Dusan Vlahovic non può sbagliare

Nessuno ci prova quanto l’attaccante della Juventus.

Nessuna citazione sul calcio, pronunciata in questo paese, ha mai raggiunto lo status di “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. La frase ha rappresentato la Juventus in tutti i momenti della sua storia, facendo la spola tra la gloria e l’infamia, consacrando le vittorie più agognate, condannandola nei momenti più bui. È curioso che quelle parole siano state per anni erroneamente attribuite a Giampiero Boniperti, salvo poi scoprire che la leggenda bianconera le avesse solamente riprese da Vince Lombardi, storico allenatore di football americano. Negli Stati Uniti la minor fama di Boniperti non ha mai impedito a Lombardi di prendersene interamente il merito, quando in realtà anche il coach dei Green Bay Packers l’aveva rubata al collega “Red” Sanders. 

Questa struttura ricorsiva di citazioni prese in prestito mi ha ricordato un meme estratto da un episodio di The Office, sit-com storicamente paradossale e quasi grottesca. In una scena della quinta stagione appare infatti un virgolettato che recita “You miss 100% of the shots you don’t take -Wayne Gretzky”, seguito da “-Michael Scott”, come se il protagonista, in preda ai suoi deliri narcisisti e un po’ naif, si stesse riconoscendo come vero e unico padre della frase originale, autore incluso. 

“Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. -Red Sanders -Vince Lombardi” -Giampiero Boniperti

L’impatto che ha avuto la serie sulla cultura pop, consegnando la scena al sempre crescente pantheon dei meme del web, ha permesso alla citazione di Gretzky di diventare una delle più iconiche dello sport nord-americano. È però emblematico che da un punto di vista ideologico sembra porsi in aperta antitesi con la citazione di Sanders-Lombardi-Boniperti, che invece è diventata una delle più rappresentative della nostra cultura sportiva. Se da una parte il leggendario hockeista asserisce che si sbaglia nel momento in cui non si prova – rimarcando l’importanza dell’impegno come prima prerogativa del risultato – dall’altra si oppone una mentalità che ritiene inutile il tentativo senza l’esito. Quello che poi diventerà il mantra bianconero non accetta scuse, non ammette repliche, non perdona il mero sforzo; il successo è l’unico standard accettabile. 

All’interno di questo scontro ideologico sembra di scorgere la stagione attuale di Dusan Vlahovic, che in questo momento sembra fare il massimo per non affogare nelle inclementi acque bianconere. In sua difesa dà l’idea di provarci veramente tanto; lotta, si sbraccia e si prodiga nel tentativo di fare la differenza, in un oceano dove però provarci non basta, e dove solo il risultato permette di restare a galla.

La stagione di Vlahovic

Dopo un’estate in cui è sembrato sul piede di partenza, la stagione del serbo sembrava iniziata con un piglio diverso; due gol e un assist nelle prime due uscite stagionali dei bianconeri avevano dato l’impressione di aver scacciato i demoni del campionato passato. Una particolare alchimia con Chiesa, spostato sulla linea degli attaccanti, aveva permesso alla coppia inedita di trovare una simbiosi complementare che li esaltasse entrambi. Alla terza giornata è arrivata una prova opaca con l’Empoli, condita da un rigore sbagliato, che però è sembrata solo una transitoria battuta d’arresto. La grande gara alla quarta giornata contro la Lazio è invece probabilmente stata la migliore del serbo in bianconero: con la doppietta segnata ai biancocelesti aveva fatto presagire l’inizio di una grande stagione, ma da lì le sue prestazioni sono sensibilmente calate, con un solo gol nelle successive dieci partite.

Vlahovic è mancino ma contro la Lazio se lo è dimenticato.

Questo periodo negativo del suo attaccante è stato sufficiente a far venire il mal di pancia a una parte della tifoseria bianconera, che è tornata ad interrogarsi sul reale valore del serbo. I principali detrattori di Vlahovic hanno trovato i motivi più disparati per contestarlo: dall’importante, e forse eccessivo, esborso economico per prelevarlo dalla Fiorentina, a qualche infortunio di troppo, passando per la mancata cessione in estate. Un altro rimprovero (forse il più gettonato) è stato il confronto (per alcuni imbarazzante) con gli altri attaccanti delle big, che hanno tutti dato l’impressione di stare tecnicamente e fisicamente meglio. Proprio a questo ha risposto chi invece si è schierato in difesa del nove, trovando nel contesto il principale colpevole del suo scarso rendimento. Qualcuno ha criticato il livello del supporting cast che circonda il centravanti, ma principalmente il dito è stato puntato nei confronti di Allegri e del suo approccio ritenuto troppo conservativo. 

Un rapido confronto

Buttando un occhio alle statistiche avanzate che concernono gli attaccanti di Serie A, le argomentazioni che provano a discolpare Vlahovic sembrano essere quantomeno giustificate. Per esempio, è evidente che la qualità delle occasioni che passano per i suoi piedi lascia a desiderare. Secondo Opta, tra le punte delle prime dieci classificate con almeno 900 minuti giocati, il serbo è (a pari merito con Chiesa) penultimo per gol (non su rigore) previsti per ogni tiro provato, con 0,10 npxG/Sh. La batteria di attaccanti bianconera è molto distante dalla coppia interista formata da Marcus Thuram e Lautaro Martinez (rispettivamente primo e secondo con 0,19 e 0,16 npxG/Sh). Il confronto poi non migliora tanto con Olivier Giroud, Romelu Lukaku (entrambi 0,15 npxG/Sh) e Ademola Lookman (0,14 npxG/Sh). Solo Nicolàs Gonzalez ha fatto peggio (0,08 npxG/Sh), essendo tuttavia l’unico in questa classifica a non occupare propriamente il ruolo di punta.

Sostanzialmente gli attaccanti bianconeri sono costretti a prendersi tiri molto più difficili rispetto agli avversari, e questo è dovuto principalmente alla distanza media dalla quale calciano. Prendendo come riferimento lo stesso bacino di tredici giocatori, Vlahovic e Chiesa sono rispettivamente terzo (16,2 yd) e primo (19,5 yd) per distanza media dalla rete dei tiri effettuati. Anche qui, il confronto con i colleghi nerazzurri è impietoso, visto che Lautaro e Thuram sono rispettivamente terz’ultimo (13,5 yd) e ultimo (11,8 yd).

Il potere dell’intelligenza artificiale.

Per compensare alla difficoltà dei tiri che è costretto a prendersi, il serbo aumenta significativamente il volume dei tentativi verso la porta, a dimostrazione che ci provi veramente tanto (come vorrebbero Gretzky e Michael Scott). Vlahovic è infatti terzo per tiri per novanta minuti (3,65 tiri/90), dietro solo a Nico Gonzalez e Victor Osimhen, e davanti a Lautaro (3,5 tiri/90). La quantità però non riesce a sopperire alla qualità, e anzi ha l’effetto opposto di abbassare i dati della sua precisione e quindi di indurre i maliziosi travisatori di statistiche a sostenere che sia solamente poco efficace. 

E se scambiassimo Lautaro e Vlahovic?

È particolarmente interessante il confronto tra il nove bianconero e il dieci nerazzurro, per diversi motivi. Rispecchiano entrambi il prototipo del centravanti moderno e associativo, essendo in grado di sorreggere il peso di un attacco da soli, rimanendo comunque funzionali anche se affiancati da un attaccante dalle caratteristiche differenti. Grazie a un bagaglio tecnico favolosamente eterogeneo, entrambi riescono a partecipare a tutte le fasi di gioco, dalla rifinitura alla finalizzazione. In questa stagione sono entrambi vertici di un 3-5-2 affiancati da un attaccante atipico – Chiesa e Thuram – in grado di offrire rapidamente verticalità con strappi importanti. 

La prima differenza tra i due la troviamo proprio nei rispettivi Robin ai loro Batman. Se Thuram e Lautaro attaccano l’area di rigore insieme, Chiesa preferisce invece allargarsi partendo da una posizione più arretrata. Questo porta spesso Vlahovic ad occupare l’area avversaria isolato, dove solo gli inserimenti di Rabiot e le occasionali incursioni di Gatti riescono ad allentare un minimo le marcature nei suoi confronti. Le difese che affrontano l’Inter devono anche essere molto reattive alle frequenti scorribande delle mezz’ali nerazzurre, una soluzione che il centrocampo bianconero tenta sensibilmente meno, con McKennie che più volte si defila sull’esterno per offrire uno scarico a Cambiaso. Se l’attaccante serbo si trova quasi sempre in inferiorità numerica, il numero dieci dell’Inter può invece sfruttare la folta e dinamica presenza nerazzurra in area per approfittarsi di una disattenzione e scivolare tra le maglie difensive.

La letterale gabbia che inevitabilmente si forma attorno al serbo.

Dove Lautaro sta distruggendo la concorrenza – con una differenza di +5,6 tra gol non su rigore e gol attesi non su rigore (np:g-xg) – Vlahovic non è propriamente considerabile in underperformance, con +0,4 np:g-xg (dato simile a quello di Chiesa, +0,6 np:g-xg). Il dato può sembrare deludente (solo Zapata, Thuram e Immobile hanno fatto peggio tra i big), ma andrebbe analizzato tenendo a mente il volume e la difficoltà dei tiri che il serbo tenta nel corso della partita, senza ignorare l’enorme lavoro che gli viene richiesto e che inevitabilmente gli costa lucidità nelle scelte. Per alcuni rimane lecito aspettarsi di più, ma siamo comunque lontani dalla narrativa di un attaccante che si divora diverse occasioni a partita.

Lautaro, a differenza di Vlahovic, può permettersi di sbagliare. Se per i piedi dell’argentino passano 0,56 npxG a partita, l’attaccante della Juve ne ha avuti a disposizione solo 0,38 di media. Nell’unica partita in cui il serbo ha fatto registrare un numero di gol attesi simile – i 0,6 npxG contro la Lazio – è riuscito a segnare due gol di pregevole fattura, a dimostrazione che le prestazioni di Vlahovic sono anche una questione di semplice aritmetica. Lautaro non è costretto ad essere spietatamente cinico, e questa consapevolezza probabilmente contribuisce anche ad una maggior serenità che si traduce poi in una maggior freddezza. Se il treno del gol per gli attaccanti di Inzaghi passa più di una volta a partita, i match degli attaccanti bianconeri sono invece più complessi, dove le occasioni buone sono sporadiche e la loro scarsità spesso porta quei pochi palloni a pesare molto più dei regolari 450 grammi. 

Un confronto con Lautaro risulta quindi ingiusto, visto che l’argentino gioca in un sistema che gli permette di mantenere un alto volume di tiro senza sacrificare la qualità delle occasioni. Non è un caso che, insieme al compagno di reparto francese, guidi praticamente in tutte le metriche di gol attesi, che poi si sostanziano nel primato dell’Inter con il miglior attacco del campionato. Allo stesso modo, non dovrebbe sorprendere che in quasi tutte le statistiche avanzate Vlahovic non sia mai troppo distante da Chiesa, essendo entrambi vincolati da un sistema che difficilmente premia le sue punte. Gli altri allenatori sembrano spendersi di più per valorizzare il proprio attacco, mentre il sistema bianconero lascia la fase di possesso all’iniziativa dei suoi due giocatori più offensivi. Questo sembra almeno in parte pagare – la Juventus è saldamente seconda e per ora sembrerebbe tenere il passo dell’Inter – ma spiega, e giustifica, lo scarso rendimento di Vlahovic. 

Un atteggiamento troppo difensivo

Posto che l’atteggiamento della squadra sembri un fattore decisivo, un confronto più sensato da fare a questo punto sarebbe con Romelu Lukaku. Il centravanti belga, che per settimane è stato chiacchierato come possibile contropartita in uno scambio con Vlahovic, alla fine è giunto alla corte di Josè Mourinho, dove ha trovato una situazione non troppo diversa da quella che avrebbe trovato a Torino. L’allenatore portoghese, come Allegri, predilige un approccio più difensivo, concentrando le proprie attenzioni sulla fase di non possesso. A primo impatto questo non ha influenzato il neo-attaccante giallorosso, che ha messo a referto sette gol da inizio stagione ed è presto diventato l’idolo del tifo romanista, fomentando però chi non intende concedere a Vlahovic l’attenuante di un atteggiamento più conservativo. Anche qui bisogna stare attenti a non decontestualizzare i dati, che altrimenti risulterebbero fuorvianti.

Il primo aspetto da analizzare è sicuramente il numero di presenze; i continui acciacchi dell’attaccante bianconero – non ultima una lombalgia che lo ha costretto alla panchina in diverse uscite – gli hanno tolto minuti e impedito di trovare la necessaria continuità. Rapportando però i gol fatti ai minuti giocati, l’attaccante bianconero, con 0,52 gol/90, non è così distante dal belga, attualmente a 0,58 gol/90.

Un po’ di fortuna in più nei rigori e avrebbe la terza media gol più alta del campionato (tra i giocatori con almeno 900 minuti).

Va poi sottolineato che Lukaku, soprattutto nelle ultime cinque stagioni, si è riscoperto un attaccante più paziente e selettivo; a un volume di tiro elevato ha gradualmente preferito una maggior calma, senza superare mai i tre tiri di media a partita. È indicativo infatti che anche nella stagione 2020/21, nonostante i 24 gol che gli sono valsi il secondo posto nella classifica marcatori, Lukaku abbia tirato meno verso la porta rispetto a Lautaro Martinez (suo compagno all’epoca); anche in quel caso la differenza l’ha fatta principalmente la qualità dei tiri che si è preso (0,21 npxG/Sh rispetto ai 0,13 dell’argentino). Ancor prima di ritrovare Mourinho e di sposare la causa giallorossa, Lukaku era quindi già abituato a dover gestire un numero di occasioni ridotto.

Anche quest’anno il centravanti della Roma calcia relativamente poco (2,23 tiri a partita, meno di lui solamente Immobile tra i big), ma, a differenza di Vlahovic, riesce a farlo da più vicino (14,5 yd di media contro 16,2) e con una qualità media superiore (0,15 npxG/Sh contro 0,10). Sostanzialmente Lukaku può permettersi di calciare poco verso la porta e di essere selettivo nei suoi tiri perché sa che a un certo punto della partita potrà contare su una o due chance di qualità. Il cinismo del belga rimane una qualità pazzesca e forse unica nel nostro campionato, ma è possibile dopo anni di esperienza e soprattutto grazie a un sistema che comunque lo premia, se non di più, quantomeno meglio.

In conclusione l’output dei due è simile, mentre la differenza fondamentalmente la fa l’input: Vlahovic è costretto a cercare soluzioni più complicate, e solo attraverso un alto volume di tiro riesce a compensare lo scarso numero di occasioni per trovare la via del gol, mentre Lukaku, rubando un termine utilizzato per giudicare i cestisti, sembra avere una miglior shot selection. Può sembrare un’assurdità, ma ciò che sembra condannare il serbo è sostanzialmente il fatto che ci provi di più.

Uno sguardo al passato

Avendo esaurito la concorrenza, l’unico giocatore con cui avrebbe veramente senso mettere a confronto Vlahovic è Vlahovic stesso, più precisamente nel suo periodo alla Fiorentina. Se nell’anno e mezzo da centravanti titolare della viola il serbo sembrava un altro giocatore, il contesto torna utile per capirne il perchè. Rispetto a questa stagione era infatti superiore la qualità dei tiri effettuati (0,15 npxG/Sh), e, nonostante tentasse quasi un tiro in meno a partita, era comunque superiore la somma dei gol attesi a partita (0,41 npxG/90). Era poi inferiore, seppure marginalmente, la distanza media dei tiri tentati (15,5 yd). 

Non è poi da trascurare la componente psicologica; se Vlahovic era in uno stato di forma straripante, molto è dipeso da un importante livello di fiducia che aumentava ad ogni pallone giocato e poi trasformato in gol. Una fiducia che è vistosamente calata in maniera proporzionale al numero di occasioni che passavano per i suoi piedi, incastrando il serbo in un diabolico circolo vizioso che ha investito tutti gli aspetti del suo gioco. Non è da escludere che ritrovare un contesto che lo coinvolga di più – e che gli permetta di ritrovare la fiducia necessaria senza precludergli la possibilità di sbagliare – potrebbe aiutarci a rivedere il giocatore esploso a Firenze.

A Torino la dimensione “umorale” di Vlahovic è emersa sensibilmente, soprattutto dopo gli errori più grossolani. Il serbo è spesso sembrato frustrato, e questo si è visto sia in alcune scelte di gioco, sia in alcuni episodi extra campo. Il turbo-professionismo dell’attaccante bianconero era inizialmente sembrato una dote sulla quale potesse fare affidamento, ma l’eccessiva determinazione, quando mancano i risultati tanto agognati, può facilmente degenerare in una competitività tossica. Oltre al giudizio severissimo dei suoi tifosi, è lui il primo a chiedersi troppo, come se ogni suo errore disturbasse più del dovuto sia il suo pubblico che sé stesso. Sembra quindi vero che il serbo non possa sbagliare, quantomeno per non entrare in un loop ineluttabile di aspettative mancate e frustrazioni continue. La gestione dell’errore rimane un aspetto sul quale deve assolutamente lavorare, ma rimane lecito pensare che se questi pesassero di meno probabilmente migliorerebbe il suo rapporto con essi. 

Dove andare da qui

Nel contesto attuale è irrealistico aspettarsi dal serbo numeri simili a quelli fatti registrare alla Fiorentina, e (come traspare dall’analisi appena esposta) lascia il tempo che trova qualsiasi confronto con i suoi colleghi. Il fatto che i suoi dati siano molto vicini a quelli fatti registrare da Chiesa, con lo stesso numero di gol e di assist, e soprattutto con i tradizionali indicatori di performance che appaiono praticamente identici, è un altro segnale che forse i problemi non nascono necessariamente dal giocatore, ma dal sistema nel quale gioca. Quello che difficilmente si spiega è la differenza di giudizio e di percezione; dove la stagione di Chiesa viene incensata, quella del serbo è già stata bollata come fallimentare. Se il primo sembra aver aggiunto una dimensione ulteriore al suo gioco, avendo retto bene nell’avanzamento sulla linea degli attaccanti, il secondo viene addirittura accusato di non saper stoppare la palla.

La gargantuesca occasione divorata contro il Genoa (un misero 0,12 xG su 0,25 complessivi spalmati su tre (!) occasioni).

Florentino Perez, nel difendere il progetto della Superlega, ha più volte ribadito che i giovani non guardano più le partite per intero e che recuperano solo gli highlights perché cercano lo spettacolo. La sua visione forse è leggermente apocalittica, ma non sembra un’assurdità dire che la percezione di Vlahovic dipenda quasi unicamente da come ne esce negli highlights delle partite su YouTube. Sulle spalle del serbo ricadono troppe aspettative, e le sue gambe, che da sole dovevano sostenere questo peso, sono state tranciate da sentenze ingiustamente precoci. 

In fin dei conti non sorprende più di tanto che l’incontro tra la superficialità delle nuove generazioni e la tifoseria che più di tutti si è legata al concetto di risultato condannasse il serbo ad una inevitabile serie di giudizi poco clementi. Se forse è vero che per le nuove generazioni anche solo novanta minuti settimanali di Allegri-ball sembrano troppi, viene quasi difficile biasimarli. Probabilmente meriterebbero di meglio; probabilmente lo meriterebbe anche Vlahovic.