Il problema Cristiano Ronaldo 

Può un giocatore capace di segnare 967 reti in carriera arrivare a diventare un peso per la sua nazionale? 

Lo dico a chi ci ascolta da casa:

la squadra deve segnare, non te.

Così ha commentato Thierry Henry il pareggio tra Portogallo e Repubblica Democratica del Congo, censurando senza troppi giri di parole uno degli episodi più significativi del match: 

«Ronaldo si è trovato in questa situazione diverse volte: se avesse attaccato il primo palo in avanti, costringendo il difensore a seguirlo, avrebbe liberato Bruno Fernandes per un tap-in facile. Ma siccome è Cristiano Ronaldo e vuole segnare, fa il movimento all’indietro provando un tiro complicato e facile da difendere».

Dagli studi di FOX Sports è arrivata una sentenza perentoria.

La sensazione, guardando il numero 7 portoghese, è stata proprio questa: che ogni pallone decisivo passi dai suoi piedi. Si alimenta il bisogno testardo, quasi morboso, che il gol della partita debba essere ancora una volta il suo. Che questo sport, in qualche modo, debba continuare a riconoscere il suo centro di gravità.

La prima giornata di questi Mondiali ha già offerto più di una sorpresa: la Spagna fermata dall’esordiente Capo Verde, l’inattesa sconfitta della Turchia con l’Australia, i  pareggi di Qatar ed Egitto. Ma della giornata di ieri sono rimaste soprattutto due immagini. Da una parte Lionel Messi, ancora capace di illuminare i palcoscenici più prestigiosi con una tripletta contro l’Algeria. Dall’altra i 90’ incolore giocati da Ronaldo in una partita altrettanto spenta, complicata, nella quale il Portogallo ha rischiato addirittura di uscire senza punti.

Come è possibile che la Repubblica del Congo abbia tirato più volte degli uomini di Martinez, pur giocando una gara soprattutto difensiva? Come è possibile che Ronaldo, Leao, Bernardo Silva e Bruno Fernandes non siano riusciti ad indirizzare alcun tiro nello specchio della porta? È stata soltanto una giornata storta o siamo davanti ad un campanello d’allarme da tenere sotto controllo?

Che Cristiano Ronaldo sia stato – e per certi versi è ancora – un giocatore formidabile, al quale le divinità calcistiche hanno concesso pressoché tutte le qualità di cui un attaccante ha bisogno, non lo scopriamo di certo oggi. Il suo curriculum parla da solo. Il punto, però, non è discutere ciò che è stato. Sarebbe inutile e persino ingiusto. Il punto è capire cosa possa rappresentare oggi, a 41 anni, dentro una nazionale piena di talento, ritmo e soluzioni offensive. 

I pregressi

Il dubbio non nasce da una sola partita sbagliata. Già nelle amichevoli pre-mondiale contro Cile e Nigeria, tra stop imprecisi e conclusioni forzate finite tra gli spalti, qualcosa sembrava non funzionare. Anzi, se vogliamo dirla tutta, allargando lo sguardo alle qualificazioni mondiali e alla Nations League, l’impressione diventa costante: quando il Portogallo attacca, qualunque pallone arrivi negli ultimi metri sembra dover passare da Cristiano Ronaldo. 

Dopo un dribbling, in contropiede, su un cross, da calcio piazzato: il primo pensiero è sempre quello di cercare lui. 

Il motivo non è chiaro. Da un lato i compagni quando vanno nel panico lo cercano insistentemente, si aggrappano alla sua aura leggendaria. Dall’altro è lui che sembra bramare le luci dei riflettori, che si faccia vedere sempre, in continuazione.

E quindi in fase di possesso è spesso Ronaldo stesso ad abbassarsi sulla trequarti per ricevere il pallone e partecipare alla costruzione, quasi da “regista” aggiunto. Ma non è quella la sua natura. Ronaldo ha costruito la sua leggenda attaccando lo spazio, dominando l’area, trasformando ogni pallone in una minaccia. Non amministrando il gioco lontano dalla porta. Anche perché Ronaldo non ha mai potuto contare su grandi doti di playmaking.

La riprova sono, come sempre, le statistiche, capaci di dare fondamento a quello che l’occhio attento intuisce. Durante le qualificazioni mondiali il Portogallo ha effettuato circa otto tiri a partita: sei, in media, sono stati tentati da Ronaldo. In cinque presenze sono arrivati un rigore e due doppiette, con il fuoriclasse di Madeira che non ha partecipato alla goleada all’ultima giornata con l’Armenia perchè squalificato dopo il rosso rimediato con l’Irlanda. 

Il muro congolese

Il copione sembra essere sempre lo stesso: il Portogallo appare spesso più fluido quando Ronaldo è fuori dal terreno di gioco. Non necessariamente più forte, ma più libero. Più disposto a sfruttare a pieno le qualità degli altri giocatori, senza quella forza gravitazionale che riporta ogni azione verso il numero sette.

Contro la Repubblica Democratica del Congo questa dinamica è emersa più volte. Conceição, Vitinha, Cancelo e Bruno Fernandes, hanno spesso creato superiorità, saltato l’uomo, aperto linee interessanti. Ma una volta arrivati negli ultimi metri, il Portogallo ha scelto quasi sempre la soluzione più prevedibile: palla tesa in mezzo verso Ronaldo.

L’azione al minuto 68, la stessa ripresa da Henry a Fox Sports, è l’esempio più lampante.  Conceicao approfitta di una scalata sbagliata della difesa congolese e riceve completamente libero al vertice dell’area di rigore. Bruno Fernandes legge bene la situazione, si stacca a rimorchio e riesce a far perdere completamente la marcatura a Mbemba. Per un attimo, il Portogallo ha esattamente ciò di cui ha bisogno per tornare in vantaggio. Ma qualcosa va storto: Ronaldo non attacca il primo palo per aprire lo spazio, vuole essere lui a decidere la partita. Fa il movimento opposto: non solo si sovrappone alla zona occupata da Bruno Fernandes, finendo per portargli addosso l’uomo, ma decide comunque di intervenire. Lo fa in equilibrio precario, con la palla leggermente dietro – destinata a Bruno – e la conclusione finisce larga.

O quando qui sembra invocare il fuorigioco sul gol di Cancelo, poi annullato.

Stesso copione in fase di costruzione, dove invece della conclusione da fuori area i lusitani hanno spesso forzato il cross verso Ronaldo, anche quando il numero 7 era chiuso tra i difensori. Cross su cross sono piovuti nell’area congolese, che con tre centrali ha letto benissimo questa tendenza. Ha accettato di concedere qualcosa sugli esterni, sapendo che il pallone sarebbe quasi sempre arrivato nella stessa zona. E lì ha potuto raddoppiare, a volte persino triplicare, sull’ex Real Madrid e Juventus. A Desabre va riconosciuto di aver individuato la grande debolezza del Portogallo, forse non compresa dal Portogallo stesso. 

Ma quella debolezza non è Ronaldo in sé. Non può esserlo, non tanto per i suoi trascorsi, ma nemmeno per il suo stato di forma attuale. Non è nemmeno, almeno non solo, il piano gara di Roberto Martínez o la scelta di non inserire prima Ramos, Félix o Guedes. Il vero problema è più sottile: il Portogallo sembra non riuscire più a giocare con Ronaldo. Sembra giocare per Ronaldo. 

La differenza è enorme. Giocare con Ronaldo significa usare ancora ciò che può dare: presenza in area, esperienza, senso del gol, capacità di trasformare mezza occasione in una possibilità concreta. Giocare per Ronaldo, invece, significa condizionare troppe scelte alla sua presenza. Significa rendere prevedibile una squadra che, per qualità tecnica, dovrebbe essere tra le più imprevedibili del torneo. Per quanto banalizzante, è facile leggere le azioni se sai già dove vanno a finire.

Cosa ci aspetta

Ronaldo può ancora dare molto al Portogallo. Ma per farlo, deve diventare parte di un meccanismo più ampio, non il suo unico riferimento emotivo e tattico. Martínez deve avere il coraggio di costruire una squadra meno dipendente dalla sua figura. I compagni devono imparare a scegliere la giocata migliore e lo stesso Cristiano, forse, deve accettare che l’ultimo ballo non debba per forza somigliare ai precedenti.

Se Henry ha ragione nel dire che certe volte Ronaldo debba accettare che il suo movimento liberi l’uomo alle spalle, senza essere il terminale ultimo dell’azione, dall’altra anche i compagni devono riconoscere questa esigenza. Giocando a prescindere dal loro capitano, trattandolo come un compagno di squadra normale.

Perché il Portogallo ha talento sufficiente per non vivere soltanto nel riflesso della sua stella più luminosa. E perché anche le leggende, per restare grandi fino alla fine, a volte devono imparare a occupare uno spazio diverso.