Dimmi chi era Beckenbauer

Dialogo generazionale tra padre e figlio su uno dei più grandi di sempre.

Franz Beckenbauer l’ho conosciuto da nemico, all’Olympiastadion di Monaco. Ci siamo incontrati per caso, quando a introdurci ci ha pensato la conoscenza comune di Johann Cruyff. Grazie all’ausilio vitale di YouTube stavo recuperando la carriera dell’olandese, giocatore per il quale provavo e provo tuttora una inspiegabile e adolescenziale ammirazione. È la finale dei mondiali del 1974, e se inizialmente il mio era uno studio sul quattordici in maglia arancione, molto presto mi sono reso conto di non riuscire a staccare gli occhi dall’eleganza del capitano della Germania. 

Beckenbauer è un ossimoro che cammina in dei Copa Mundial. È un gigante alto centottanta centimetri scarsi, che riesce nell’impresa di far sembrare banali giocate proibitive per tutti gli altri ventuno in campo. Non corre, passeggia, ma occupa con ubiquità paranormale tutta la sua trequarti difensiva. La sola presenza in campo del cinque pare in grado di indirizzare la partita. Tanto è il timore reverenziale nei suoi confronti che sembra respingere gli olandesi che gli orbitano attorno semplicemente usando lo sguardo. A un certo punto Breitner prova a battere velocemente una punizione ma viene disturbato da Johnny Rep; il capitano tedesco, arrivando da dietro, invita il compagno ad aspettarlo con un’aria autoritariamente paterna, trasmettendo calma anche a me che in teoria farei il tifo per gli orange. Le sue braccia protese sembrano emanare un campo magnetico repulsivo, una forza invisibile che costringe il sedici olandese a indietreggiare rapidamente. Forse questa è la miglior rappresentazione del concetto di “aura”, di cui si parla tanto su Twitter ultimamente.

I due capitani prima della finale.

Prima ancora che gli highlights arrivino al momento della premiazione non riesco a scrollarmi un velo di senso di colpa; se da una parte sono sinceramente dispiaciuto per Cruyff, non riesco a non riconoscere la grandezza del capitano che sta per alzare al cielo la Coppa del Mondo. Lo farà con la disinvoltura e l’entusiasmo di un diplomatico che svolge un incarico istituzionale, coincidendo esattamente con il momento in cui realizzo perché lo chiamano Der Kaiser. 

Il nostro è stato un rapporto fugace, breve e intenso; durerà giusto qualche altro reperto d’archivio. Non posso dire di conoscere Beckenbauer, non lo sento mio. Non ho mai visto una sua partita per intero, e gli highlights restituiscono un’immagine imperfetta e patinata. Anche il ruolo che ho occupato in campo (per quel poco e male che l’ho fatto) e il numero di maglia che ho indossato mentre lo facevo ci accomunano puramente per coincidenza. Chi però l’ha vissuto, chi può sentirlo suo, è sicuramente mio padre.

Io e mio padre siamo divisi da quarantadue anni. Con i suoi racconti ha da sempre svolto il doppio ruolo di coltivare la mia curiosità da un lato e di dare completezza a una cultura calcistica fisiologicamente limitata da paletti cronologici dall’altro. In questi quarant’anni di vantaggio ha fatto un lavoro da archivista, memorizzando meticolosamente formazioni, gol e aneddoti vari, concedendomi libero accesso a questo almanacco vastissimo che conserva nei suoi ricordi. Dove gli anni non mi hanno permesso di arrivare ci ha sempre pensato lui, con le sue interminabili tangenti e le sue idee a volte un po’ reazionarie. Le nostre chiacchierate sono quasi sempre lunghe, intricate, polemiche e senza una concreta linearità cronologica. La prefazione che avete appena letto ha dato vita a una conversazione che ho deciso di registrare. Se la maggior parte delle nostre elucubrazioni dialogate le conservo gelosamente, questa poteva restituire a chi ci legge un racconto genuino e in prima persona di cosa ha significato, per due generazioni così diverse di appassionati, Franz Beckenbauer.

*****

io: Qual è il tuo primo ricordo di Beckenbauer?

Maurizio: Finale del mondiale del 1966, Inghilterra-Germania. Quella del gol irregolare di Geoff Hurst che prende la traversa e esce fuori. Lì Beckenbauer ancora faceva il mediano. Nel 1974, il mondiale di cui parli tu, Cullman e Bonhof giocano davanti alla difesa e lui per la prima volta fa il libero; quando la Germania attaccava il mediano scalava e lui partecipava all’azione, senza palla tornava in linea coi difensori accanto a Schwarzenbeck.

Il gol fantasma di Hurst nella finale del 1966.

io: Siete quasi coetanei, comunque siete della stessa generazione. Qual è la prima cosa che ti viene in mente se ripensi a lui come giocatore? 

M: Ti posso dire che nel mio piccolo quando giocavo questo schema lo abbiamo riprodotto. *ride* Io mi scambiavo col mediano in fase di possesso quando facevo il libero e portavo palla. Dicevano che avevo i piedi buoni, tu naturalmente non puoi capire.

io: Se i miei piedi avessero tenuto il passo della mia testa non staremmo qui a parlare. Nel 1970 invece che ricordi hai del 4-3 con l’Italia che verrà ricordata come la partita del secolo?

M: Quella della spalla fasciata, come no. Comunque più di tanto non ci fai caso, quando sei preso e tifi una squadra poi i giocatori della squadra avversaria li vedi poco. Certo, sicuramente ti impressiona.

Fotografia iconica e immancabile.

io: Se dovessi descrivermelo oggi che mi diresti?

M: Era un giocatore di grandissima eleganza e grandissima intelligenza tattica difensiva; forse ti posso aggiungere che nel corso degli anni la narrativa di “giocatore pulito” ha fatto sottovalutare anche le sue capacità in contrasto. Quando doveva entrare entrava, e nonostante non fosse un gigante lo sentivi.

io: Oggi c’è uno che ti ricorda Beckenbauer?

M: Se vado a cercare uno così determinante è abbastanza impossibile, ma comunque anche solo a cercare quelle caratteristiche non me ne viene in mente uno.

io: Secondo te questo è perché i giocatori di quel tipo non esistono più, banalmente perché il libero è scomparso, o perchè Beckenbauer era semplicemente “one of one”?

M: Era uno di uno. Quelle caratteristiche, quella combinazione di tecnica e intelligenza tattica sono un mix che non si era mai visto prima e che non si è ancora visto dopo. Se metti Beckenbauer a vent’anni nel calcio iper-allenante di oggi, con quelle caratteristiche, è il numero uno per distacco proprio. Poi si, sono venuti fuori difensori centrali discreti con i piedi, ma mai con quella fluidità fra i reparti.

io: Con le dovute proporzioni uno che ha occupato un pò tutti i ruoli della metà campo difensiva grazie a una tecnica impressionante è stato Sergio Ramos.

M: Beckenbauer se nascesse oggi magari sarebbe meno impattante fisicamente di Ramos, ma comunque se lo mangerebbe; l’eleganza del Kaiser Ramos se la sogna. Anche Van Dijk ha qualità tecniche importanti, ma nessuno dei centrali più tecnici al mondo avrebbe le qualità per fare il mediano con la naturalezza di Beckenbauer. Puoi provare a metterli entrambi davanti alla difesa, magari non fanno nemmeno male, ma quello anche da mediano era un top-player, come direste voi. Non è per screditare loro, è per farti capire quanto fosse tecnicamente superiore al contesto.

io: Va detto anche che voi lo vedevate solo nelle grandi occasioni; dovevate anche credere a una narrativa che godeva di un velo di mistero.

M: Una narrativa sicuramente letteraria. Io ho sentito le forse ultime telecronache di Nicolò Carosio, non so se hai presente il famoso “gol-quasi gol”. Sicuramente c’era un filtro, ma è bellissimo, è poesia.

Nicolò Carosio, storico cronista della nazionale italiana di calcio.

io: Però nel raccontare qualcosa si casca nel tranello di romanzare. Poi io non escludo le qualità di Beckenbauer, ma le vostre testimonianze sono sempre coincise con le grandi occasioni. Di Beckenbauer avete solo le partite dei mondiali, le finali di Coppa dei Campioni. Quello che fisiologicamente non potevate vedere ve lo raccontavano, e dovevate credergli sulla fiducia. Uno di trent’anni si è visto tutto Sergio Ramos per dire, dalla finale con l’Atletico Madrid al posticipo delle 22:00 di domenica contro l’Eibar. Voi la Bundesliga non la guardavate, ne può anche uscire un quadro viziato, quantomeno ingannevole.

M: Però è anche vero che in un contesto eccezionale come quello, dove come dici tu giustamente scendevano in campo ventidue fenomeni, lui era il più fenomeno di tutti. Nell’ultimo grande Real, Ramos non lo metti sul piano di Modric, di Kroos. Cioè nella Germania di Beckenbauer non c’era spazio per Gunter Netzer, uno che aveva 48 di piede e che era costretto a calciare la palla d’interno o d’esterno perchè di collo non riusciva a mettere il piede sotto la palla, che però comunque faceva quello che voleva, era un fenomeno. E questo pensa che era relegato in panchina da Wolfgang Overath, un altro che col mancino ti metteva la palla dove voleva. Poi chiaramente non c’erano le pay tv, non c’era YouTube, ma era assolutamente indicativo.

Qui si intravede il piedone di Gunter Netzer.

io: Oggi sicuramente i metodi sono troppo diversi, probabilmente non sarebbe possibile vedere un giocatore che fa entrambi i ruoli in quel modo. In epoca contemporanea nessun giocatore ha coperto due ruoli così diversi a un livello così alto.

M: Vero, probabilmente lo metterebbero a fare il centrale e basta. Però penso anche che, per quanto possa sembrare impossibile, nel calcio di oggi sarebbe un difensore centrale ancora più eccezionale. Con le caratteristiche che sono richieste ai centrali, sarebbe più unico che raro. Immaginatelo sotto Guardiola, a dirigere la difesa del City, sarebbe eccezionale.

io: Non lo so, per il fisico mi viene da pensare che nasce oggi un giocatore del genere e lo mettono a fare la mezz’ala. Sarebbe una fusione di Gundogan e De Bruyne, magari con meno passo, ma comunque ideale per il gioco di Guardiola.

M: Ma tu il centrocampista lo guadagni a farlo partire dalla difesa. Pensa a quello che fa Stones. Poi, per dire, pensa all’importanza della costruzione dal basso in un sistema come quello lì. Difensivamente nemmeno te lo dico, come letture non me ne trovi uno vicino. Con la palla lui il calcio vedeva, senza palla lo prevedeva

io: Forse lo vedrei meglio da braccetto, anche se va detto che in effetti con quelle qualità costringi l’avversario a venirti a prendere molto alto, lasciandosi tanto spazio dietro, se lo fai impostare centralmente.

M: C’è un motivo se Beckenbauer è un riferimento per tutti. Il suo periodo ha coinciso con l’evoluzione del calcio moderno. Togli tutti i discorsi tecnici, togli i discorsi dell’impatto in campo, togli quello che ha vinto. Per quanto fosse un altro calcio, si poteva intravedere la modernità. Non è un caso che la sua epoca coincide con l’inizio del calcio moderno. È il suo calcio che dà il via alle televisioni, del calcio come entertainment. Tu mi parli sempre della costruzione dal basso, della Salida Lavolpiana, quello faceva quella roba quando gli avversari ancora andavano avanti a calciare ottanta metri il più forte possibile sulla punta. Beckenbauer era troppo avanti, è stato un precursore.

Beckenbauer in conduzione.

io: Da come me lo descrivi è il famoso “giocatore preferito del tuo giocatore preferito”

M: Sicuramente lo guardavi e volevi giocare come lui, anche per un discorso estetico. Io ti posso dire che era indubbiamente un riferimento per tanti della mia età.

io: Cioè tu a vent’anni puoi rubare le qualità del giocatore che vuoi; scegli Beckenbauer, anche sopra Maradona o Messi, per dire?

M: Probabilmente si. Anzi, forse oggi ti direi che nasco calciatore e voglio essere Beckenbauer col fisico di Ibañez. Poi chiamami, quando mi salti.