Cosa ci dobbiamo aspettare dallo United di Amorim

Analizzando il suo Sporting e la rosa dei Red Devils, andiamo a vedere come Amorim proverà a risollevare lo United.

A pensarci bene, l’ultimo allenatore ad aver vinto un trofeo con il Manchester United è stato José Mourinho, un portoghese. Ora, a sostituire l’esonerato Ten Haag, sarà Ruben Amorim, un altro portoghese. Come si è arrivati a questa scelta? I due, in realtà, non sono molto simili; il primo con un gusto tutto suo per la teatralità, l’altro un uomo di campo, schivo e silenzioso. Il gruppo INEOS, che gli ha affidato la panchina dei Red Devils, a questo punto si augura che basti la lingua del fado che li accomuna ad essere di buon auspicio in questo passaggio di consegne. 

Il lavoro a Lisbona

Il portoghese arriva a Manchester con non poche aspettative, causate anche dall’incredibile lavoro svolto in Portogallo. A Lisbona è riuscito infatti a porre fine al duopolio ventennale di Porto e Benfica, vincendo nel 2021 la Primeira Liga e confermandosi nella scorsa stagione. L’anno scorso ha dominato il campionato con 10 punti di distacco dalla seconda (subendo solo 2 sconfitte), quest’anno invece aveva spostato il mirino sull’Europa. Un consolidato primo posto in Champions League, condito da un sonoro 4-1 al Manchester City, aveva dimostrato che il campionato portoghese era un abito che gli andava sempre più stretto. 

Se è un uomo scaramantico potremmo dire che il suo arrivo in Inghilterra percorre lo stesso tracciato vincente che lo ha portato al successo in Portogallo. Era infatti sulla panchina del Braga quando viene prelevato per circa 10 milioni dai verdebianchi nel marzo del 2020, in un periodo di piena contestazione. A Lisbona trova una situazione forse più disastrosa di quella che lo aspetta a Carrington, ma in poco tempo ha invertito la rotta della squadra, gettando le basi per il periodo florido che ha caratterizzato lo Sporting degli ultimi tempi.

Oltre alle capacità, Amorim ha imparato anche a farsi amare dai suoi spogliatoi.

Cosa ha convinto lo United?

La sua qualità principale, al netto di tutto, sembra essere la flessibilità. A differenza del cervellotico Ten Haag, Amorim si è mostrato più disposto ad adattarsi alle esigenze dettate dal contesto. Le sue squadre, con dei principi di gioco comunque chiari, sono in grado di leggere i momenti della partita e fare tante cose diverse. 

Questo viene soprattutto fuori in fase di non possesso, dove a seconda dei momenti il suo Sporting si è dimostrato sia ambizioso in riaggressione che solido in difesa posizionale. Anche per questo tende a implementare un blocco difensivo medio, con una squadra molto corta e dinamica. La differenza la fanno gli esterni, che sono i veri equilibratori: se infatti in fase difensiva si abbassano in uno schieramento a 5, le transizioni positive gli chiedono di coprire tanto campo per posizionarsi in linea con gli attaccanti.

La fase di costruzione è invece uno degli aspetti più ambiziosi e interessanti del gioco di Amorim. I due esterni possono abbassarsi per un’uscita più ragionata, o partire già sulla linea degli attaccanti nelle situazioni di attacco diretto. In questo caso parleremmo di un 3-2-5, con gli esterni a dettare l’ampiezza. La loro posizione diventa anche cruciale per creare densità in zona palla e riaggredire sulle seconde palle, altro elemento caratterizzante delle squadre del portoghese. La prima uscita vede poi uno dei due centrocampisti centrali abbassarsi tra i centrali, mentre l’altro rimane in posizione più avanzata. C’è poi grande fluidità, con i braccetti che tendono ad alzarsi a turno per lasciare più libertà al centrocampista sceso ad impostare. Un dinamismo collettivo fondamentale per generare la densità nei mezzi spazi richiesta dal tecnico.

Uno sguardo ai giocatori

Analizzando la rosa a disposizione, lo United sembra adatto a mettere in campo le idee di Amorim. Uno dei principali ostacoli è banalmente numerico, in quanto la squadra in estate era stata di fatto costruita per giocare a 4, e ora rischia di trovarsi corta in alcuni reparti. 

Se i primi due posti sembrano prenotati (De Ligt ha già giocato a tre alla Juve come in nazionale e Lisandro Martinez è uno dei migliori difensori in impostazione in Premier con il 90% di passaggi completati e nell’83° percentile per passaggi progressivi per 90’), l’incognita è rappresentata dal ruolo di braccetto destro. Leny Yoro sarebbe teoricamente perfetto, ma ha dovuto fare i conti con un brutto infortunio al piede che gli ha impedito di debuttare con la maglia dei Red Devils. Le alternative – il trentaseienne Jonny Evans, Lindelöf e un Maguire al centro che farebbe scalare De Ligt a destra – sembrano invece in qualche modo anacronistiche. È comunque evidente che a gennaio sarà necessario un innesto in questo reparto per sistemare gli equilibri. Uno dei nomi più chiacchierati sembra quello di Castello Lukeba dal Lipsia, un super-atleta dominante nell’uno contro uno, con grandi qualità anche in progressione. 

A centrocampo Ugarte potrebbe ritrovare la centralità che aveva ottenuto, proprio con Amorim, allo Sporting, in coppia a Mainoo. Per quanto riguarda gli esterni Mazraoui e Dalot sembrano interpreti perfetti per il portoghese, ma non è da escludere l’utilizzo di Garnacho sulla fascia per permettergli di calpestare le zolle più esterne che predilige, bilanciato poi dalla presenza di un giocatore più conservativo come Bruno Fernandes sottopunta. L’argentino, che quest’anno ha spesso dettato lui l’ampiezza sia a destra che a sinistra, potrebbe andare in difficoltà venendo dentro al campo. Discorso simile per Diallo, mentre Rashford sembra più adatto a giocare centralmente tra le linee. Infine la scelta del centravanti, che per caratteristiche sembra ricadere più su Rasmus Højlund che su Joshua Zirkzee. Il danere infatti ha caratteristiche non lontane da quelle di Viktor Gyökeres, una delle punte di diamante di Amorim a Lisbona.

Due certezze da cui ripartirà l’allenatore portoghese.

Amorim porta con sé idee, umiltà e forse, per la prima volta nella gestione INEOS, progettualità. Rispetto ai suoi predecessori sembra anche avere una sintonia diversa col campo, qualità che è tanto mancata allo United negli anni recenti. Se infatti gli ultimi allenatori dei Red Devils si sono messi in mostra più in conferenza stampa che sul rettangolo verde, il tecnico portoghese ha fatto capire di essere uno che lascia parlare il terreno di gioco. Potrebbe essere l’idea rivoluzionaria che cambia le sorti recenti del Manchester United.