Viaggiare, esplorare e vivere avventure è un elemento intrinseco del DNA italiano. La nostra storia è costellata da illustri esploratori come Cristoforo Colombo, Marco Polo e Amerigo Vespucci, che hanno tracciato rotte in terre lontane. Questo DNA appartiene anche in Stefano Cusin: nato in Canada e cresciuto in Francia da genitori italiani, Cusin ha avuto la possibilità di scoprire culture e storie diverse grazie al calcio, vivendo esperienze che pochissimi possono vantare.
La sua carriera lo ha portato a esplorare il mondo del calcio in vari angoli del pianeta, arricchendo il suo bagaglio personale e professionale, attraverso ogni incontro e sfida. Stefano Cusin ha vissuto il calcio in modo straordinario, sia come giocatore che come allenatore, toccando tre continenti e ben 17 paesi differenti. Ha esplorato paradisi terrestri come le Isole Comore e paradisi fiscali come la Svizzera; colossi mondiali di welfare come Francia e UK, ma anche luoghi infernali, come la Cisgiordania e il Sud Sudan. In questa intervista, ci siamo addentrati non solo nella sua carriera professionale, ma abbiamo cercato di scoprire l’uomo Cusin, vagliando le incredibili esperienze che lo hanno forgiato, inseguendo dovunque il sogno che aveva da bambino.
«Quando mia madre mi chiedeva cosa volessi fare da grande, rispondevo il calciatore, ma lei non mi prendeva troppo sul serio. Così mi ripeteva la domanda, aggiungendo un requisito di realismo».
Un esempio incredibile di adattabilità ai vari contesti, ma anche ai diversi ruoli. Un imprenditore che non ha mai abbandonato la passione di trasmettere le sue idee sul campo, che si trattasse di allenare i bambini del suo quartiere o di guidare squadre giovanili e professionistiche, per raggiungere le imprese più impensabili. Da settembre, la (sua) nazionale delle Isole Comore ha guadagnato ben 15 posizioni nel ranking Fifa, grazie soprattutto alla prima epica qualificazione della storia dell’arcipelago alla Coppa d’Africa. Il mister italiano, però, sembra tutt’altro che sazio e risulta ancora pronto a raccogliere nuove sfide, condividendo la sua visione del calcio ovunque vada.
Con le Comore, stai proseguendo il percorso di crescita intrapreso in Sud Sudan. Nelle ultime partite hai ottenuto due risultati storici: prima hai fermato la Tunisia e poi l’hai battuta in casa loro, dove non subivano una sconfitta da 14 anni. A questo risultato eccezionale si aggiunge il primo posto momentaneo nel girone di qualificazione per i mondiali e al primato nel girone di Coppa delle Nazioni Africane, che ha certificato la vostra partecipazione alla prossima Coppa d’Africa. Come ti senti in questo momento della tua carriera? Quanto sei fiero e soddisfatto del tuo lavoro?
Penso che un professionista nel mondo del calcio, allenatore o giocatore che sia non possa essere mai sazio, questo mestiere ti porta sempre a cercare di migliorarti, imparare e crescere come persona. Come il giocatore anche l’allenatore ha bisogno di rinnovarsi, altrimenti si rischia di non proporre niente e di perdere un po’ l’entusiasmo necessario. Detto questo, sono moderatamente contento, perché si, abbiamo fatto bene ma i margini di miglioramento ci sono e bisogna avere il focus su quelli.
Ma è una mentalità che voglio improntare anche aldilà degli ultimi buoni risultati: prima della doppia sfida contro la Tunisia ho parlato al mio staff e gli ho chiesto di focalizzarsi su cosa dobbiamo migliorare sia in campo, ma anche a livello di allenamenti, presenza e professionalità. So di poter chiedere di più ai giocatori, abbiamo un bel mix di giovani e giocatori più esperti, ma è solo continuando a volersi migliorare che si riesce ad essere competitivi.
Sei figlio di due immigrati italiani in Canada, trasferendoti poi in Francia; nonostante ciò è rimasta la passione molto “italiana” per il calcio. Come è nata?
Si, io sono nato in Canada un po’ casualmente e sono approdato in Francia a poco più di 2 anni. E’ lì che crescendo ho iniziato con i primi calci al pallone: vivevo nelle case popolari, ovviamente in quella zona il calcio era l’attività praticata da tutti in ogni momento della giornata e della settimana, si mettevano 4 sassi a mò di porte e si giocava. Mio padre è anche stato un calciatore professionista, fino alla Serie C in Francia, ed era un appassionato. Un ricordo che ho della mia infanzia e delle primissime volte allo stadio è di quando lui mi portava a vedere delle partite di Serie B francese.
La Francia poi è un paese molto sviluppato nell’educazione allo sport; a scuola ho avuto l’opportunità di provare svariati sport, atletica, scherma, pallavolo, pallacanestro ed è stato importante per la mia formazione. Ho iniziato nel calcio nella società di un paesino, poi la squadra più forte della regione, l’Annemasse. Sono arrivato al Tolone, che in quegli anni militava nella prima divisione francese, poi da lì la Svizzera ed un percorso diverso, anche in un periodo difficile a causa della separazione dei miei genitori.
Sei comunque cresciuto in un background multiculturale. Pensi che abbia inciso sul tuo sviluppo a livello umano e nelle tue scelte di carriera?
Sicuramente. Come ti ho detto da adolescente vivendo in un quartiere popolare nella Francia degli anni 70/80 avevo vicini di ogni etnia e provenienza. Sono quindi cresciuto con la normalità del vivere con altre culture, senza mai pensare a qualcuno come diverso.
Erano anche anni in cui ci si aiutava di più tra famiglie, ad esempio i nostri vicini nordafricani tornavano dalle ferie passate nel loro paese e ci portavano i datteri o il cous cous. Lo stesso valeva per noi: se mia mamma cucinava il sugo ne faceva un po’ anche per loro, in un ambiente quindi molto familiare. Un altro fattore che penso abbia influito è il fatto la Francia abbia tanti territori fuori dalla nazione “centrale”, come la Martinica, Guadalupe ecc., e quando da bambino guardavo il meteo vedevo praticamente la cartina del mondo intero. Io poi ho anche giocato un anno a Saint Martin, isola francese nei caraibi, ed è stata un’esperienza molto formativa. Lo scambio interculturale mi piace e penso sia fondamentale.

Hai fatto un po’ tutti i ruoli nel mondo del calcio, calciatore prima, poi membro dello staff tecnico, allenatore in prima, direttore tecnico ed ora ct. Quale è il processo che ti ha portato a pensare di voler seguire questo percorso, dopo aver smesso da calciatore? Era già nella mente dello Stefano Cusin giocatore?
Il ruolo dell’allenatore l’ho sempre avuto dentro, anche se non sono mai stato io a scegliere di farlo, ma sono sempre stati gli altri ad aver visto in me le caratteristiche giuste. Addirittura già a 14 anni allenavo, per gioco, i ragazzi di 10-11 anni del mio quartiere, con vere e proprie esercitazioni. La primissima esperienza alla guida di una squadra è stata al Roanne, società in cui giocavo: in quell’occasione l’allenatore degli allievi nazionali era stato fuori un paio di mesi ed io li ho allenati, inizialmente non pensando di esserne in grado. Poi però i risultati sono arrivati in modo naturale.
Anche in Italia ho iniziato con i settori giovanili, le società erano contente e mi rinnovavano la fiducia, il rapporto con genitori e giocatori era buono e quindi sono andato sempre avanti, penso appunto per le mie caratteristiche a livello umano: mi piaceva trasmettere, mi piaceva migliorare, ero un perfezionista. All’epoca facevo sia l’imprenditore che l’allenatore, poi la prima grande occasione è stata la chiamata del Camerun U20. A 35 anni ho pensato che il treno della carriera sarebbe potuto passare solo una volta. Fondamentalmente comunque, il mio ruolo è quello dell’allenatore, poi avendo abilità anche manageriali, dovute al mio passato da imprenditore, mi sono trovato bene anche in altri ambiti. Certo poi se ti chiama Zenga e diventi il suo assistente l’approccio è diverso, ma in molti casi basta avere un po’ di buonsenso, capire quale è il tuo ruolo e lavorare al massimo.
A livello geografico hai girato tantissimo. Dal punto di vista prettamente del campo, pensi che girare così tanto ti abbia aiutato ad arricchire il tuo bagaglio tattico, magari rubando qualcosa di particolare da ogni contesto specifico in cui hai lavorato?
Son sempre stato convinto che non sia la tattica a farti vincere le partite: la differenza negli anni in cui mi sono sviluppato nel mondo del calcio era la qualità dei giocatori a livello tecnico. La parte tattica l’ho imparata dopo, nelle mie esperienze in Italia, ma per me nel bagaglio di un allenatore non rappresenta più del 30/35%. La differenza vera la fa la gestione, del gruppo e della situazione: creare la giusta empatia e atmosfera con i giocatori, i rapporti con il Direttore Sportivo e con il Presidente.
A livello tattico il primo lavoro da fare è di adattamento alla rosa, al contesto ed agli obiettivi societari. A Cipro per esempio avevamo un gruppo modesto e lottavamo per non retrocedere e chiaramente non potevamo proporre un gioco iper propositivo, ma un blocco basso, densità nel centro e poi sulle ripartenze. Nei paesi del golfo arabo invece hanno una cultura diversa: ti valutano si in base al risultato, ma soprattutto in base al tuo coraggio e alle tue idee: un 1-0 giocando 90’ nella propria area non viene vista come una soddisfazione per loro. Ogni paese ha una sua cultura calcistica a cui è importante adattarsi.
Avendo allenato in posti tremendamente eterogenei dal punto di vista folkloristico, quali sono gli approcci culturali al calcio più particolari che ti è capitato di conoscere nei vari contesti in cui hai allenato?
Parto dal dire che se alleni in contesti così diversi tra loro devi tenere conto del luogo e della cultura delle persone: una squadra bulgara ha fondamentalmente ragazzi bulgari, con la loro mentalità e contesto, in Iran lo stesso; in Africa è una situazione unica per come vivono il calcio: le tifoserie guardano la partita insieme e non ci sono mai incidenti, creando un’atmosfera di festa vera e propria. Se il loro attaccante sbaglia un goal a porta vuota la prendono con ironia e si mettono a ridere, in Europa invece ci farebbe imprecare.
Episodi buffi o credenze sono all’ordine del giorno, ma devono essere assecondate: mi è capitato anche di giocatori infortunati che incolpano la “macumba” di qualche compagno di reparto. Ma la più esilarante di sicuro è stata negli UAE, all’Al Nasr di Dubai con Walter Zenga: prendiamo una squadra terzultima in classifica, e all’inizio anche la nostra guida stentò a decollare, con risultati altalenanti. Affrontiamo l’Al Wahda in casa, vincevamo 1-0, ma prendiamo un gol strano per il pareggio, e uno veramente inspiegabile che portò loro in vantaggio: un lancio lungo con i nostri difensori in vantaggio di 20 metri ed anche il portiere a copertura, ma dal nulla un difensore inciampa, l’altro scivola, il portiere sbaglia il tempo due volte con indecisioni, esce e rientra e alla fine arriva per primo sul pallone il loro attaccante che ci infila per il 2-1.
Perdiamo e, nell’allenamento successivo il portiere bussa alla porta dell’ufficio staff chiedendo di parlare. Voleva denunciare, secondo lui, il coinvolgimento di un loro ex dirigente che li stava sabotando ed aveva messo dei semini “stregati” sotto il manto erboso. Ovviamente la prima reazione che ti viene sarebbe quella di mandarlo a quel paese, ma Walter lo assecondò, ne parlammo con il DS e, non ci crederai, in una notte hanno rimosso il manto erboso dal campo dello stadio, ripulito tutto il fondo e fatto arrivare da Londra un tappeto erboso già pronto, che hanno steso per sostituirlo.
Questo portiere era quasi un Imam per il gruppo ed era il leader dello spogliatoio: lo seguimmo anche nei riti che propose nei giorni successivi, mantenendo positivo il clima ed unito il gruppo. Sotto sua istruzione la mattina della partita prendevamo un albergo davanti al mare, entravamo in acqua e ci immergevamo fino alle ginocchia per 2 minuti. Dopo averlo fatto, ci crederete o no, abbiamo vinto 6 partite di fila e siamo andati in Champions. Ovviamente non credo nella stregoneria del portiere, ma è per dire che in questi contesti è importante far capire alla squadra che sei parte di loro, e come in ogni squadra del mondo, se guadagni la fiducia dei leader dello spogliatoio guadagni quella di tutta la squadra.
Hai allenato in molte situazioni al limite dal punto di vista umano: nell’Al-Ittihad di Tripoli, con a capo il figlio di Gheddafi, poi all’Ahli Al-Khali in Cisgiordania due volte, dove era impossibile ignorare il conflitto israelo-palestinese; infine nel Sud Sudan reduce dalla guerra civile. Secondo te ci vuole coraggio per affrontare queste esperienze? Puoi dire che ti hanno fatto crescere umanamente? Quali sono le cose più assurde che ti sono capitate?
Si, ho allenato in molti luoghi a rischio, ma non ho mai avuto paura. Ovviamente in base al contesto in cui lavori serve buon senso e attenzione, ma c’è da dire che avevo un ruolo “privilegiato” in quanto allenatore, viaggiavo con la scorta ed avevo aiuti dalle federazioni. Il Sud Sudan è un paese enorme per estensione, più del doppio dell’Italia, con 11 stati ed altrettanti campionati interni, e, quando c’era da selezionare per la nazionale in alcune zone, la federazione non mi autorizzava ad andare.
Per quanto riguarda la Palestina, nel periodo in cui ero lì era in un momento di respiro. Ho avuto la possibilità, nell’occasione della finale di Supercoppa che si disputava a Gaza, di visitare quartieri bombardati l’estate precedente, tra detriti macchine distrutte e abbandonate, sembrava un film ed è stato molto duro, ma vedendo con i tuoi occhi quelle situazioni ti accorgi di come è il mondo, vedi la vita, la morte, e ne esci più ricco umanamente, con un’idea più autonoma di quella che è la verità senza l’influenza di televisioni e media. Ho conosciuto l’allora capo di Hamas, che poteva essere additato come terrorista da alcuni, ma che in realtà era un capo politico che proteggeva e difendeva casa sua, la sua gente e i loro diritti. Già allora la situazione era di una prigione a cielo aperto, le persone vivevano in modo “invivibile”, ora ancora di più.
Sicuramente sì, il mio pensiero è stato modificato da queste esperienze e mi ha fatto crescere come persona, ed è proprio in queste situazioni al limite che ho trovato avventure umane incredibili, persone con cui ho stabilito rapporti bellissimi, che sento tutt’oggi.
Quando hai avuto l’ opportunità di allenare l’Al-Nassr in Arabia Saudita, ti rendevi conto di questo margine di crescita così ampio e si potesse arrivare a portare calciatori del calibro di Ronaldo, Benzema e Neymar nel campionato arabo?
I paesi del Golfo Arabo hanno sempre pagato molto bene. Anche negli anni 70’/80’ c’erano calciatori e allenatori con carriera importante alle spalle che andavano a chiudere il loro cerchio, prendendo uno stipendio ricchissimo. L’Arabia Saudita è diversa dal caso del campionato cinese, che qualche anno fa fece lo stesso, investendo una grossa quantità di denaro nel calcio: in Arabia la cultura di calcio esiste, ha una popolazione enorme, strutture incredibili, anche spazi sui quali investire. Lì discoteche, locali, bar sono praticamente inesistenti, quindi i ragazzi studiano e praticano sport. Anche il tifo era “vero” ed acceso con stadi sempre pieni. Mi ricordo che, in una trasferta con l’Al-Nassr a Najran, praticamente al confine sud con lo Yemen (ad 11 ore di macchina da Riyad) arrivammo alle 2 di notte e c’erano 4mila tifosi ad aspettarci. Ci hanno accolti con cori ed entusiasmo enorme scortando il pullman fino all’Hotel!
Chiaramente gli investimenti di ora sono diversi da quelli del tempo: prima venivano presi giocatori a 34-35 anni, mentre ora stanno puntando sui giovani, ma questo non toglie che ci vorrà molto tempo secondo me prima che siano competitivi. I giocatori, per quanto di qualità, non bastano, servono dirigenti, giornalisti e cultura. Si stanno muovendo bene però, ad esempio l’Al-Shabab di Riyad ha un DS italiano, Domenico Teti, che conosco molto bene, e questo aiuta, perché portano una mentalità e metodi diversi, oltre ad ampliare il parterre di giocatori conosciuti e scoutabili. Ovviamente poi, investire sullo sport è un biglietto da visita nel mondo, per esistere agli occhi di tutti: non è molto diverso da quello che mi chiedono ora alle Comoros, grazie allo sport esistere ed essere conosciuti da tutti, non rimanere un piccolo arcipelago che molti non sanno neanche in che mare sia.
Ora alleni nelle Comore, dove giocano perlopiù tutti giocatori militanti in club europei. Con il Sud Sudan però deve essere stato diverso immagino: in quel caso come funzionava lo scouting per la selezione, e quanto era complesso?
Molti dal Sud Sudan sono emigrati a causa della guerra civile, soprattutto verso USA e Australia. I sud sudanesi hanno la peculiarità di essere il popolo mediamente più alto del mondo, quindi i primi si sono approcciati al Basket; molti di quelli andati verso l’Australia sono diventati binazionali lì, quindi quando li chiamavo per convocarli spesso declinavano, per giocare nella nazionale australiana che comunque ha blasone ed ambizioni maggiori. Questo ci ha limitato nella quantità di giocatori selezionabili. La selezione si basava su “seconde scelte” dall’Australia, qualche giocatore militante in campionati europei minori come Lituania o Moldavia, ma il focus principale dello scouting è stato il lavoro enorme nei campionati locali: mesi interi a guardare tutte le partite del campionato sudsudanese, catalogando i giocatori singolarmente, cercando anche nei paesi limitrofi, come Uganda e Kenya, dove molti si erano rifugiati dopo il conflitto interno al paese.
Un aiuto mi è stato dato dagli stessi abitanti, tra loro si riconoscono per tratti somatici e cognome, spesso quindi mi veniva detto: «Guarda che quello è sicuramente un sud sudanese» e dopo la verifica spesso era proprio così. É stato un lavoro veramente duro che non si è mai fermato per due anni, ma ha dato i suoi frutti. Abbiamo costruito una nazionale competitiva, vincendo quasi il 40% di gare ufficiali, che è un dato irreale per la realtà calcistica del paese. Alle Comore è decisamente più semplice perché molti hanno origini francesi e si conoscono, crescono nel circuito professionistico francese, e ci vengono segnalati tra Serie A, Serie B e Serie C: appena esce fuori un giovane interessante siamo pronti a chiamarlo.

Molti tuoi colleghi hanno “sofferto” il passaggio da club a nazionale, anche, ma non solamente, per il minor tempo a disposizione per imporre le proprie idee: tu come sei riuscito a tradurre con successo le tue metodologie tattiche in questa transizione?
Sì, direi proprio che allenatore di club e allenatore di nazionale sono due mestieri diversi: come allenatore di club sei più libero di pensare ai particolari, puoi sviluppare i giocatori facendoli migliorare; in nazionale il tempo è molto ridotto, arrivano di lunedì stanchi per la partita del weekend precedente, hai due allenamenti martedì e mercoledì, giovedì rifinitura e venerdì si gioca la prima gara, due giorni di scarico e poi lunedì o martedì subito c’è la seconda partita e il rientro al proprio club.
C’è un tempo limitato, nel quale faccio esercitazioni mirate, dopo un’analisi e la stipulazione dei punti principali su cui lavorare offensivamente e difensivamente. É importante essere concreti e dare certezze alla squadra nel breve periodo del raduno, poi personalmente i rapporti li mantengo anche quando non siamo insieme, sentendoci spesso tramite messaggi telefonate e chat di gruppo.
Spesso si evidenziano solo gli svantaggi di un allenatore della nazionale rispetto ad uno di club, ma un vantaggio ad esempio è che sei molto più libero di cambiare o sperimentare: se vuoi cambiare modulo non devi aspettare che ti acquistino un giocatore nel ruolo mancante, ma ne hai a disposizione da convocare; se non sei contento di un giocatore non sei costretto a lavorarci perchè lo hai sotto contratto, puoi non chiamarlo e selezionarne un altro. Si ha quindi la possibilità di inserire sempre nuovi giocatori, dando continuità al progetto, ma modificando la squadra.
Chiuderei con un pensiero per uno dei più grandi, forse il più grande di sempre. Nel 2011/2012 hai incrociato la strada di Maradona, in quanto allenatori di due squadre rivali nel campionato UAE. Hai un aneddoto su di lui, cosa hai percepito del personaggio?
Lui abitava nella stessa zona di Cannavaro e di Zenga, inoltre aveva con lui il traduttore che io ho avuto in Libia, quindi avevamo molti collegamenti. Diego è una persona molto semplice, vive esclusivamente di empatia, di generosità e di sentimenti: un uomo davvero straordinario. Ne parlo al presente perchè persone così vivono in eterno perché la grandezza delle azioni che hanno compiuto li tengono sempre con noi. Per dire, era così generoso che aveva due orologi ai polsi, ma se per caso gli facevi un complimento su uno di questi lui se lo sfilava e voleva regalartelo a tutti i costi.
La sua grandezza e semplicità mi hanno sempre lasciato senza parole, se dovessi definirlo con un termine sarebbe: Il Calcio.
Da giocatore ha fatto cose straordinarie, ma anche da allenatore ci ha messo tutto sé stesso, i suoi giocatori lo amavano ed anche il suo traduttore mi confermava il suo valore a livello empatico e di persona. Ovviamente poi era una persona dal carattere forte, ti racconto un aneddoto che mi colpì al tempo: sul contratto aveva un aereo privato sempre pronto sulla pista per riportarlo in Argentina ed ogni tanto, se gli giravano, prendeva l’aereo, andava a casa per 2-3 giorni, a volte anche una settimana, tornando poi appena alla vigilia della partita.
Lui è stato tanto importante in termini di visibilità negli Emirati: c’è una foto che ci ritrae insieme a bordo-campo quell’anno, e non è una foto casuale, ma si vede un Diego rilassato, felice, direi quasi orgoglioso di stare lì a fare la foto con me; quando gli chiesi di fare quella foto mi rispose con entusiasmo ed una solarità che mi colpì, in fondo chi ero io? Ma è proprio qui che riconobbi la sua grandezza.