«Oggi se non sei tatuato hai qualcosa da nascondere». Parola di Francesco Cuomo, tifoso della Lazio prima e tatuatore poi, che ridendo mi risponde a una domanda che gli faccio sull’evoluzione del tatuaggio.
Francesco è uno dei soci dell’Eternal City Tattoo, uno degli studi più famosi di Roma per quanto riguarda l’arte del tatuaggio. Negli anni l’ECT è diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati del genere, ma un punto forte è sempre stato il rapporto privilegiato che intercorre tra i suoi proprietari e il calcio, sport che li accomuna e di cui si professano più volte “malati”. In sostanza se si cerca un tatuaggio a tema calcio, chiunque nella capitale vi manderà qui. Ad accompagnarlo ci sono gli altri soci dello studio: Massimo “Disegnello” Di Clemente, Daniele Caminati (anche loro monoliti del tifo laziale) e Andrea Salvitti (“l’intruso” giallorosso).
Ho avuto il piacere di chiacchierare con Andrea e Francesco per parlare insieme di tatuaggi, di calcio giocato e di tifo.
Andrea è il mio tatuatore di fiducia da sei anni (fiducia nel senso più letterale possibile, visto che sono undici i tatuaggi fatti insieme). E proprio dal concetto di fiducia che siamo partiti, chiacchierando proprio mentre mi tatuava. «Il ruolo del tatuatore è un po’ come il barbiere. Si instaura un rapporto pure confidenziale, alla fine passiamo tre, quattro, cinque, anche sei ore a seduta insieme. Si finisce a parlare di tutto, poi non con tutti scatta la stessa empatia».

Alla domanda se secondo lui questa sfera “terapeutica” possa essere oggi uno dei motivi per il quale le persone scelgono di tatuarsi, mi risponde così: «Ci sono mille motivi. Parti dal presupposto che il tatuaggio è diventato una forma d’arte. Una volta ci si giustificava col significato – metti che mi è accaduto questo o quello nella vita – e sebbene tutt’oggi sia ancora il motivo principale, c’è anche chi ha la cultura del tatuaggio vero, e va in giro per il mondo collezionando pezzi, tatuandosi dal tatuatore non tanto per il tatuaggio ma per la mano del tatuatore. Spesso anche lasciandogli carta bianca, gli dai un pezzo di coscia e dici “fai tu”».
Un’industria che ha indissolubilmente legato la propria immagine a quella del tatuaggio è sicuramente quella calcistica. Potremmo addirittura definire il mondo del calcio come uno dei primi settori in cui il tatuaggio è stato sdoganato per il grande pubblico, ma molti calciatori oggi danno l’impressione di tatuarsi più per rispecchiare il physique du rôle del calciatore tatuato che per vera passione, finendo con dei tatuaggi decisamente brutti.
«La maggior parte si tatua per il personaggio, per moda se vuoi, poi ce ne sono alcuni, pochi, che hanno veramente la cultura del tatuaggio e sono anche tatuati bene. Riccardo Calafiori per dire ha bei pezzi, o Turati, il portiere del Frosinone. De Rossi è un altro che ha bellissimi pezzi fatti da artisti famosi a livello mondiale. Poi l’80%, il 90% lo fa puramente per estetica».

Io intanto recupero con una ricerca al volo qualche tatuaggio che ha menzionato mentre lui continua a raccontarmi. «Ti ho citato Turati perché è veramente tatuato bene. Ora si sta facendo tutto il corpo in stile tradizionale qui da noi con Gianmarco Materazzi, e mi piace veramente tanto. È un personaggio, poi è un bravissimo ragazzo. È educatissimo, che non è scontato nel mondo del calcio. Un altro è Riccardo (Calafiori, ndr.) che si sta “tatuando bene”».
Noto che spesso sottolinea anche le persone dietro ai tatuaggi, come se tra le due cose ci fosse una correlazione. «Fortunatamente ho conosciuto tutti bravi ragazzi con cui ho legato molto, uno dei quali è Riccardo, con il quale è nato un rapporto d’amicizia vero che va al di fuori del tatuaggio. È un rapporto genuino, di profonda stima anche se lo conosco solo da tre-quattro anni».
Dopo che ci siamo guardati insieme alcuni dei loro tatuaggi più belli, abbiamo cominciato a parlare di ambizioni future e dei tatuaggi che Andrea vorrebbe fare un domani. «Uno che in teoria ne avevamo parlato ma che poi non si è concretizzato, è tatuare qualcosa di Liam Gallagher o degli Oasis a Daniele (De Rossi, ndr.), che anche lui è un grosso fan. Sarebbe perfetto perché andrebbe a racchiudere tutte le mie passioni se vuoi; la Roma, De Rossi e gli Oasis, il tutto nel tatuaggio che poi è la mia passione più grande».

Da lì siamo passati al tifo, e al rapporto tra il tatuaggio e la sottocultura ultras, un rapporto nato ben prima di quello con i calciatori e che i soci dello studio conoscono bene grazie ad anni passati sugli spalti. Andrea infatti ha cominciato a tatuare a ventun’anni, mentre la passione per lo stadio è nata sette anni prima. Alla conversazione si è poi unito Francesco Cuomo, che vi ho citato prima e che sul tema è un’enciclopedia vivente.
Parlando della nascita dello studio e della convivenza tra ultras di sponde opposte, Andrea mi ha risposto così: «Lo studio nasce fuori dallo stadio e con la passione comune per il tatuaggio, poi è chiaro che essendo tutti malati di calcio ha fatto sì che le due passioni si unissero e che il tema “dominante” dei tatuaggi fosse questo. Poi la “convivenza” è anche stata in passato motivo di discussione, ma la verità è che noi nasciamo prima come amici, poi viene tutto il resto. Ci siamo conosciuti fuori dallo stadio, quindi è un rapporto che prescinde dal tifo. Sfido chiunque a dirmi che non ha amici della squadra opposta».
Francesco invece la vive in maniera costruttiva: «Il derby è fico, io non invidio Fiorentini o Napoletani che vivono senza. La rivalità mi piace, è divertente. Poi il vero Roma-Lazio è due volte l’anno: se Andrea mi chiama il giorno del derby per passarmi a salutare gli dico “Oggi no! Vieni ieri o vieni domani! Oggi non ci parliamo!”. Poi secondo me è bello avere il vicino dell’altra sponda, alla fine ti stimola: sei sempre portato a fare la pezza più bella, il coro più bello o la trasferta più bella».

Entrambi poi sottolineano che il tatuaggio entra allo stadio prima sugli spalti che sul prato verde, come modo di esprimersi tipico del linguaggio ultras, raccontandomi poi del binomio che intercorre tra Eternal City e le curve. «Il primo a farlo tra di noi è stato Francesco,» mi dice Andrea. «Lui ha iniziato più di vent’anni fa, cominciando con tatuaggi legati al mondo ultras. Principalmente parte tutto da lui, poi c’è comunque Massimo Disegnello che è diventato famoso in tutta Italia per le scenografie della Lazio, o Daniele Caminati che è anche lui molto attivo nel tifo Laziale».
Lo chiedo anche a Francesco, che mi racconta dei loro inizi. «Io ho cominciato a tatuare dentro casa, tatuando gli amici “di strada”, quando ancora il tatuaggio non era ben visto, quando ancora non ti invitavano a casa se avevi i tatuaggi. Massimo ancora non tatuava quando già curava le scenografie della Lazio, quel discorso è arrivato dopo. Oggi anche grazie ai social c’è stata una rivoluzione: prima la figura dell’ultras e quella del tatuatore non erano molto popolari, oggi si tatuano tutti. Chi arriva ora è attratto da entrambi i mondi, prima era più difficile. Sono in tanti adesso che fanno il ragionamento “mi piacciono la curva e i tatuaggi, se unisco i due mondi decollo”, ma per noi è successo in maniera organica».
C’è comunque una buona dose di nostalgia nelle parole di Francesco. «È cambiato tutto, dal modo di vivere la curva al modo di vivere il tatuaggio. Ricordo ancora i primi giocatori che si tatuavano in Italia che erano mal visti, poi si facevano cose piccole, penso a una lettera cinese di Bobo Vieri per dirti. È cambiato tutto in un attimo poi: se a metà anni novanta il tatuaggio era per i più modaioli, o i più ribelli, con i primi anni duemila è partito tutto. Oggi ti dico che per me una vera sottocultura del tatuaggio non esiste più».
Sull’evoluzione del tifo poi mi ha detto: «Anche nelle curve è cambiato tutto. Tu pensa che il periodo di tifo al quale sono più legato sono gli anni ottanta, nonostante la Roma fosse molto più forte sia in campo che sugli spalti, quando la Curva Sud era un altro pianeta. Vedi cosa succede quando si invecchia: paradossalmente quelli per me erano gli anni più belli, anche più del periodo Cragnotti quando la Lazio era sopra a tutti in qualsiasi ambito».
Andrea è d’accordo sul fatto che sia cambiato tanto, ma ne vede anche i lati positivi. «Secondo me si è allargata molto la forbice, e si è alzata anche tanto la qualità, perché attualmente ci sono dei mezzi tecnici importanti che ti aiutano alla realizzazione. Mi hanno un sacco colpito alcune delle ultime scenografie del Basilea per esempio, l’ultima con il bambino che sogna è una delle più belle viste negli ultimi anni. Per quanto riguarda lo stile “vecchia scuola”, scopa e vernice per intenderci, Massimo rimane una leggenda».
La conversazione è poi proseguita a parlare di calcio (passato, presente e futuro) delle squadre della capitale e degli stati di salute delle rispettive squadre del fantacalcio, come normalmente succede in un qualsiasi giorno all’Eternal City Tattoo.