimento degli azzurri. Ad ogni mancata qualificazione si è man mano sgretolata la fiducia nel sistema, nel livello dei giocatori e, di conseguenza, negli educatori e nel settori giovanili. Il dibattito oscilla sempre tra il talento che manca e la tecnica che non si insegna più, e la conclusione è sempre che non abbiamo più i campioni di una volta.
Le presunte cause di questa carestia di qualità sono poi una serie di criticità innegabili del sistema, che però spesso e volentieri vengono infarcite di qualunquismo e dietrologia.
Dal sempreverde richiamo ai bambini che non giocano più per strada, fino alla statura e il mese di nascita dei bambini che incide troppo nella selezione, passando per il mostro della tattica che cannibalizza la tecnica e i troppi stranieri nelle giovanili. E poi ancora: gli allenatori arrivisti e i procuratori avidi, i genitori soffocanti e i dirigenti corruttibili. Tutti fenomeni con un loro grado di verità, e chiunque conosca qualcuno passato per un settore giovanile o una scuola calcio ne avrà sentito parlare. Eppure queste argomentazioni nascondono fallacie enormi.
Per cominciare, certe ingerenze “discutibili” sui nostri settori giovanili sono un retaggio vecchissimo. È fondamentale riconoscere che sono sempre esistite, anche in tempi in cui il talento in Italia ci sembrava strabordante; anche in tempi in cui ai mondiali ci si andava, e li si vinceva pure. Questo non è per giustificare o minimizzare questi fenomeni deplorevoli, ma ci aiuta a ridimensionare il loro impatto sul calcio contemporaneo, e a restituirci più domande che risposte sullo stato di salute del nostro calcio giovanile.
Allo stesso modo, per quanto ci piaccia sostenere il contrario, sono dinamiche che esistono ovunque. La retorica del “magna magna” nostrano è credibile fino a un certo punto; questi fenomeni toccano – in maniere e proporzioni chiaramente diverse – tutti i paesi, anche quelli che di talento ne hanno molto più di noi.
Alle volte la banalità tocca vette inesplorate, come quando si ricorre alle grosse cifre di denaro che orbitano attorno al sistema per sostenerne l’inevitabile corruttibilità – fisica ma anche morale. Come se all’estero si giocasse puramente per diletto o per gloria. L’idea quindi che l’Italia sia un paese notevolmente più vizioso degli altri è tanto fuorviante quanto quella che ci vede come più culturalmente virtuosi.
Italia’s got talent?
Sarebbe anche doveroso contestare, almeno in parte, l’assunto originale che ci vuole come un paese che non produce più talento.
La nazionale attuale vanta diverse eccellenze, che negli ultimi anni si sono espresse ai massimi livelli. Il blocco Inter ha vinto due scudetti e ha raggiunto due finali di Champions League, raggiungendo picchi invidiabili di armonia tecnica e mentale. Dobbiamo poi tanto a Gigio Donnarumma, che nonostante i soli 27 anni ha già superato una concorrenza di mostri sacri per cementarsi come uno dei migliori portieri della storia nazionale. Calafiori e Tonali sono invece pilastri in club competitivi nel miglior campionato del mondo. Non sarà una delle migliori nazionali italiane di sempre, ma veramente possiamo definirla così drammaticamente povera di talento?
La fallita qualificazione ai mondiali non può poi da sola certificare una presunta mancanza di qualità; basti pensare alle disfatte del 2018 e 2022 (dopo le quali si facevano fondamentalmente gli stessi discorsi), inframezzate dall’Europeo 2021 e dalla striscia senza sconfitte (37) più lunga di sempre a livello nazionale.
A Wembley però i vari Bonucci, Chiellini, Verratti, Jorginho e Barella – oltre al già citato Donnarumma – non venivano messi in discussione, e anzi venivano celebrati. Eppure sarebbero stati più o meno gli stessi che, pochi mesi dopo, avrebbero compromesso la qualificazione nella doppia sfida con la Svizzera, per poi cadere rovinosamente contro la Macedonia.
Il concetto di “talento” e la mancanza dello stesso si fa quindi sempre più volatile.
Campioni offensivi cercasi
In realtà, si parla impropriamente di mancanza di talento per intendere quasi esclusivamente una crisi nel reparto offensivo, ma anche lì sembra un modo pretestuoso per lamentare la mancanza in nazionale di un certo archetipo di giocatore particolare: un talento autosufficiente, estroso, raffinato. Non per forza un dieci, ma qualcuno in grado di decidere una partita con una giocata controintuitiva, geniale. E bisogna ammettere che questo, si, sembra un problema molto più italiano. Non dovremmo quindi contestare il livello dei nostri ragazzi, ma la varietà che presentano ai massimi livelli.
Eppure, anche in questo caso, non sembra un’argomentazione sufficientemente credibile; né per screditare i nostri settori giovanili, né come causa unica della crisi nazionale.
Da un lato l’argomentazione perde di forza nel pensare ad alcune delle massime espressioni dei vivai italiani degli ultimi anni. Penso a Pafundi, Liberali, Vignato, Baldanzi, solo per citarne un paio. Fino alla soglia del professionismo siamo pieni di giocatori elettrizzanti, che poi si perdono puntualmente nel salto, ma che a livello giovanile non sfiguravano davanti ai pari età di altre nazioni.
Dall’altro non si regge in piedi neanche come causa principale delle mancate qualificazioni degli azzurri. A dimostrarlo è stata la Bosnia, alla quale è bastata una rabona di Bajraktarević – non certo Lamine Yamal – per alzare lo specchio che ci ha messo davanti a tutti i nostri limiti, tutte le nostre mancanze e tutte le nostre insicurezze. I settori giovanili italiani sono infatti pieni di giocatori come il numero 20 bosniaco, ma questi molto spesso in Serie A non ci arrivano. Perché?
Questa, a mio avviso, è la domanda principale che dovremmo porci. E le risposte (scomode) che ci aspettano aprono a scenari inquietanti ricchi di incertezze, che però sarebbero il primo passo nella giusta direzione.
Il salto
Citando un intervento di Andrea Marinozzi a Cronache, un problema che sembra sempre più esclusivo del nostro territorio e dei nostri tempi non riguarda tanto la produzione di talento, ma la sua dispersione.
Nei settori subito antecedenti allo step che porta al professionismo, il livello italiano rimane alto, e, se non bastano i risultati delle nostre under a dimostrarlo, l’hype che segue i nostri giovani in tutto il mondo dovrebbe testimoniarlo.
Da Udogie fino a Camarda, passando per Liberali, Pafundi, Pio Esposito, Palestra, Kayode, Pisilli, Casadei e Calafiori, solo per fare gli esempi più eclatanti: i loro percorsi giovanili sono sempre stati seguiti con un occhio di riguardo in tutto il mondo. E così quello di centinaia di altri ragazzi, che hanno raccolto i risultati più disparati.
L’entusiasmo attorno ai nostri giovani non è mai mancato, ma spesso è stato disatteso. Molti vorrebbero che il vero problema sia proprio nelle aspettative eccessivamente alte, irrealistiche e inevitabilmente capaci di montare le teste ai ragazzi. Per quanto in parte vero, non bisogna trascurare la delicatezza della transizione dalle giovanili al professionismo, e le ripercussioni che questa può avere sulla formazione dei giovani.
I fattori che possono disturbarla sono infiniti, ma forse quello più interessante è il salto tra i campionati giovanili e la Serie A. La proposta tattica in Italia nel tempo è diventata notoriamente piatta e isolazionista: il fiorire dei 3-5-2 e delle marcature a uomo ha esaltato un tipo di calcio sempre meno tecnico, sempre più morbosamente atletico.
Emanuele Atturo su Ultimo Uomo lo ha riassunto definendolo “un calcio di giganti che si scontrano come i robot di Pacific Rim”.
L’allergia al pallone si è fatta sempre più pronunciata, così come il ricorso al lancio lungo e al duello fisico. Più avanti Atturo scrive: «una distesa infinita di lanci lunghi, duelli aerei, rinvii del portiere, lotta greco-romana tra centravanti e difensori, rimesse laterali lunghe come lanci del disco, falli tattici, perdite di tempo, marcature individuali così estreme da arrivare sull’orlo delle molestie sessuali. Centravanti grossi e muscolosi fanno la guerra contro difensori ancora più grossi e muscolosi».
Se Atturo voleva farne una disamina del calcio italiano in generale, queste descrizioni ci aiutano a evidenziare anche le difficoltà immediate in cui incorrono i giovani italiani, soprattutto quelli più estrosi e tecnici: l’allergia al pallone.
Il problema tattico è poi un circolo vizioso. Un paese che gioca tutto nella stessa maniera farà aumentare la domanda di giocatori con le stesse caratteristiche. La Serie A ci ha così portato a immettere nel sistema un numero sempre più alto di giocatori a metà fra l’uomo e il cavallo. Più lo standard atletico sarà quello, più si alzerà l’asticella, trasformando i nostri settori giovanili in delle scuderie e portandoci più vicini a una versione equina del Pianeta delle Scimmie, in cui l’umanità calcistica è stata soppiantata da cavalli antropomorfi.
Non è un caso che i due giovani dal futuro più solido sembrano essere Marco Palestra e Pio Esposito, praticamente Secretariat e War Horse. Non voglio contestarne il livello assoluto; anzi, arrivo a dire che, per quello che sono – filtrando quindi per età e per caratteristiche tecniche – possono già essere considerati tra i migliori al mondo.
Eppure parliamo pur sempre di giocatori dalle caratteristiche peculiari, figlie dell’isolazionismo del nostro calcio. Si è formato un ecosistema iper-specifico, dove la selezione naturale ha fatto il suo corso: qui si è creato il contesto ideale per questi giocatori, che però inevitabilmente si scontrano con i parametri e le esigenze diverse dei palcoscenici internazionali.
Le conferme ci arrivano anche dagli addetti ai lavori, come Alessio Lisci, tecnico italiano oggi in forza all’Osasuna che nel merito ha detto: «In Italia moltissime squadre giocano con il 3-5-2, e questo ha provocato il fatto che in Serie A non ci sono esterni, non c’è un giocatore che punti uno contro uno».
Di converso, le richieste sempre più stringenti del nostro calcio hanno creato un ambiente ostile per tutti gli altri. Penso agli esterni offensivi dribblomani, ai registi leggeri e creativi, ai terzini da difesa a quattro. Chi non è riuscito ad adattarsi inevitabilmente ne è uscito alienato, o addirittura è stato espulso come un corpo estraneo – penso per esempio a Leão e a Kvaratskhelia. Se il contesto ha contribuito all’involuzione di giocatori così affermati, è lecito pensare che lo stesso possa succedere ai ragazzi italiani dalle caratteristiche simili.
Insomma, di talento se ne produce, ma solo in declinazioni molto specifiche, e che mal si conciliano con l’idea più raffinata ed elegante che ci siamo fatti della parola “tecnica”.
Ad aggiungersi a questa topografia di piattume tattico, c’è poi l’atavico binomio di avulsione al rischio e scarsa fiducia nei giovani. Jurgen Klinsmann sostiene che Yamal in Italia verrebbe mandato in Serie B a farsi le ossa, e, per quanto iperbolica, questa sparata nasconde un fondo di verità. Probabilmente è un discorso che a Yamal non si applicherebbe (semmai è più vero che verrebbe costretto a snaturarsi in un ruolo non suo), ma che è invece vero per tanti ragazzi che perdono anni preziosi di formazione facendo i pacchi postali in giro per l’Italia.
Tre validi esempi di questo sono Francesco Camarda, Christian Comotto e Mattia Liberali, giocatori importanti dell’under 19 di Bollini e gemme del vivaio milanista. Quest’anno alla corte di Allegri hanno trovato le porte chiuse a favore di giocatori più “pronti”, e sono finiti in prestito rispettivamente a Lecce, Spezia e Catanzaro. Nessuno dei tre ha trovato grandi fortune, complici le disfunzionalità di progetti instabili a sommarsi agli stessi ostacoli fisici e tattici che abbiamo citato prima.
La loro esperienza testimonia quanto in Italia siamo ancora troppo attaccati al risultato, alla smania di arrivare, portandoci a perdere di vista la visione d’insieme e gli obiettivi a lungo termine. La nostra allergia al rischio ci ha portato a preferire l’usato sicuro – giocatori già formati, tecnicamente e atleticamente – ai nostri ragazzi più promettenti, bruciandoli con la scusa di “non bruciarli”.
Qui non si tratta di scegliere tra l’uovo e la gallina, ma di strapagare galline di dubbia provenienza, mentre le nostre uova vengono sbolognate a chi non si preoccuperà minimamente di prendersene cura. E buona pace se la metà ci torneranno rotte.
Le tre vie dei giovani italiani
Se abbiamo detto che molti ragazzi non rispecchiano l’idea contemporanea del calciatore italiano, e che il problema sta nella transizione dai settori giovanili al professionismo, dobbiamo anche capire in cosa consiste questa dispersione di talento.
Il caso più comune è, ovviamente, lo snaturamento tecnico. La Serie A è ricca di esempi di questo fenomeno terrificante. Dagli esterni offensivi finiti a fare i centravanti o i quinti di centrocampo, passando per le mezz’ali fantasiose e i registi leggeri messi a fare gli interni di sostanza, fino ai terzini a quattro adattati in quinti o braccetti.
Il caso più eclatante può essere Nicola Zalewski, nato esterno offensivo con il numero 10 sulle spalle e reimmaginato quinto di difesa con risultati altalenanti. A 24 anni con Palladino è tornato sulla trequarti, e i benefici si sono visti praticamente subito. Di casi come il suo ce ne sono veramente troppi.
È poi chiaro che i ruoli sono un’attenuante fino a un certo punto, e che in linea teorica un giocatore forte deve mantenere un grado minimo di flessibilità tattica. Eppure, rimane deprimente pensare che la mancanza di idee possa costringerci ad assistere ad una uniformazione tecnico-atletica così trasversale. Un calcio in cui le peculiarità tecniche vengono viste come dei difetti, per poi essere corrette con la stessa freddezza chirurgica con cui si recidono le code e le orecchie dei cani.
Quando poi l’adattamento non è immediato, si passa direttamente alla panchina. Una sorta di punizione, dove il messaggio sembra essere: “Guarda i tuoi compagni come si divertono: perché non puoi essere come loro?!”.
Molti giovani italiani attraversano questo purgatorio, con periodi variabili che iniziano verso la fine del percorso primavera e possono durare fino al superamento dei vent’anni. Qui i ragazzi perdono anni preziosissimi di formazione senza giocare e senza guadagnare l’esperienza necessaria per competere a quei livelli. Sembra l’eterno paradosso dell’esperienza sul posto di lavoro:

È un loop diabolico, che si spezza o grazie all’emergenza – che costringe l’allenatore a puntare sul giocatore e questo si rivela miracolosamente all’altezza – oppure al raggiungimento dell’età necessaria per non essere più considerato un giovane di prospettiva – costringendo il club a cederlo a chi invece ci vuole puntare.
A volte nel meccanismo rientra anche la gavetta in Serie B, un caposaldo della nostra formazione. La serie cadetta è ancora vista come un modo per trovare minuti e “farsi le ossa”; come però abbiamo visto nei casi di Comotto e Liberali, non sempre si rivela efficace. Questo momento sarebbe poi utile per parlare delle seconde squadre, se solo fossero una pratica diffusa e non ancora un fenomeno marginale ed elitario concesso solo ai club più ricchi.
Fino a qualche anno fa ci saremmo fermati qui, ma un trend recente sempre più in crescita è la fuga all’estero. Molti ragazzi sembrano infatti intenzionati a “rompere” questo circolo vizioso, ricorrendo all’espatrio per trovare contesti più valorizzanti. Campionati capaci di premiare la diversità, non castrarla.
Fuga di cervelli, anzi di piedi
In copertina i ragazzi dell’under 21 rappresentano un quadro perfetto della situazione. Alvin Okoro e Seydou Fini entrambi in prestiti poco entusiasmanti alla Juve Stabia e al Frosinone; di Jeff Ekhator se ne parla benissimo da tempo, eppure negli ultimi due anni al Genoa non ha collezionato neanche 1500’ e tanta panchina; Cher Ndour e Honest Ahanor hanno trovato una loro continuità a Firenze e a Bergamo, ma dovendosi adattare in ruoli diversi; Michael Kayode è dovuto andare al Brentford per trovare la titolarità da terzino destro (a Firenze faceva il quinto o il braccetto); infine Luca Koleosho, che per l’Italia non ci è mai passato, ma che per caratteristiche tecniche difficilmente troverebbe spazio in Serie A.
I casi di Kayode e Koleosho ci dimostrano però che l’estero può essere una soluzione concreta, e, a vedere l’under 19, sembra anche un trend in crescita. Dei ragazzi di Bollini che hanno pareggiato martedì con la Turchia, cinque undicesimi non giocano più in Italia: Inacio e Reggiani al Dortmund, Coletta al Benfica, Mantini al Grasshoppers e Natali al Leverkusen (ora in prestito all’AZ).

Il messaggio sembra chiaro: questi ragazzi non hanno più intenzione di aspettare, di snaturarsi o di fare i pacchi postali.
Il fenomeno è fisiologico, ma non è necessariamente sano. Vedere il campionato nazionale progressivamente indebolito non dovrebbe essere il prezzo da pagare per tornare a vedere una nazionale competitiva. Non è successo all’Inghilterra, alla Germania o alla Spagna; non dovrebbe succedere neanche a noi.
A questo bisogna poi aggiungere che realisticamente la Serie A avrà sempre un nucleo solido di giocatori credibili all’interno dei suoi confini. Questo avrà sicuramente un impatto sulle possibilità di chi, all’estero, vive un altro calcio. Se il nostro contesto identitario è un imbuto che esclude la diversità, il pool dal quale potremo attingere sarà sempre omogeneo, e il giocatore forte che gioca altrove e che presenta caratteristiche peculiari sarà sempre visto come un corpo estraneo. Questo è già successo a Orsolini e Zaccagni, per citarne due che provengono da micro-realtà aliene in Serie A. Il timore che succeda anche a tanti altri è più che fondato.
Molta strada da battere
Abbiamo elencato i problemi, ma quali sono le soluzioni?
La questione è stratificata, i problemi come detto sono tanti e bisogna riconoscere che il lavoro da fare sarebbe (come sempre, in questi casi) enorme. Il primo passo è riconoscere che questi sintomi sono collegati e figli di una patologia più estesa. Riconoscere la complessità della situazione è la base di partenza per affrontarla. Strizzare i nostri panni del pressappochismo di cui sono intrisi, andare oltre la superficialità; superare i luoghi comuni, le soluzioni banali, i refrain come “il calcio è semplice”.
Di problemi ce ne sono tanti e tutti complessi, non ce n’è uno più o meno prioritario e, soprattutto, non esiste un piccolo accorgimento che possa risolvere tutto magicamente.
Questo non significa che qualche novità all’orizzonte non si veda. Abbiamo parlato di dispersione del talento, ma c’è anche chi sta provando a crearlo, a coltivarlo e a conservarlo.
Avevano fatto il giro le dichiarazioni di Fabregas di qualche mese fa in cui parlava di difficoltà nel trovare giocatori italiani. Erano state interpretate da molti come una bocciatura tout court del nostro calcio, e, soprattutto, la conferma che l’Italia non fosse più in grado di produrre talenti. Il discorso era però molto più complesso, con il tecnico spagnolo a premere tanto su questioni come “i nostri metodi” e “per quello che vogliamo fare noi”. Il concetto era: di italiani “pronti”, che sappiano immergersi nel sistema Como, non ce ne sono. Ma ha anche parlato di investimenti sul settore giovanile: «Stiamo spingendo tanto sulla Primavera, investendo per far allenare i ragazzi alla nostra maniera dai 16 anni, per far sì che a 19 siano pronti per giocare in prima squadra».
E così il Como ha investito tanto, conducendo una campagna acquisti importante e ambiziosa anche sul fronte giovanile. Solo nell’ultima estate sono arrivati Bonsignori (07), De Paoli (08) e Pisati (09), ultimamente aggregati alla prima squadra.
La forza del metodo spagnolo è sempre stata identitaria, prioritizzando la continuità metodologica tra settore giovanile e prima squadra. Se l’esperienza del Como si rivelasse positiva, questo approccio – più strutturato e ragionato – si spera diventi contagioso, con ramificazioni gigantesche per tutto il nostro calcio.
Sarà poi fondamentale accettare i tempi che cambiano, saper guardare all’estero, avere l’umiltà di riconoscere che non possiamo più imporre la nostra egemonia culturale sul resto del mondo. Dalle seconde squadre alla scarsa fiducia nei giovani; dalle proposte di gioco vetuste alle infrastrutture che cadono a pezzi. Ma la questione non è solo settoriale: mettere in discussione il concetto di cittadinanza, abbracciare il multiculturalismo. Non per far fronte ai problemi della nazionale, ma perché tanti ragazzi sognano l’azzurro a prescindere dal colore della loro pelle – e le nostre under lo testimoniano. Allo stesso modo, bisogna riconoscere l’impatto della crisi demografica. Parliamo comunque di un fenomeno che colpisce ogni strato sociale del paese; il fatto che l’infezione si sia diffusa al suo passatempo preferito è puramente una questione fisiologica.
Per ottenere risultati non si potrà poi continuare ad ignorare la dimensione culturale; da come il calcio lo insegniamo ai bambini a come lo viviamo ai massimi livelli, passando per come lo raccontiamo e come lo tifiamo.
Abbiamo avvelenato pozzi su pozzi con narrazioni tossiche. Le più recenti provano quotidianamente a dipingere il Como come il grande villain del nostro calcio – e poi ci sorprendiamo quando i suoi tesserati si immergono nel ruolo – ma arrivano dagli stessi pulpiti che per anni hanno alimentato lo scetticismo nei confronti di allenatori giovani e propositivi come De Zerbi e Farioli. La famosa lotta tra “giochismo-risultatismo”, infondata eppure capace di dimostrare quanto il pubblico italiano fosse suggestionabile. Oggi il progresso passa obbligatoriamente dal fare un passo oltre le ideologie.
Dovremo reimparare la pazienza, essere meno ossessionati dal risultato. Accogliere il diverso, invitare le contaminazioni. Fare un passo oltre la paura. Dovremo tornare ad abbracciare il pallone, come facevamo da bambini. Riscoprire il divertimento; ripartire dalla rabona fallita di Bajraktarević, come simbolo del calcio che si prende un po’ meno sul serio. Che ci ricorda che tutto questo è, prima di tutto, un gioco.