L’importanza di essere ricordati, intervista a Sébastien Frey

È da poco uscito “Istinto Puro”, l’ultimo libro di Sébastien Frey. Per l’occasione ne è nata una chiacchierata tra vino, Dragon Ball e Fiorentina.

La linea telefonica va e viene. Sébastien Frey è in macchina, attraversando il confine italo-francese per tornare a Nizza, dove vive. Mi spiega che sull’autostrada il telefono impazzisce, non sa a quale cella agganciarsi. È comunque una bella coincidenza che questa intervista la stiamo facendo su quel tragitto, lo stesso che ha percorso, in direzione opposta e più di ventisei anni fa, dalla Costa Azzurra a Milano. 

Era il 1998 e Frey era a malapena diciottenne, ma aveva già fatto in tempo a mettersi in mostra tra i pali del Cannes. L’Inter lo vede come il portiere del futuro nerazzurro, ma deve farsi le ossa: prima una stagione da secondo a guardare le spalle di Pagliuca, poi il prestito a Verona. Qui esplode e, nell’estate del 2000, torna a Milano, questa volta da titolare. Intanto il 23 luglio Mediaset trasmette per la prima volta in italiano il novantacinquesimo episodio di Dragon Ball Z, quello in cui Goku si trasforma in Super Saiyan. Seba è ancora acerbo, ma quello che gli manca in esperienza compensa in personalità: si presenta alla prima giornata a Reggio Calabria con i capelli tinti biondo platino, quasi a voler imitare la trasformazione del protagonista del celebre manga di Akira Toriyama. 

Vent’anni dopo quel Reggina-Inter Frey si è lasciato alle spalle il suo look da Super Saiyan, e a dire il vero anche nella serie animata sembra ormai una trasformazione del passato. Oggi Goku ha sbloccato “l’Ultra Istinto”, una forma divina in cui i suoi capelli diventano bianchi e il suo carattere non è più quello del guerriero rabbioso e incandescente di una volta, ma ha fatto spazio a una versione più lucida e controllata. Un’evoluzione che potremmo anche vedere in Frey, tra qualche capello bianco che comincia a venire fuori e una calma che ha soppiantato il furore agonistico con cui guidava le sue squadre dalle retrovie. Ora ha deciso di raccontarsi in una versione inedita nel suo ultimo libro – scritto a quattro mani con Federico Calabrese – che per qualche strana coincidenza si chiama proprio “Istinto Puro” (Edizioni Minerva). 

Non potevo iniziare l’intervista senza chiedergli prima da dove nascesse il bisogno di raccontarsi, e perchè proprio adesso.

«Durante la pandemia, tra le varie interviste e live che ho fatto, è venuta fuori una bellissima chiacchierata con un giornalista che mi ha detto “Togli la carriera; sei una bella persona con tante cose ancora da raccontare”. Ci ho riflettuto e mi sono detto che fosse arrivato il momento di raccontarmi, in tutto e per tutto. Dal momento in cui ho deciso di farlo ho provato a essere il più integro, onesto e sincero possibile, aprendomi totalmente».

Non è comunque il primo libro di Frey; era già uscita nel 2008 una sua autobiografia, ma mi spiega che questo libro per lui ha un significato diverso.

«Diciamo che il primo libro è arrivato nel pieno della carriera, era un prodotto per accontentare i tifosi se vuoi. Un prodotto carino, che è piaciuto, ma in cui non mi sono messo a nudo. Qui invece sentivo l’esigenza di raccontarmi, di espormi ecco. Dovevo dire quelle cose che non ho mai raccontato e che non erano mai venute fuori».

Abbiamo poi cominciato a parlare del suo presente, e mi ha raccontato la sua quotidianeità.

«Il Frey di oggi si sente realizzato, è una persona felice. Non ti nascondo che ho tantissime cose da fare. Ho una bellissima famiglia, faccio il vino, mi chiamano per le partite di leggende in giro per il mondo, ora il libro. Ti rende vivo, non ti stanchi mai».

Tra le varie cose che lo tengono impegnato, quella che più di tutti lo sembra riempire d’orgoglio è la produzione del vino: 

«Io prima di tutto mi sono appassionato di vini francesi. Il nostro come sai è un paese di vino, forse è il primo al mondo. Poi nel tempo è nata l’idea di produrlo in Italia, in un paese che mi ha dato tanto e a cui ho dato tanto. È nato questo progetto bellissimo in collaborazione con una cantina del sud Italia, ed ora sta andando molto bene. Poi sicuramente c’è la passione, ma quando il prodotto piace ti da ancora più stimolo e voglia di andare avanti e migliorare».

Tre bottiglie del vino di Frey in collaborazione con le cantine Fabio Cordella.

Gli ho subito chiesto dove fosse nata la passione per il vino, per un calciatore che bene o male può permettersi pochi vizi.

«Spesso e volentieri per me aprire una bottiglia diventa un momento di condivisione. Se vuoi possiamo paragonarlo allo spogliatoio, ci sono sempre degli argomenti interessanti che nascono da questi scambi. È un valore che nella mia vita personale e professionale ho sempre cercato di ricreare».

Anche quando Frey parla d’altro, in un modo o nell’altro torna sempre al campo, e allora gli ho chiesto se si rivedesse nell’evoluzione tattica del ruolo del portiere. 

«A me in realtà piace. Apprezzo tantissimo il fatto che l’azione parta dai piedi del portiere. Vederli coinvolti in fase di costruzione, quando cercano anche giocate difficili, è una cosa che ha migliorato tanto il ruolo. Mi piace meno l’estremizzazione, quando vedo dieci passaggi avanti e indietro tra portiere e difensori in area. Giocare è giusto, ma per me giocare vuol dire anche arrivare con meno passaggi nella metà campo avversaria. Non vedo il senso di fare venti passaggi nella tua metà campo, o addirittura nella prima trequarti».

Uno dei portieri rivelazione di questo campionato è stato David De Gea, che grazie alle sue parate sta permettendo alla Fiorentina di presidiare stabilmente la zona Champions. Frey però mi dice che il bello deve ancora venire.

«La stagione è ancora lunga, ma vedo finalmente una Fiorentina che raccoglie i frutti di quello che è stato seminato dalla proprietà negli ultimi anni. Probabilmente è giunto il momento di togliersi qualche soddisfazione, spero che riesca a farlo perché continuo a fare il tifo per loro. Penso che sarà un campionato che si giocherà fino alla fine a tutti i livelli, e visto che sognare non costa niente, spero che la Fiorentina vada più lontano possibile».

L’ultima partita della Fiorentina in Champions League è stata la sfida in casa col Bayern nel 2010. Finì 3-2 per la Viola, ma non fu sufficiente a ribaltare il 2-1 dell’andata. Quella sera c’era lui a difendere i pali Viola, e nonostante una grande prestazione si dovette arrendere dopo uno dei primi casi riportati di gol “alla Robben”. Alla domanda su chi ruberebbe oggi a questa Fiorentina per giocarsi quella partita, mi ha dato una risposta per certi versi sorprendente.

«Kean mi piace un sacco. Sono molto curioso di vedere come continuerà, ma è un talento che ha trovato la piazza giusta che gli può permettere di lavorare bene. Secondo me arriverà in doppia cifra quest’anno».

Subito dopo Kean ha segnato una tripletta. Profetico.

Su chi invece presterebbe dalla sua Fiorentina a Palladino per puntare alla Champions quest’anno, mi ha risposto:

«Quello che secondo me è mancato alla Fiorentina negli ultimi anni è stato un bomber che facesse tanti gol. Ora appunto hanno Kean, ma per me aiuterebbe avere un altro lì davanti da quindici gol. Un Mutu per esempio lo vedrei bene in coppia con Moise, sarebbero un attacco da 35 gol».

Kean, come tanti calciatori di oggi, è uno che fa parlare tanto di sé fuori dal campo; è uno molto attento alle mode e alla musica, e più in generale si butta in tante forme d’espressione diverse. Frey di questo ne sa qualcosa e mi faccio raccontare da lui, che è stato indubbiamente un’icona di stile dei primi anni 2000, come si concilia il lavoro del calciatore con certe passioni fuori dal campo.

«Io da questo punto di vista ero sicuramente all’avanguardia. Con i social è aumentata la visibilità, quindi i ragazzi di oggi li vedi in ogni momento e la cosa è più normalizzata. Per dirti, all’epoca ci andavamo anche noi alle sfilate e stavamo molto attenti alla moda, ma se ne parlava di meno. Giusto Beckham appariva di più, il resto era una cosa che passava sotto traccia. Nakata per dirti aveva uno stile unico che mi piaceva tantissimo, venivamo spesso invitati alle sfilate insieme. Oggi è una cosa se vuoi più accettata, ma non cambierei niente. Alla fine qualcosa deve essere rimasto, se la gente ancora si ricorda un taglio di capelli o una maglia colorata o una fascetta. Ti dimostra che quella cosa ha funzionato».

Frey icona del blokecore.

Lo fermo per dirgli che sicuramente aiuta l’essere stato anche molto influente tra i pali.

«Una cosa porta l’altra. Con lo stile che avevo se non fossi stato un grande portiere se ne parlerebbe di meno, se non proprio per niente. Poi in campo mi sono guadagnato la stima sufficiente per meritarmi anche di essere ricordato per quello che facevo fuori, e mi fa comunque piacere perché significa che qualcosa è rimasto. Rido ancora quando la gente mi canta il coro “Coi capelli di Frey”».

Il tema della legacy – o l’eredità che vuole lasciare – sembra centrale in ogni sua parola, come se per lui fosse fondamentale che il suo passaggio abbia lasciato il segno. In un’altra intervista aveva detto che il libro rappresentava soprattutto un messaggio per i giovani. Mi sono fatto spiegare che intendesse.

«Se potessi regalerei questo libro al Seba di 20-30 anni fa. In quel periodo leggevo tanto le storie dei grandi personaggi, per esempio Maradona o Depardieu, soprattutto di quelli che avevano attraversato situazioni complicate e come le avevano superate. A me premeva mandare un messaggio alle nuove generazioni. La mia impressione è che i ragazzi di oggi alle prime difficoltà si arrendano, o al massimo evitino il problema, ma così non vai avanti, nel calcio e nella vita. Questo libro infatti l’ho regalato a mio figlio, gli ho detto: “Daniel, lo devi leggere, devi sapere la storia di tuo padre”».

A quel punto ho chiuso chiedendogli di riassumermi questa storia in un paio di righe.

«La storia di uno che dalle difficoltà ne è sempre uscito più forte. Ripensavo a tutti gli ostacoli che ho dovuto affrontare, agli infortuni, alle separazioni, e oggi ho imparato a essergli grato, perché mi hanno reso la persona che sono adesso. Per quanto possa sembrare una frase fatta, non bisogna arrendersi mai, è questa la mia storia ed è quello che voglio raccontare con questo libro».