Il rinascimento di Ansu Fati

Dal peso dell’eredità di Messi alla leggerezza di chi vuole solo giocare a calcio. Ansu Fati e la seconda vita del talento spagnolo in Costa Azzurra.

Tu, che non sei limitato da confini, determinerai da te la tua natura secondo il tuo arbitrio.

La frase è stata pronunciata da uno dei più importanti autori italiani rinascimentali, Pico della Mirandola. Nel Rinascimento, l’uomo riscopriva sé stesso: capiva di poter modellare il proprio destino attraverso la ragione, la conoscenza e la bellezza. Nel calcio, la rinascita passa per le stesse coordinate: libertà, consapevolezza e un corpo che torna a rispondere alla mente.

Non serve ricordare chi sia Ansu Fati, né ripercorrere ogni record battuto dall’ex enfant prodige de La Masia, i paragoni con Messi o i contratti con clausole da 400 milioni. 

Basta un singolo frame per definirlo: è il 21 settembre, al minuto 46 di Monaco-Metz. Lo spagnolo è appena subentrato a Brunner. Parte una giocata verticale a cercare Biereth, che fa sfilare – forse neanche volontariamente – per la sovrapposizione di Camara. In area, il ragazzo con la numero 31 si agita, scalpita, richiama l’attenzione del compagno. Cross basso e tagliato, su cui Fati arriva in allungo e con un leggero tocco mette in rete. Non è solo un gol: è la liberazione di un gesto che sembrava perduto. È il corpo che, finalmente, segue l’idea. 

Un nuovo spazio 

A Barcellona, Fati era il simbolo di un ideale: la costruzione di un talento per continuare la tradizione del club, in un periodo falcidiato dai debiti e da una bancarotta emotiva, oltre che finanziaria. L’addio di Messi aveva lasciato un vuoto che, per poco, sembrava poter essere colmato. Ma quando sei solo un diciassettenne, la pressione e gli infortuni rischiano di svuotarti lentamente. 

In Costa Azzurra, invece, il contesto è più tranquillo, quasi intimo. Qui non si deve riempire un vuoto lasciato da una leggenda, ma solo giocare a calcio. 

Sébastien Pocognoli – da poco subentrato ad Adolf Hutter, l’ex tecnico del Monaco – ha ritagliato per Fati un ruolo ibrido. Pur essendo naturalmente portato a giocare sulla sinistra, il tecnico lo impiega in posizione più assiale, spostandolo verso il centro come un vero e proprio 9,5, a metà strada tra l’attacco e il trequarti.

Da quella posizione, nel mezzo spazio sinistro, ha ritrovato la sua dimensione più naturale: crea, inventa, attacca. I numeri lo raccontano meglio di qualsiasi aggettivo — 1.34 expected goals per 90 minuti, più del doppio rispetto alle sue stagioni migliori a Barcellona, dove non aveva mai superato la media di 0.56.

Il dato degli xG non è fine a sé stesso: racconta di un giocatore che ha ritrovato fiducia, istinto, presenza. 

Questa fiducia si riflette anche nella leggera overperformance dello spagnolo in questa stagione,avendo segnato 5 reti a fronte di 4.3 expected goals.

L’ex Barcellona, però, non ha semplicemente cambiato il proprio modo di percepire la pressione, ma ha anche scoperto un innato killer instinct. Fati è infatti il quarto calciatore della Ligue 1 per goal segnati ogni 90’ (1.56) ed il secondo per expected goals p90 (1.66).

Dopo un avvio di stagione scoppiettante, la possibilità di non rivederlo più in blaugrana si fa sempre più concreta. Il Barcellona, stretto tra esigenze economiche e scelte tecniche, spinge per una cessione a titolo definitivo nel Principato. Per il Monaco, invece, sarebbe l’occasione per puntare su Ansu Fati senza riserve e la scommessa, almeno per ora, sta pagando.

Pocognoli gli sta dando fiducia dal primo minuto con continuità, e lo spagnolo non la sta tradendo tra prestazioni solide ed una crescita via via maggiore. 

Da inizio stagione, oltre ai gol, Ansu Fati sta creando tanto: ha già prodotto 12 occasioni da tiro con 3.83 SCA (shot creating actions) p90, tutte nate da situazioni di gioco in movimento, che lo inseriscono nel 91º percentile per SCA da “live ball passes”, rispetto ai pari ruolo nei top 5 campionati europei: segno di una trasformazione che non ha cancellato, ma anzi raffinato, le sue qualità “artistiche” da numero 10.

Il suo nuovo ruolo da 9 e mezzo gli consente di muoversi tra le linee, di legare il gioco e di diventare un punto di riferimento tecnico per i compagni. La sua capacità relazionale in campo si sta rivelando fondamentale per il Monaco: Fati infatti è anche nel 92º  percentile per passaggi riusciti (con una media del 83.6%) rispetto ad ali e trequartisti in Europa. Lo spagnolo è perennemente alla ricerca della connessione più intelligente, mai di quella più semplice, come dimostrano i 2.14 key passes e passaggi nell’area avversaria ogni 90 minuti.

E a fare la differenza, stavolta, è anche la tenuta fisica: 451 minuti giocati, già oltre i 315 totalizzati nella scorsa stagione e ormai vicino ai livelli delle annate 2020/21 e 2021/22.
È il segnale più chiaro che il corpo, finalmente, sta tornando ad ascoltare la sua mente.

Fati – Dembélé e quella strana coincidenza

Se pensiamo alla Ligue 1 e ad un giocatore che “rinasce” dopo un’esperienza negativa a Barcellona, il primo pensiero non può che andare al fresco vincitore del Pallone d’Oro di quest’anno: Ousmane Dembélé. Entrambi sembravano accomunati dallo stesso destino nei 3 anni di convivenza in blaugrana. Entrambi erano i Lamine Yamal before Lamine Yamal, portando sulle spalle il peso delle aspettative di un’eredità impossibile. Entrambi sono finiti per naufragare al Barça, ritrovando la via della felicità in Francia. 

Certo, Fati probabilmente non vincerà mai il pallone d’oro, a differenza dell’ex compagno, ma veder tornare a sorridere un ragazzo con le sue qualità – e la sua storia – è una vittoria umana e rinascimentale, nel senso stretto del termine.

A proposito di wonderkids.

Quale futuro?

Il futuro di Ansu Fati, oggi, non ha bisogno né di clamori né di paragoni. A 23 anni – sì, ne ha ancora 23 – può permettersi una serenità che chi ha un trascorso di carriera come il suo, raramente riesce a conquistare.

Gli infortuni lo hanno costretto a rallentare, ma forse proprio lì c’è la chiave del suo futuro: meno esplosività, più intelligenza, più gusto per la giocata migliore. 

Il suo destino più realistico somiglia a quello di un Isco o di un Depay: non più predestinati, ma artisti maturi, capaci di accendere una partita con un lampo e di far innamorare chi sa guardare oltre le statistiche.  Una sorta di Griezmann junior, con tutte le accortezze del caso: un giocatore meno veloce, ma con qualità e visione. Un attaccante che sceglie quando accellerare, che vive di ritmo e pause, che intuisce che la tecnica può sopperire alle mancanze fisiche. 

E se un giorno il fisico dovesse di nuovo abbandonarlo, se dovesse finire come uno di quei giocatori alla “Streets Won’t Forget”, che così sia, incantando comunque chiunque ne sappia apprezzare ancora il talento. Perché non tutti i predestinati diventano leggenda.

Ma va bene così. Ansu Fati non sarà mai il “nuovo Messi” — e forse è proprio per questo che, adesso, può finalmente essere se stesso.