Sembrava un miraggio distante anni luce, ora invece è realtà: l’Atalanta ha vinto l’UEFA Europa League. Un traguardo frutto di un lavoro lungo otto anni, sotto la guida attenta di Gian Piero Gasperini. In quest’arco di tempo qualcosa è cambiato, anzi, più di qualcosa. Quando l’allenatore nativo di Grugliasco è arrivato sulla panchina bergamasca il club non aveva grandi pretese, se non quella di raggiungere una salvezza tranquilla.

Alla prima stagione con Gasperini in panchina, dopo anni passati nella seconda metà di classifica, la società bergamasca si qualificava, ventisei anni dopo l’ultima volta, in Europa League ed il Gasp esprimeva queste parole: “Tutti diciamo che vogliamo fare bella figura, in realtà vogliamo anche vincere”. Detto, fatto. Tre a zero, un risultato che fa clamore al solo leggerlo (era da Jan Oblak nel 2018 che un estremo difensore non teneva la porta inviolata in finale), soprattutto se è stato rifilato ai danni di una delle squadre più forti e in forma d’Europa di questa stagione. Un punteggio che rappresenta esattamente lo svolgersi della partita, nella quale non è mai riuscito ad entrare il Bayer Leverkusen, al contrario dell’Atalanta che ha sin da subito messo in difficoltà la formazione avversaria con un’idea di gioco ben chiara in mente.
Il pressing alto, asfissiante, che non ha permesso di far arrivare l’ossigeno al cervello e di pensare ai centrocampisti delle “aspirine”, i quali raramente sono riusciti a girarsi e portare palla verso la porta, ha fatto sembrare l’imbattuta squadra tedesca una squadra qualsiasi. Il calcio uomo contro uomo a cui ci ha abituato Gasperini è stata la chiave vincente. Per tutta la stagione il Bayer Leverkusen si è trovato a far girare la palla ed essere inseguito, nell’ultimo atto di Europa League invece è stato il contrario: sono stati i tedeschi ad inseguire costantemente i giocatori bergamaschi, che erano dappertutto. L’intensità di gioco mantenuta dalla Dea per tutti i novanta minuti ha offuscato il talento di tutti i giocatori da cui ci si aspettava un lampo, mai arrivato.

Sinistro, destro, sinistro. Potrebbero essere dei ganci forti e in sequenza di un pugile, dritti su naso e mento, che stordirebbero il rivale, ma si tratta solo dei piedi di Lookman, che mandano la palla in rete e i tifosi bergamaschi in visibilio, non convinti di star vivendo la realtà. Il primo gol, vedendo gli ultimi due, risulta il “più brutto”, ma solo perché quelli che congelano la gara sono fuori di testa. Zappacosta, dopo essere stato servito da Koopmeiners, confeziona l’assist solo con il primo controllo, che gli permette di tagliare la strada a Grimaldo e crossare rasoterra in mezzo. Il pallone taglia tutto il centro dell’area, anzi, quasi tutta. Perché a chiudere l’azione c’è Ademola Olajade Lookman che, di cattiveria, come un fulmine, brucia un dormiente Palacios e con un tiro sotto l’incrocio dei pali sinistro porta in vantaggio i suoi. Questo è solo l’inizio di una favola che sembrava non potesse essere scritta, almeno prima del match. Solo quattordici minuti dopo, un altro errore in fase di impostazione del Bayer Leverkusen: Adli cerca di fare sponda di testa, ma manda la palla dritta sui piedi dell’attaccante nigeriano dell’Atalanta. Lookman sembra non avere opzioni, visti anche i tre uomini a circondarlo, ma era solo un apparenza: cinque tocchi, finta di corpo, tunnel a Xhaka e palla all’angolino destro, dove Kovar non può arrivare.
La prima grande occasione del Bayer Leverkusen arriva al trentaquattresimo minuto, quando la squadra tedesca riesce a chiudere uno dei pochi triangoli di tutto il match, mandando Grimaldo a tu per tu con Musso. Il portiere argentino esce troppo dai pali, ma il terzino sinistro spagnolo lo grazia. Nessuno del Bayer è riuscito a brillare, ma guai a pensare solo per proprio demeriti: ieri il campo era coperto per gran parte da un onnipresente Ederson, che sul finale si è tolto addirittura lo sfizio di vincere un duello in velocità con Frimpong. Nel primo tempo, a tre minuti dal termine, ha sui piedi una chance anche Charles De Ketelaere che, dopo aver saltato Hincapie, tenta il tiro dal limite trovando però Kovar sulla propria strada verso la gloria. Uno dei pochi lampi del trequartista belga, che è risultato appannato in fase offensiva, ma estremamente prezioso in fase di non possesso.
Nel secondo tempo la squadra di Xabi Alonso cerca di dire la propria, senza però mai risultare pericolosa, nonostante l’inserimento di una punta di peso come Boniface. Al settantacinquesimo parte il contropiede dell’Atalanta: Pasalic serve Scamacca, che porta palla fino alla trequarti, fino a quando non vede sfrecciare un treno sulla sua sinistra. Il numero 90 nerazzurro decide allora di passarla all’uomo più in forma della serata: doppio passo di Ademola Lookman e bordata da 110 km/h sotto la traversa. Tutto questo con una facilità disarmante, dopo più di 70 metri di corsa e settantacinque minuti di partita. Lookman, dopo aver tolto definitivamente il lucchetto da quella teca che protegge la tanto desiderata Coppa UEFA, annuisce tre volte con la testa, come a dire: “Questa sera sono io la star. Ora la coppa è nostra”.

Il lavoro, la programmazione, i valori e un’identità precisa. Sono questi gli elementi che hanno portato l’Atalanta alla conquista del suo primo trofeo, che vale anche il primo titolo in bacheca per Gasperini. L’allenatore classe 1958 ha portato una squadra che giocava per la salvezza ad essere tra le migliori d’Europa. Ora l’Atalanta è una Dea e fa paura a tutti.