Cosa ci lascia questo Frosinone

La meravigliosa stagione fallimentare di una squadra che ha regalato tutte le emozioni possibili nello spettro tra incanto e delusione.

It’s like being in a shit relationship. They keep cheating on you, and you know you should break up with them.

Così commenta a caldo una tifosa del Sunderland a seguito di una cocente sconfitta di precampionato contro il Celtic per 5-0. È una scena tratta dal popolarissimo documentario Netflix Sunderland ‘Til I Die, una serie che potremmo definire “Il Maledetto United se tutti i personaggi fossero sostituiti dai protagonisti di The Office”. La clip in questione è breve, e servirebbe solo a spezzare le scene di scontri tra alcuni supporter dei Black Cats e la polizia, ma riesce invece ad aggiungere una dimensione grottesca a tutta la vicenda. La scena arriva solo a metà della prima puntata, e se questo è il preludio allora è un buon metro di giudizio per capire la portata della tragedia che si sta per compiere. 

La serie racconta in otto puntate la disastrosa stagione 2017/18 del Sunderland, squadra che ad ogni bivio sembra trovare un nuovo fondo da toccare. Questo susseguirsi di punti sempre più bassi è uno dei principali punti di forza del documentario, che attinge dal fenomeno che potremmo definire la “feticizzazione dell’insuccesso”: una sempre più crescente fetta di pubblico ha sviluppato una morbosa fascinazione nei confronti del fallimento. Alle underdog story a lieto fine gli spettatori sembrano ormai preferire le cadute più rovinose. Non interessano più gli eroi di una volta; la nuova epica contemporanea si erge attorno alla fallibilità umana.

Forse per questo l’appena terminata stagione del Frosinone ha attirato un’attenzione mediatica inusuale per una squadra retrocessa. Gli occhi dei media sportivi di questo paese si sono interamente riversati in Ciociaria, pronti a raccontare la tragedia gialloblù. Non c’è stata la stessa attenzione mediatica ad Empoli, salvo i soliti elogi di rito nei confronti di Davide Nicola che ha firmato l’ennesima pagina nell’almanacco delle lotte salvezza. Anche a Verona i caroselli per Marco Baroni sono durati criminalmente poco.

Mentre noi cerchiamo di dare una spiegazione a questo fenomeno, le telecamere non perdono un attimo per stringere ossessivamente sulle lacrime di Di Francesco. Già si parla delle prospettive della squadra in Serie B, il tutto mentre gli avvoltoi del calciomercato circolano attorno alla carcassa della rosa per depredarne i pezzi più pregiati. Le storie a lieto fine non sembrano interessare più come prima. Se è vero che il pubblico vuole il sangue, quel sangue quest’anno è stato gialloblù.

Il tifo è una relazione tossica

Delusione, delusione, tanta delusione. Ci credevamo fino all’ultimo, però peccato. È andata così.

Le parole dei sostenitori del Frosinone dopo la partita con l’Udinese fanno sinistramente eco alla supporter del Sunderland dopo il 5-0 con il Celtic. Come lei, molti hanno parlato di delusione, dando voce all’amarezza e parlando di occasione buttata. C’è chi ha criticato i giocatori, chi l’allenatore, chi la dirigenza; il tutto mentre i giornalisti tentavano di spremere anche l’ultima goccia di emozione dagli intervistati per pornografizzarne il dolore.

Ma perchè tutta questa morbosità? Probabilmente, rispetto al resto delle squadre coinvolte nella lotta per non retrocedere, per assurdo il Frosinone era la squadra più “simpatica”. Non aveva danzato pericolosamente sull’orlo del precipizio come aveva fatto la Salernitana nelle ultime stagioni, non ha avuto il tempo materiale di attirare le antipatie del resto del campionato come ha fatto il Sassuolo e non aveva piantato le radici nel nostro campionato con la stessa indolenza un po’ insipida di Empoli e Udinese. La sua retrocessione è quindi sembrata per certi versi ingiusta per i tifosi neutri.

Il calcio di Di Francesco era poi sembrato in alcuni momenti brillante e sostenibile, rievocando il periodo magico alla guida del Sassuolo. La rosa, che somigliava a una squadra costruita da un veterano di Football Manager, era talmente hipster che il suo fallimento significava una sconfitta per molti appassionati del genere. L’impressione è che nessuno in fondo volesse veramente la retrocessione del Frosinone. Tutto questo ha contribuito a rendere la tragedia ancora più appassionante, e di conseguenza spendibile.

Ora del Frosinone rimangono le macerie; quattordici giocatori della rosa erano in prestito, nove dei quali erano tra i quindici più impiegati da Di Francesco. L’allenatore abruzzese si trova all’ennesimo bivio della sua carriera, in cui sembra sempre così vicino eppure così lontano da imporre le sue idee. La squadra ha pochissime sicurezze da cui ripartire, e anche nel più ottimista dei tifosi regna l’incertezza. 

Anche per questo è necessario soffermarsi sui lati positivi di questa stagione. Non tanto come punto di partenza per la prossima – visto che come detto tra prestiti e cessioni la rosa probabilmente verrà interamente rivoluzionata – quanto per ripercorrere questo fantastico viaggio disastroso. Come si dice, non è la destinazione che conta, ma il tragitto.

Cosa ci lascia questo Frosinone?

Probabilmente, tra vent’anni, la prima cosa che verrà in mente della stagione 2023/24 del Frosinone sarà l’esplosione di Matias Soulé. Se le cose andranno come si pensa per il classe 2003, questa verrà ricordata come la sua “breakout season”.

Non male come prima stagione da titolare in Serie A.

Con 11 reti e 3 assist l’argentino di proprietà della Juventus ha per larghi tratti di stagione trascinato la squadra. Le lacune in fase di finalizzazione del resto della rosa non ne hanno però esaltato a sufficienza le qualità di rifinitura (dei 6.6 xAG meno della metà sono stati convertiti in rete). Anche la fortuna spesso gli ha voltato le spalle, arrivando primo nella classifica dei legni colpiti con 6 (insieme a Nico González e Johan Vásquez).

Le speranze del Frosinone sono spesso passate attraverso la sua classe cristallina, e lui ha risposto prendendosi praticamente tutte le responsabilità sul fronte offensivo. Oltre ai gol – arrivando a segnare in ogni modo possibile tra cui di sinistro, di destro, di testa, dentro l’area, da fuori, su rigore e su punizione – e agli assist, è nel dribbling che l’argentino ha giganteggiato graziosamente. Statisticamente si è rivelato addirittura tra i migliori in Europa, con 2.8 dribbling riusciti a partita (e una precisione del 50%), mentre grazie ai 101 totali ha vinto il titolo di miglior dribblatore della Serie A. 

Il suo bagaglio di finte sembra un bignami del dribbling argentino. Oltre a un’andatura sempre più Dybalesca, usa la suola per attrarre il difensore come Riquelme e sfrutta la sua velocità per dei cambi di direzione repentini come Aimar.

Al suo arsenale ha poi aggiunto una discreta fase senza palla, migliorando nel pressing (terzo del Frosinone per contrasti vinti con 27 e primo per contrasti vinti nella trequarti offensiva con 15). Ha trovato anche una buona precisione su rigore (5 su 6 dal dischetto) e ha perfezionato la tecnica su punizione, che lo ha portato al gol contro il Cagliari. 

Da fuori area potrebbe migliorare (solo 2 gol su 47 tentativi), ma la sensazione è che in un sistema con una maggior distribuzione delle responsabilità migliorerebbe anche la sua “shot selection” dal limite. Va anche detto che, essendo stato il giocatore più utilizzato da Di Francesco con 3121 minuti (su 3240 in cui è stato disponibile, praticamente 87 minuti a partita), probabilmente in un’altra squadra troverà maggiori opportunità per rifiatare, beneficiandone in lucidità.

Sicuramente adesso tornerà a Torino, dove proverà a convincere il prossimo allenatore bianconero a fargli seguire le orme di un Dybala al quale sembra voler assomigliare sempre di più. Alla finestra rimangono diverse squadre, inclusa la Roma che nel caso di una sorprendente partenza proprio del suo numero ventuno potrebbe cercare di prendere quella che ne è a tutti gli effetti la copia carbone. 

Soulé ha dato l’idea di essere l’unico giocatore in grado di raccogliere l’eredità tecnica lasciata da Dybala; sarà quindi da capire se la Juventus deciderà di privarsi del classe 2003, viste anche le difficoltà che i bianconeri hanno trovato nel provare a sostituire la Joya in questi anni. Dovessero però vedere in Soulé la pedina sacrificale della prossima stagione, la Roma potrebbe trovare nell’argentino l’ala dribblomane tanto voluta da De Rossi.

Non solo Soulé

Soulé non è comunque l’unico ad essersi messo in mostra. Dai bianconeri insieme a lui è arrivato Enzo Barrenechea, regista che con Allegri non aveva trovato il giusto impiego. I due non hanno costituito solo un pacchetto unico in sede di mercato, ma hanno anche formato un duo inseparabile dentro e fuori dal campo. 

Il regista argentino è stato a larghi tratti l’equilibratore del Frosinone, ricoprendo il ruolo di principale incaricato a recuperare, ripulire e smistare i palloni. È emersa subito la sua maturità con la palla, grazie alla quale è risultato primo per passaggi tentati (1903), primo per passaggi riusciti (1624) e secondo per percentuale di completamento dei passaggi (85,3%) della squadra di Di Francesco. 

Se Soulé insegue Dybala, anche Barrenechea sembra voler assomigliare a Paredes.

Di Barrenechea è poi venuta fuori una nuova natura da vero box-to-box, non limitandosi solamente a gestire il possesso nella propria metà campo ma anche a offrire sostegno sulla trequarti. Il centrocampista di proprietà della Juventus ha infatti fatto registrare il numero più alto di passaggi completati nell’ultimo terzo di campo (160) ed è risultato secondo per passaggi che hanno portato a un tiro (25).

In fase difensiva poi è stato fondamentale, essendo il giocatore della rosa con più contrasti tentati (65) e vinti (42). La sua dimensione di box-to-box emerge poi nell’analisi delle zone in cui li ha effettuati, risultando primo per contrasti vinti nel terzo di campo centrale e secondo sia in quello offensivo che in quello difensivo. Difficilmente la Juventus si priverà di un giocatore con queste qualità, considerate anche le difficoltà di Locatelli nella stagione che si è appena conclusa.

L’impatto di Zortea

La politica discutibile del direttore Angelozzi si è concentrata su una girandola di prestiti che ha offerto un palcoscenico a diversi pezzi importanti dei settori giovanili italiani e non solo. Dall’Atalanta, uno dei migliori vivai nostrani, è arrivato in prestito a gennaio Nadir Zortea, che nonostante una concorrenza anche abbastanza fitta si è presto preso il posto da titolare.

Il terzino italiano, oltre a un nome che evoca un’aura da predestinato, ha messo in mostra qualità preziosissime che mancavano alla rosa. Nel poco tempo che ha avuto per ambientarsi e affermarsi, Zortea è riuscito subito ad esaltarsi come assist-man, con una media di più di un assist ogni tre partite (0,36 p/90) e risultando anche primo per xAG (assist previsti) dei gialloblù con 0,20 p/90. 

Oltre alla discreta velocità e a doti tecniche notevoli, il terzino di proprietà dell’Atalanta ha anche fatto vedere le sue eccezionali doti balistiche. Il suo ambidestrismo lo rende un giocatore imprevedibile, in grado di andare sul fondo per crossare o di venire dentro al campo per dialogare con i compagni e calciare in porta. Grazie a questo il suo rendimento non è calato quando Di Francesco lo ha spostato sulla corsia di sinistra, come dimostrato dal cross vincente di mancino per Lirola contro la Lazio.

Il mancino che ha chiuso la gara con la Salernitana.

Sono tantissime le squadre a cui farebbe comodo, e anche qui forse quella ideale sarebbe quella proprietaria del suo cartellino. Gasperini lo ha più volte rimandato, ma forse questa esperienza vincente potrebbe convincere il tecnico dell’Atalanta se dovesse rimanere. Un’altra meta interessante potrebbe essere la Lazio. Tudor per la prossima stagione avrà bisogno di rinforzi sulle corsie esterne, dove la rosa biancoceleste si è rivelata carente da entrambi i lati. Zortea potrebbe essere l’uomo giusto per la fascia destra, e la sua versatilità offrirebbe all’allenatore croato un’alternativa anche sull’altra fascia se ce ne fosse bisogno.

Chi rimane?

Oltre a questi tre, realisticamente lasceranno Frosinone anche Okoli, Turati, Lirola, Bonifazi, Ibrahimovic, Kaio Jorge, Valeri, Cheddira, Kvernadze, Seck e Reinier. Probabilmente questa esperienza fallimentare servirà da monito a chi tenterà la permanenza nella massima serie con una struttura così precaria, fatta di prestiti e buone intenzioni.

È difficile immaginare il ragionamento dietro una politica così discutibile. Col senno del poi è sicuramente più facile mettere in discussione il lavoro di Angelozzi, ma anche all’epoca qualche dubbio era stato sollevato. Nel migliore dei casi infatti il Frosinone si sarebbe salvato, ma avrebbe perso la sua ossatura e sarebbe ripartito da zero. Avrebbe poi dovuto intavolare altre trattative per giovani in prestito, senza alcuna garanzia di riprodurre lo stesso equilibrio. Nel peggiore dei casi, e cioè quello che si è poi verificato, la retrocessione non solo avrebbe significato la perdita dei titolari, ma anche la fisiologica partenza dei migliori giocatori di proprietà rimasti. Questo avrebbe reso improbabile anche un assalto alla prossima Serie B.

Due che hanno dimostrato di essere pesci troppo grandi per l’acquario cadetto sono Luca Mazzitelli e Marco Brescianini, che insieme a Barrenechea hanno formato il centrocampo titolare di fiducia di Di Francesco. Segnando rispettivamente 5 e 4 gol, sono stati terzo e quarto miglior marcatore in rosa, e spesso sono state proprio le loro combinazioni – Mazzitelli con la sua visione di gioco, Brescianini con i suoi inserimenti tra le linee – a rompere gli equilibri delle difese più arcigne.

La piena maturità calcistica di Mazzitelli potrebbe essere attraente per un club che necessita di un leader con il suo trasporto emotivo e le sue qualità in regia. Una squadra come la Fiorentina, che quest’anno ha dato l’idea di necessitare qualcuno che lanciasse il cuore oltre l’ostacolo, potrebbe essere il posto giusto per un condottiero come il centrocampista romano. 

Le qualità balistiche di Mazzitelli sarebbero poi estremamente utili a Firenze. Nelle ultime quattro stagioni il centrocampista del Frosinone ha segnato 15 gol da 11.3 xG; una overperformance che si rivelerebbe preziosissima per una squadra come la Viola, che più volte si è ritrovata a litigare con la porta avversaria nel corso di questa stagione.

A chi non farebbe comodo un destro del genere?

Non è però scontata una sua partenza. Se è vero che le sue qualità sarebbero assolutamente sprecate in Serie B, a Frosinone Mazzitelli si è sempre dimostrato un vero capitano, e non è detto che lascerà i gialloblù in un momento così delicato.

Il discorso è diverso per Brescianini, che a ventiquattro anni sembra avere ancora discreti margini di miglioramento, ma che ha anche bisogno di giocare in contesti con meno pressione per crescere con la giusta calma. La sponda rossoblu di Genova potrebbe essere il luogo ideale come tappa intermedia per il suo sviluppo, e nello scacchiere di Gilardino il centrocampista proveniente dal Milan troverebbe dei meccanismi che si sposerebbero bene con le sue caratteristiche.

Cosa farà Di Francesco?

Un altro con un piede dentro e l’altro fuori da Frosinone sembra essere Di Francesco. Il tecnico ha alternato momenti di grande hype a periodi di sconforto generale che ne hanno minato la credibilità. Se diverse partite hanno dato l’idea che la sua idea di calcio potesse ancora rivelarsi vincente, la gestione di alcuni frangenti delicati della stagione ne hanno evidenziato i difetti già conosciuti. Tanti sono stati i momenti decisivi gestiti male dal tecnico abruzzese, che sommati si sono anche rivelati troppi per parlare di semplici sliding doors. Il drammatico recupero di Cagliari, il gol allo scadere di Rugani contro la Juventus, il punto perso all’ultimo a Lecce, ma anche l’ultima partita contro l’Udinese, hanno tutti il retrogusto amaro delle occasioni buttate. 

Un grafico che spiega la stagione del Frosinone attraverso la percezione generale di Di Francesco.

Di Francesco sembra essere un allenatore con idee e principi da big di Serie A, ma forse continuano a mancargli il polso e la lucidità necessari per metterli in pratica con la giusta costanza. A tutto questo si aggiunge un giudizio quantomeno discutibile della solidità dei progetti che accetta, forse il suo difetto più grande. Le sue mancanze comunque non oscurano i suoi pregi, ed è difficile non riconoscergli almeno qualche alibi nel corso di questa stagione.

Non sappiamo se cercherà di ritrovarsi, magari riportando il Frosinone immediatamente nella massima serie, o se qualcuno gli concederà un’altra occasione in Serie A già l’anno prossimo. Quello che è certo, e che difficilmente gli si può togliere, sono stati i grandi momenti vissuti in questa stagione. Oltre ad alcuni momenti di calcio brillante, Di Francesco continua a rivelarsi un tecnico abilissimo nello sviluppo e nella gestione dei giovani, e questo non passerà inosservato per le squadre di Serie A alla ricerca di un progetto sostenibile a lungo termine.

Il Frosinone 2023/24 è stato una montagna russa emotiva, che all’ultima fermata restituisce una sensazione di disorientamento difficile da ignorare. Se però riusciamo per un secondo a non pensare allo sconforto per la conclusione, possiamo guardare indietro e goderci il gran bel viaggio che è stato. Quello che ci lascia, alla fine, non è tutto da buttare.