Gli spareggi sono archiviati, il sipario su Sanremo è calato, e piano piano anche il consueto dibattito social sul festival sta giungendo al termine: è tempo di tornare a parlare di Europa. Inter, Lazio, Roma e Fiorentina devono agire come Incoscienti Giovani, chiamate a dare il meglio ed evocare quella Balorda Nostalgia di vittorie europee che tanto ha caratterizzato il calcio italiano.
Con la voglia di vivere notti europee da brividi, analizziamo nel dettaglio le avversarie delle squadre italiane in Champions League, Europa League e Conference League.
Inter – Feyenoord
La Beneamata si prepara ad affrontare il Feyenoord, la squadra che ha già estromesso il Milan ai playoff e che arriva all’appuntamento in piena rivoluzione tecnica. L’ex allenatore Brian Priske è stato esonerato pochi giorni prima della sfida con i rossoneri, lasciando momentaneamente il timone al tecnico delle giovanili Pascal Bosschaart. Ma la vera svolta è arrivata il 24 febbraio, quando in panchina si è seduto un grande ex della squadra di Rotterdam: Robin Van Persie.
Un cambio di guida che si accompagna alla cessione onerosa di Santiago Gimenez, tassello fondamentale nell’attacco olandese. Con queste premesse, prevedere il modo in cui il Feyenoord scenderà in campo si preannuncia tutt’altro che semplice.
Il primo ostacolo per il Feyenoord è rappresentato dalle numerose assenze per infortunio, un vero e proprio malus che potrebbe pesare sull’equilibrio della squadra. Sono infatti fuori fino a fine stagione sia il portiere titolare Justin Bijlow che il perno difensivo Quinten Timber, due pedine fondamentali dello scacchiere olandese. All’appello mancherà anche il talentuoso Calvin Stengs, che ha riportato un infortunio alla caviglia nella partita di ritorno degli spareggi contro il Milan e, come se non bastasse, l’unico attaccante Ayase Ueda.
Sul piano tattico, gli olandesi si schierano con un classico 4-3-3, strutturato con due mezze ali e un mediano. La prima costruzione vede il mediano scendere tra i centrali, con un 4+1 che ha messo in seria difficoltà il Milan, in quanto Joao Felix e Gimenez si trovavano in un costante 3 contro 2, non riuscendo a prendere le misure e facilitando l’uscita dal basso avversaria. Sul fronte offensive, il Feyenoord predilige l’ampiezza, attaccando principalmente sulle fasce e svuotando il centro del campo per sfruttare tutta la qualità di Igor Paixão. Ne sa qualcosa Walker, che probabilmente ha ancora gli incubi dopo la partita di Rotterdam.
Tuttavia, con il cambio di allenatore e l’arrivo di Van Persie, è lecito attendersi una parziale rivoluzione nel sistema di gioco. L’ex attaccante di Arsenal e Manchester United, ha trascorso la prima parte della stagione alla guida dell’Heerenveen prima di tornare al Feyenoord, dove aveva già allenato le giovanili.
La squadra bianco-blu è scesa spesso in campo con un 4-2-3-1 iniziale, che mutava in un 4-2-1-3 molto offensivo a gara in corso. Questo assetto permette alla squadra di sviluppare un gioco dinamico e votato all’attacco, ma al tempo stesso lascia ampi spazi agli avversari. I numeri parlano chiaro: 27 gol realizzati – più di uno a partita – ma ben 41 subiti. Uno dei punti chiave del sistema di gioco di Van Persie è il pressing alto: nella stagione 24/25 l’Heerenveen di Van Persie ha fatto registrare 127 palle recuperate in seguito a pressing sul primo portatore, un miglioramento rispetto ai 75 recuperi nelle ultime otto partite della stagione precedente. Tuttavia, questa strategia espone la squadra a rischi enormi, con una linea difensiva molto alta e vulnerabile ai contropiedi, soprattutto sulle fasce: la sconfitta per 9-1 contro l’AZ ne è l’esempio più eclatante.
In fase offensiva vedremo una squadra, come detto, aggressiva e propositiva, disposta con un 2+4 in impostazione, finalizzato ad una rapida verticalizzazione alla ricerca del trequartista o dello scarico della punta centrale verso i laterali. Se la verticalizzazione immediata non è possibile e la manovra rallenta, la squadra cerca soluzioni tra le linee, con il centravanti che si alterna nel ruolo di pivot e incursore principale. In entrambe le situazioni, però, emerge un aspetto chiave del gioco del Feyenoord: l’utilizzo quasi ossessivo degli esterni come principale fonte di pericolosità.
Insomma, sulla carta il Feyenoord non è l’ostacolo più temibile che l’Inter si troverà ad affrontare in questa Champions League. Ma attenzione: lo stesso si pensava anche per il Milan, e sappiamo tutti com’è andata a finire.
Lazio – Viktoria Plzen
Il primo match, quello tra Lazio e Viktoria Plzen, vede i cechi arrivare all’appuntamento reduci da una pesante sconfitta per 1-3 contro lo Slavia Praga, risultato che ha di fatto escluso la squadra di Miroslav Koubek dalla corsa al titolo.
Dal punto di vista tattico, il Viktoria Plzen si dispone con un 3-4-1-2, spesso adattato in un 3-4-3 o, in fase difensiva, in un più prudente 3-5-1-1. La filosofia della squadra è chiara: non ama gestire il possesso, come dimostra il dato registrato nella “League Phase” della competizione – appena 36% di media – ma preferisce lasciare l’iniziativa agli avversari e colpire in contropiede.
In fase di non possesso, il Viktoria tende a disporsi con una linea difensiva a quattro, grazie al ripiegamento dell’esterno Cadu, che scala al fianco di Dweh, garantendo maggiore copertura.
I punti di forza della formazione ceca sono essenzialmente due: una grande fisicità a centrocampo, aspetto chiave per limitare le iniziative avversarie e spostare il gioco su un piano più fisico e meno tecnico, e l’efficacia sui calci piazzati, un’arma su cui Koubek insiste da tempo. così come sottolineato lo scorso anno prima del match di Conference League contro la Fiorentina: “I corner sono una possibilità, dobbiamo sfruttarli”.

Sebbene il Viktoria Plzen non sia tra le squadre più temibili sulla carta, può contare su individualità di valore che potrebbero mettere in difficoltà la Lazio.
Tra i pali, il titolare è Jedlička, portiere solido e affidabile. La retroguardia si basa su una linea composta prevalentemente da Marković, Dweh e Jemelka. Quest’ultimo rappresenta l’anello debole della difesa, mentre Dweh è il profilo più imponente, un difensore fisicamente straripante e molto efficace in copertura. A completare il reparto c’è Lukáš Hejda, utilizzato sia come braccetto che come centrale puro.
In mezzo al campo il perno del Viktoria Plzen è Lukáš Kalvach, il vero metronomo della squadra. Regista difensivo, sa gestire il gioco e approfittare delle ripartenze in campo aperto. Ha già fornito 3 assist in stagione, ed è spesso il primo riferimento nelle transizioni offensive. Al suo fianco si alternano Lukáš Červ e Matej Valenta, che garantiscono solidità ed equilibrio.
Sulle corsie laterali troviamo Cadu e Cheick Souaré, due esterni con caratteristiche differenti. Cadu, più esperto (classe 1997), ha una predisposizione difensiva e spesso si accentra per supportare i centrocampisti. Souaré, invece, è un laterale più offensivo, con spiccate doti di progressione palla al piede.
Il reparto avanzato si affida a Matej Vydra, il riferimento offensivo della squadra. Classe 1992, l’attaccante ha 7 gol e 6 assist in stagione, risultando spesso decisivo. Al suo fianco ci sono alternative interessanti come Kabongo, giovane attaccante che ha un’impressionante media realizzativa con la nazionale ceca U-21 (un gol ogni 73 minuti), e Rafiu Durosinmi, che sta trovando sempre più spazio, alternandosi con Vasulin.
L’uomo chiave del Viktoria Plzen, e principale minaccia per la Lazio, è Pavel Šulc, talentuoso trequartista classe 2000. A soli 24 anni, Šulc si sta affermando come un giocatore di assoluto valore, capace di incidere sia in fase offensiva che in quella difensiva. Le sue statistiche parlano da sole: è un ottimo gol scorer (12) e assistman (9), con anche 12 big chance create. È costantemente presente nell’area avversaria e riceve un alto numero di passaggi in profondità, segno del suo ruolo chiave nel gioco offensivo del Plzen. Oltre alle doti realizzative e di rifinitura, Šulc è un giocatore che si fa sentire anche in fase di non possesso: ha infatti una buona capacità di pressing, con una media di 2.10 tackle e 1.20 intercetti per 90 minuti, dominando spesso anche nei duelli aerei, vincendone un numero considerevole per un trequartista.
Roma – Athletic Club di Bilbao
La Roma pesca quello che probabilmente è l’avversario più ostico sul tabellone, l’Athletic Club di Bilbao. La squadra basca, oltre a essere una formazione solida e ben organizzata, ha un’ulteriore motivazione: la finale si disputerà proprio al San Mamés, uno degli stadi più caldi di Spagna. Un fattore che potrebbe spingere ulteriormente gli uomini di Ernesto Valverde, tecnico che i tifosi giallorossi ricordano bene per essere stato alla guida del Barcellona nella storica rimonta subita in Champions League nel 2018.
L’Athletic Bilbao si dispone principalmente con un 4-2-3-1, che in alcune situazioni può trasformarsi in un 4-4-2. La costruzione del gioco parte da una disposizione 3+2, con un dettaglio particolare: non c’è un terzino fisso che si abbassa, variando la scelta in base allo sviluppo dell’azione.
In fase offensiva, la squadra si organizza in un 3-2-1-4, portando molti uomini in zona avanzata. Un elemento chiave del sistema di Valverde è l’utilizzo dinamico dei terzini, che spesso si avvicinano agli esterni offensivi, sovrapponendo poi sul lato forte o entrando in area di rigore dal lato debole.
Gli attaccanti svolgono un ruolo fondamentale, scambiandosi spesso di posizione tra centrocampo e attacco, garantendo un continuo movimento. L’obiettivo è concentrare il gioco sul lato forte, isolando completamente l’esterno sul lato opposto per sfruttare situazioni di 1 contro 1. In fase di transizione, la squadra cerca sempre profondità e spazi, puntando molto sugli esterni con passaggi filtranti.
Senza palla, l’Athletic si compatta in un 4-4-2, con un gameplan chiaro: indirizzare gli avversari sugli esterni per aggredirli o impostare un pressing a uomo a tutto campo.

Il punto debole della squadra basca è la difesa, che in stagione ha concesso quasi un gol a partita (0,88 di media). In particolare, soffre i cross dagli esterni e le marcature in area, aspetto su cui la Roma potrebbe fare leva, soprattutto con un giocatore come Angeliño, abile nei traversoni.
Per quanto riguarda i componenti della rosa, la formazione titolare si schiera con: in porta il titolare della Spagna Unai Simon; in difesa i centrali Dani Vivian, Aitor Paredes (a completare il reparto Yeray Alvarez e Unai Núnez); per i terzini i titolari sono a destra Óscar de Marcos e a sinistra Adama Boiro (i loro back up sono Yuri Berechiche e Andoni Gorosabel); a centrocampo i due mediani sono Iñigo Ruiz de Galarreta e Beñat Prados, mentre a svolgere il ruolo di “playmaker offensivo” il titolare sarebbe Oihan Sancet – capocannoniere del club basco con 13 gol in stagione, il quale però salterà la doppia sfida con la Roma per infortunio, con Álex Berenguer e Unai Gómez a dare altre soluzioni offensive; sugli esterni i fratelli Willams sono imprescindibili, mentre davanti dvorebbe agire Gorka Guruzeta.
Fiorentina – Panathinaikos
In Conference League, la Fiorentina si troverà di fronte il Panathinaikos, una squadra storica del calcio greco che, sebbene non vinca il campionato nazionale dalla stagione 2009-2010, ha conquistato lo scorso anno la sua ventesima Kypello Ellados, ovvero la Coppa di Grecia.
Il roster del Panathinaikos è un mix interessante di giovani talenti ed elementi esperti, con diversi volti noti anche per la Serie A.
Tra i pali, il titolare è Bartłomiej Drągowski, vecchia conoscenza del calcio italiano con trascorsi alla Fiorentina, Empoli e Spezia. Il portiere polacco, trasferitosi quest’anno in Grecia.
In difesa troviamo l’ex CSKA Mosca Hörour Magnusson e Tin Jedvaj, che quest’anno è stato spesso infortunato e difficilmente riuscirà a recuperare per il match con la Viola. A sostituirlo c’è Erik Palmer Brown: lo statunitense ex Troyes aveva mostrato buone qualità in Francia ma, come Jedvaj, è stato frenato dagli infortuni, un problema che lo ha accompagnato anche nella sua esperienza al Panathinaikos. A completare troviamo Sverrir Ingason dal Midtjylland e Philipp Max, ex PSV Eindhoven, che non sta trovando però spazio a causa delle sue prestazioni opache.
Nel reparto dei terzini a spiccare è il serbo Filip Mladenovic, ex Legia Varsavia, punto di riferimento a sinistra: è un giocatore completo, nettamente al di sopra del livello medio della squadra. A destra agisce invece Giorgos Vagiannidis, un ragazzo greco che ha scalato le gerarchie grazie anche agli infortuni dei suoi compagni.
Il faro del centrocampo è Azzedine Ounahi, il talento marocchino che ha incantato tutti ai Mondiali del 2022 con la sua nazionale. È un giocatore instancabile, con grande dinamismo e visione di gioco, capace di coprire tanto campo e dare qualità alla manovra. Un altro elemento fondamentale è Anastasios Bakasetas, capitano e leader tecnico della squadra. Tuttavia, complici i 31 anni, è fermo adesso per infortunio. Dinamica che sta rallentando anche il compagno Zeca (35 anni), che porta esperienza ma fatica a mantenere costanza fisica durante la stagione. A contraddistinguere il centrocampo è la fisicità dei suoi componenti come Nemanja Maksimovic, schierato principalmente come mezzala di sinistra, e l’ex Fenerbache e Flamengo Willian Arao. Senza dimenticare l’imprevedibilità di Filp Djuricic, vecchia conoscenza si Sassuolo e Sampdoria.
Il giocatore più importante e il principale riferimento offensivo della squadra greca è Fotis Ioannidis, attaccante che in estate è stato seguito da diversi club europei, tra cui il Bologna. Il greco incarna perfettamente il prototipo della punta moderna, capace di giocare sia spalle alla porta che di essere letale in area di rigore. Ioannidis è un buon finalizzatore, abile nei movimenti e nei duelli individuali, anche se ha qualche lacuna nel gioco aereo, aspetto su cui può migliorare. Come suo sostituto c’è il trentunenne Alexander Jeremejeff, una punta più fisica ed esperta, ma con meno mobilità rispetto al titolare.
Sulle fasce, il Panathinaikos può contare su due giocatori di talento, ma con caratteristiche molto diverse. Facundo Pellistri, ala destra prelevata in prestito dal Manchester United in questa stagione, finora ha collezionato 1 gol e 3 assist in 19 partite, dimostrando di essere un elemento prezioso per la manovra offensiva, pur senza brillare in zona realizzativa. L’ex Shakhtar Tetê, esterno brasiliano con grande velocità e dribbling, imprendibile sul lungo, soffre anche lui nella concretizzazione delle occasioni, sprecando molto e fatica a essere incisivo sotto porta.
Alla guida del Panathinaikos c’è Rui Vitória, tecnico con grande esperienza internazionale, noto soprattutto per aver portato l’Egitto di Mo Salah in finale di Coppa d’Africa nel 2021. Il suo stile di gioco è ambizioso e moderno, caratterizzato da una forte propensione al possesso palla e alla costruzione dal basso. La squadra greca si schiera con un classico 4-3-3, un sistema che permette di alternare il gioco posizionale alla ricerca dell’1vs1 sugli esterni. Il mediano agisce come raccordo tra difesa e centrocampo, dando equilibrio alla manovra e impostando l’azione. Le mezzali hanno il compito di liberare gli spazi e inserirsi in fase offensiva. Gli esterni offensivi sono determinanti: il sistema di gioco del Panathinaikos, come detto, si basa molto sul duello individuale sulle fasce e sulle sovrapposizioni dei terzini.
Un aspetto chiave del gioco di Vitória è l’alternanza tra esterni e terzini: Filip Mladenović, il laterale sinistro, si spinge in avanti sovrapponendosi, andando di fatto a occupare la posizione di esterno alto, mentre Facundo Pellistri, che parte largo a destra, si accentra progressivamente, avvicinandosi all’area per cercare il passaggio decisivo o la conclusione. Il riferimento centrale è ovviamente Fotis Ioannidis, la punta moderna che gioca sia di sponda che come finalizzatore. La sua presenza in area è supportata dagli inserimenti delle mezzali, che contribuiscono in maniera attiva al gioco offensivo e alla finalizzazione.
Sebbene il 4-3-3 sia il sistema di gioco principale del Panathinaikos, Rui Vitória ha anche un’opzione alternativa, meno frequente ma comunque da considerare: il 4-2-3-1. In questa variante tattica, la mediana è formata da due centrocampisti con compiti ben distinti: Nemanja Maksimović agisce come mediano di sinistra, garantendo copertura e dinamismo, mentre William Arao, più posizionale, si occupa della costruzione e della protezione della difesa. Davanti alla doppia cerniera di centrocampo, il trequartista titolare resta Anastasios Bakasetas, con Azzedine Ounahi pronto a subentrare come suo sostituto. Filip Duričić, in questa soluzione viene impiegato più come esterno che da trequartista puro. Tuttavia, la sua duttilità gli permette di adattarsi a tutti i ruoli offensivi dal centrocampo in su, a seconda dell’andamento della partita e delle necessità tattiche decise da Rui Vitória.
Uno degli aspetti che la Fiorentina può sfruttare a proprio vantaggio è la fragilità difensiva del Panathinaikos, causata dal suo stile di gioco offensivo. La squadra di Rui Vitória, infatti, tende a sbilanciarsi molto in avanti, lasciando spesso ampi spazi scoperti in fase di transizione difensiva.
La fotografia perfetta di questa vulnerabilità è il secondo gol subito contro il Lamia, fanalino di coda del campionato greco. In quell’occasione, la squadra biancoverde era troppo sbilanciata in avanti, permettendo a Furtado, attaccante rapido, di attaccare lo spazio libero e punire la difesa mal posizionata.