Roberto De Zerbi, il tormentato

Le tappe della separazione tra il tecnico bresciano e l’Olympique Marsiglia, dagli errori comunicativi a quelli di gestione. 

«Roberto uno di noi». 

Un giuramento d’amore di quindici lettere azzurre dipinte su un telo bianco. Siamo a Marsiglia, è il 18 ottobre 2025: dietro allo striscione ci sono una manciata di tifosi dell’OM, ma potrebbero tranquillamente essere tutti. Simbolicamente rappresentati da quel “noi”, è una dichiarazione importante, o quantomeno in controtendenza con l’esigenza degli ultras di oggi di prendere le distanze dal calcio moderno e dai suoi protagonisti sempre più lontani dalle sue radici popolari.

Come è possibile che oggi questa storia d’amore sia già finita? Quanto può essere cambiato nel giro di quattro mesi? 

È impossibile nascondere che il tecnico abbia le sue responsabilità. È innegabile che il rapporto tra l’italiano e il club francese è stato impetuoso, ma anche assurdo, tossico e tormentato. De Zerbi ne esce nudo, essendosi esposto con tutti i suoi pregi, tutti i suoi difetti e tutte le sue contraddizioni. 

Unione al popolo, ma anche distanza dallo stesso 

Il bresciano e l’OM sono sembrati i due attori perfetti per questo film. Da un lato il rivoluzionario, dall’altro una terra che aveva bisogno di una rivoluzione. L’ambizione di un tecnico giovane era la stessa del popolo marsigliese; l’ego, pure. Un vittimismo condiviso e un risentimento generale nei confronti del sistema, rappresentati dal bisogno di entrambi di trovare sempre un nemico e di vivere le stagioni un conflitto alla volta. Scomodi e antipatici, divorati dall’ambizione ma anche dai rispettivi complessi di inferiorità. 

De Zerbi aveva quindi una missione: riportare il sole in una Marsiglia rimasta all’ombra della Torre Eiffel da ormai quindici anni.

Il fatto che poi tutto sia finito a Parigi è in qualche modo poetico. Nella credenza popolare, l’immaginario vuole che Parigi sia la tomba di tante storie d’amore, come se la capitale degli innamorati sia anche l’ultima tappa delle loro avventure. Anche per la relazione tra De Zerbi e l’OM, Parigi è stata ha rappresentato il capolinea, terminata con una sonora sconfitta per 5-0 contro il tanto odiato Paris Saint Germain. Una relazione che prometteva bene, ma che si è dimostrata altalenante come la maggior parte degli allenatori passati per la Costa Azzurra. 

Prima di De Zerbi ci aveva provato Marcelo Bielsa – detto “el loco” per una spigolosità caratteriale non troppo lontana da quella del bresciano – 10 anni fa, con una separazione anche lì tutt’altro che tranquilla: «Il mio lavoro qui è finito, me ne torno nel mio Paese». Così anche il suo discepolo Sampaoli, che a Marsiglia era rimasto poco più di un anno, dopo aver chiuso la stagione secondo, dietro al PSG.  

Paradossalmente, questi allenatori arrivano sempre viziati da un legame tra la squadra e la città. Un rapporto viscerale, che si affaccia sul baratro appena le cose sembrano prendere una piega negativa. E tutti all’interno del club ne soffrono, modificando la loro comunicazione, sentendo la pressione di chi non è tra le prime 10 d’Europa ma è come se lo fosse. 

Tutto, troppo

Quello che si può recriminare, e forse è parte fondamentale della fine della sua avventura, è la comunicazione: un aspetto fondamentale per un allenatore ai nostri giorni, soprattutto nella sfera che riguarda la stampa. La gestione dei giornalisti, spesso è stata un’accusa rivolta agli allenatori. Testate che non hanno atteso per criticare il modus operandi di De Zerbi, con ciò che è stato scritto sul suo addio, sulla scelta di svolgere il ritiro a Roma e l’aver sempre fatto uso di un traduttore mentre parlava in italiano sia in conferenza che con la squadra. 

Anche le sue dichiarazioni sono state spesso troppo forti. La principale: “Il problema dell’OM, è l’OM”. Anche lo scorso anno, di fronte ad una frattura simile, dove la squadra non si allenava con la stessa intensità richiesta dal tecnico, aveva sospeso qualsiasi le sessioni al Velodrome. Solo il pronto intervento del ds Benatia, l’uomo che aveva scelto il progetto triennale di De Zerbi, aveva calmato le acque. Una frattura che però quest’anno è stata impossibile da risanare e che ha portato alla risoluzione contrattuale del tecnico e alle dimissioni di Benatia. 

La gestione dello spogliatoio

Un altro motivo di frizione è stata la gestione dello spogliatoio. La sua filosofia di gioco impone uno sforzo continuo, fisico ma soprattutto mentale. Un livello di intensità che difficilmente può essere sostenuto per un’intera stagione, e che alla lunga genera stress, tensioni e crepe interne.

Queste piccole fratture interne sono esplose ad inizio stagione, con la rissa tra Rabiot e Rowe. Una situazione “mai vista, una rissa da pub inglese” come detto dallo stesso De Zerbi, portando prima alla sospensione e successivamente alla vendita dei due calciatori. Non sono mancate le critiche per la gestione dell’accaduto, soprattutto viste le prestazioni di Rabiot con il Milan. Poi la sfuriata contro Ismael Koné, che ha portato alla cessione del giocatore al Sassuolo. La più recente, è la rissa sfiorata tra Vermeeren e Kondogbia, con conseguente consiglio di lasciare l’OM se la situazione non fosse più di loro gradimento. 

«È come un tifoso che allena la squadra». Così lo ha descritto Samir Nasri. Se i tifosi dicono “uno di noi”, un motivo ci sarà. La sua è una mentalità quasi tossica, che lo ha portato anche la scorsa stagione a dichiarazioni forti, prima dell’aritmetica qualificazione in Champions League: «Volete farmi fallire? Allora falliremo tutti insieme», sintomo che già prima di questa stagione, c’erano segni di frizione con uno spogliatoio diviso a metà con giocatori che seguivano le sue direttive e di chi, forse seccato dai suoi frequenti cambi di formazione, lo aveva abbandonato al suo destino. 

Tutto da buttare?

Ma quindi l’esperienza in Francia è stata un fallimento? Certo, si possono recriminare le scelte tattiche, come nella debacle contro il PSG di schierare Greenwood a sinistra, o la poca flessione tattica. 

Ma i risultati sono arrivati, come sempre fatto nelle sue esperienze, che sia con il Sassuolo, lo Shakhtar o il Brighton. Anche a Marsiglia, De Zerbi è stato fatto passare come un “santone”: video su quanto sia bravo ad allenare, di come sia un genio nel calcio, tutte qualità che però non portano a risultati. Ma è davvero così? La scorsa stagione ha chiuso al secondo posto, piazzamento raggiunto solo altre 3 volte negli ultimi 15 anni. Ha portato l’OM in Champions, dopo averci partecipato solo altre 3 volte negli ultimi 13 anni. 

È anche vero che non ha vinto un trofeo, buttando nei minuti finali la Supercoppa di Francia e uscendo in maniera romanzesca dalla Champions League a causa del suo opposto per eccellenza, Jose Mourinho. Ma come accaduto a Brighton, dopo un primo anno spettacolare, l’involuzione del secondo è stata fatale. Non è stato quindi un fallimento, ma l’epilogo naturale di un rapporto vissuto sempre al massimo. A Marsiglia l’amore amplifica tutto: anche le crepe.