La Superliga danese non vuole smettere di sorprendere

Dal 1889 ad oggi le stelle della Superligaen continuano a brillare.

Il calcio danese può vantare una storia ultracentenaria. Se per gran parte di questa ha solo rappresentato un anonimo campionato scandinavo – inaugurato nel 1889 e propriamente chiamato solo “Torneo di Calcio” – negli ultimi anni si è invece evoluto in uno dei laboratori più interessanti del calcio europeo. La Superligaen è così diventata un campionato periferico solo in apparenza, che continua a produrre giocatori capaci di imporsi rapidamente su palcoscenici ben più prestigiosi. Chi guarda alla Danimarca, oggi, non lo fa più per caso.

Haraldsson, Sørloth, Oskarsson, Kudus: la lista di calciatori esplosi in Superligaen e poi diventati protagonisti in giro per l’Europa è ormai lunga. La Danimarca, soprattutto nell’ultimo decennio, si è affermata come una delle realtà più fertili nella produzione di talento. Club come Nordsjælland, Copenhagen, Midtjylland e Brøndby sono saliti alla ribalta grazie a settori giovanili avanzati, reti di scouting globali e una notevole capacità di lavorare sulle giovani promesse.

A confermare questo stato di salute ci sono oggi due attaccanti che, a suon di gol e prestazioni, stanno attirando l’attenzione dei grandi club europei. Prima di raccontarne le storie, però, è necessario contestualizzare la Superliga e il suo equilibrio interno. Il campionato ruota attorno a due poli opposti, quasi antitetici. Da una parte lo storico Copenhagen, erede del KB – primo club del Paese e detentore di 15 titoli nazionali – dall’altra il Midtjylland, fondato nel 1999 e capace solo negli ultimi dieci anni di imporsi stabilmente nel panorama calcistico danese ed europeo.

La differenza tra i due club non è solo storica, ma anche strutturale. Il Copenhagen ha costruito la propria identità guardando soprattutto alla Scandinavia: 54 giocatori acquistati tra Islanda, Norvegia e Svezia. Il Midtjylland, invece, è un progetto più ibrido e globale, con innesti provenienti da Sud America, Africa, Corea del Sud, Turchia e Balcani. Fondamentale, in questo senso, è la partnership con il CD Mafra, club di terza serie portoghese utilizzato come tappa intermedia per facilitare l’adattamento dei giocatori provenienti da contesti calcistici lontani da quello danese. Dal Mafra sono passati, tra gli altri, l’attuale portiere titolare Elias Rafn Ólafsson, il colombiano Pablo Ortiz, il difensore Ousmane Diao e l’ivoriano Ousmane Diomande, oggi allo Sporting. Una sorta di pit-stop obbligatorio, supervisionato anche da membri dell’organigramma del Midtjylland inviati direttamente in Portogallo per monitorare la crescita dei singoli.

In questo contesto emergono due attaccanti simbolo, non a caso titolari proprio nelle due squadre che si contendono l’egemonia del campionato.

Il primo è Franculino Djú, punta del Midtjylland e stella della nazionale della Guinea-Bissau. Classe 2004, è cresciuto nella squadra B del Benfica prima di essere notato da Mike Tullberg. Arrivato in Danimarca da perfetto sconosciuto, ha impressionato fin da subito per una velocità fuori scala, sia nell’uno contro uno che palla al piede. Strappi brucianti, capacità costante di saltare l’uomo, tecnica più che solida e un istinto da vero bomber: Franculino incarna il prototipo dell’attaccante moderno. I numeri parlano per lui: 17 gol nella prima stagione, 16 nella seconda; prima dell’ultimo infortunio aveva già collezionato 16 gol e 3 assist in 17 partite di campionato, oltre a 3 reti in 5 presenze di Europa League.

Non è un caso che il Midtjylland abbia chiuso il proprio girone europeo al terzo posto, davanti a squadre più blasonate come Roma, Porto e Betis, con 19 punti e una sola sconfitta. L’unico vero punto interrogativo attorno a Franculino riguarda la tenuta fisica. Già seguito dal Torino la scorsa estate e osservato con attenzione da Bayern Monaco, Fenerbahçe e Liverpool, l’attaccante ha dovuto fare i conti con un ginocchio fragile: tre mesi di stop la scorsa stagione e un’operazione a dicembre, con rientro previsto non prima di aprile, quando il Midtjylland avrà ormai definito il proprio percorso stagionale.

L’altro nome da tenere d’occhio gioca invece a Copenhagen, nella capitale. Forse lo avete incrociato distrattamente nei tabellini di Barcellona-Copenhagen o Copenhagen-Borussia Dortmund. Si chiama Viktor Dadason, islandese classe 2008, e ha iniziato a trovare spazio in prima squadra a ottobre, in concomitanza con la pausa invernale del campionato. Quattro gol in tre partite di coppa sono bastati a convincere Jacob Neestrup a lanciarlo anche in Champions League, in un momento complicato per il Copenhagen: quinto posto in campionato e rendimento deludente degli altri due centravanti, Youssoufa Moukoko e Andreas Cornelius.

Neestrup ha ridisegnato l’attacco: Jordan Larsson spostato largo a destra, Claesson riportato nel suo ruolo naturale e il peso offensivo affidato al sedicenne islandese. Il risultato è stato sorprendente. Tre gol in Champions, uno decisivo contro il Kairat per la vittoria e altri due contro avversarie di primo piano. Dadason è diventato così il terzo più giovane marcatore nella storia della competizione, dietro Ansu Fati e Lamine Yamal, oltre che il più giovane di sempre a segnare due gol in Champions League.

Attaccante alto, strutturato fisicamente e con una tecnica pulita, Dadason predilige il gioco spalle alla porta e l’attacco dell’area sui cross. Un bomber d’area nel senso più classico del termine. Al FRAM Reykjavík se ne parlava già molto bene, ma forse nemmeno in Islanda immaginavano una crescita così rapida. Il Copenhagen lo ha scovato grazie a un osservatore disposto a un viaggio di due ore in bus tra i ghiacciai di Sólheimajökull, investendo 300 mila euro per il suo cartellino. È però necessario mantenere una prospettiva corretta: Dadason resta un classe 2008, con ancora zero gol in campionato e appena 16 presenze tra i professionisti. Il talento è evidente, ma il salto definitivo è ancora lontano. Cresciuto con Haaland come idolo, resta un profilo da osservare con attenzione: non è detto che tra qualche anno non possa provare a seguirne le orme.

È poi importante concentrarsi sul futuro della Superliga, in un paese dove – a differenza dell’Europa mediterranea – il calcio sembra ancora in forte crescita. Insomma: se il buongiorno si vede dal mattino, il calcio danese sembra destinato a togliersi importanti soddisfazioni.