Nel calcio professionistico, e soprattutto tra i suoi allenatori, le scuse sono rare. Non dovrebbe sorprendere – in un campo dove l’ego e l’orgoglio si alimentano a vicenda – che sia così difficile fare un passo indietro. Eppure è assumendosi le proprie responsabilità, imparando a vedersi da fuori, che si diventa veramente grandi. E così, nel post-partita di una delle giornate più significative della stagione in cui il Parma ferma l’Inter al Tardini, le parole di Cristian Chivu fanno scattare una lampadina tra gli addetti ai lavori: l’ex difensore rumeno sembra pronto al salto, parla da leader e incide attraverso idee tutt’altro che banali.
Il viaggio di Chivu, tra trofei, cicatrici ed onorificenze
E pensare che da giocatore, un futuro da allenatore non lo aveva nemmeno preso in considerazione. Lascia presto la Romania, dove aveva mosso i primi passi tra il CSM Resita e l’Universitatea Craiova, trasferendosi appena diciottenne all’Ajax. È sotto Ronald Koeman che sboccia del tutto: il tecnico olandese lo elegge capitano a soli 20 anni, vedendo in lui una versione più giovane di sé stesso. Entrambi mancini, entrambi difensori eleganti e tecnici, capaci di giocare anche da terzini o mediani, entrambi con un ottimo rapporto con il pallone.
«L’Ajax era un sogno per me, avevo finalmente la possibilità di giocare in una grande squadra e lì ho gettato le basi per quella che è stata poi la mia carriera. Non è stato facile, ma sono maturato molto, anche più di quella che era la mia età. Ho avuto la fortuna di avere compagni e il mister che sono stati in grado di riconoscere in me qualcosa che da solo ancora non riuscivo a vedere».
Ai lancieri Chivu vive stagioni brillanti, vincendo un Eredivisie, una Coppa e una Supercoppa d’Olanda nel 2002.
Da lì il salto in Italia, alla Roma. I giallorossi lo acquistano per 18 milioni di euro, convinti di aver trovato il centrale del futuro. L’impatto è importante: in coppia con Samuel, la difesa giallorossa diventa la meno battuta della Serie A. Ma presto iniziano i guai fisici: problemi alla spalla, ricadute, lunghi stop. La fragilità fisica lo accompagna per tutta la carriera, tanto da fargli guadagnare il soprannome di “Swarovski”, in riferimento alla delicatezza delle sue ossa. Dopo quattro stagioni e una sola Coppa Italia, nel 2007 si trasferisce all’Inter.
Anche a Milano Chivu non ha un inizio semplice, per i suoi ricorrenti infortuni alla spalla, ma riesce comunque a vincere lo Scudetto già al primo anno, confermandosi sempre un punto fermo per i meneghini, sia con Mancini che con Mourinho.
Proprio nell’ultimo anno di Mou, il centrale vive una montagna russa di emozioni fortissime: il giorno della Befana del 2010, a Verona, si gioca Chievo Verona-Inter e, durante un contrasto aereo con Sergio Pellissier, Chivu ha la peggio e rimane a terra. Stavolta non è uno dei suoi “normali”, ricorrenti infortuni. Lo capiscono subito i compagni, che fanno tempestivamente intervenire i medici con la barella. E lo capisce subito anche Cristian, che toccandosi la testa – dove si aspetta di trovare del sangue – trova solo un buco coperto da pelle, con l’osso del cranio collassato.
Viene trasportato d’urgenza in ospedale e sottoposto ad un’operazione molto delicata: «Avevo tanta paura, paura sì di non poter tornare a giocare, ma soprattutto di essere una persona diversa a fine operazione, di non tornare più il Cristian che ero per mia moglie e mia figlia, fino a poche ore prima».
Fortunatamente la paura del rumeno non diventa realtà, l’operazione ha successo e nella riabilitazione viene molto aiutato da una figura carismatica come Mourinho, che lo sostiene attraverso contatti quotidiani. Chivu è carico, salta addirittura qualche tappa per il rientro e dopo mesi di convalescenza è pronto a ricominciare e a scendere regolarmente in campo: da lì, un mese dopo insacca il suo primo gol con la maglia dell’Inter, con una botta di sinistro da fuori area alla sua maniera, si toglie il caschetto (che diventerà suo segno distintivo) e mostra a tutti la vistosa cicatrice lungo la sua testa.
L’annata culmina poi con una gioia enorme, come in un film a lieto fine: dopo soltanto due settimane dall’infortunio di Chivu, un Mourinho fiducioso lo inserisce comunque in lista UEFA, nell’anno in cui l’Inter raggiunge la finale di Madrid. Il rumeno, ormai tornato a pieno regime, gioca da titolare le sfide decisive per portare i suoi in finale ed inizia dal 1’ anche la partita di Madrid, vinta per 2-0 ai danni del Bayern Monaco. Un trionfo europeo che, affiancato a Scudetto e Coppa Italia, significa Triplete per i nerazzurri. Dopo Madrid, Chivu rimane all’Inter fino al 2014, passando gli ultimi anni in un susseguirsi di poco campo e molti problemi, tra infortuni ed operazioni. Si ritira ad Aprile 2014, dopo 3 Serie A, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe, 1 Champions League ed 1 Mondiale per Club FIFA alzati negli anni a Milano.
Il dittatore democratico
«Non ho mai pensato durante la mia carriera da giocatore di voler fare l’allenatore nel futuro. Tutto parte casualmente con l’UEFA che mi assegna un ruolo da osservatore tecnico ma non avevo il patentino. Andai a Coverciano a farlo per completezza e da lì mi sono detto perché no, vediamo se sono in grado di fare questa cosa».
La carriera di Chivu come allenatore parte dall’U14 dell’Inter, nel 2018, salendo poi di categoria tra U17 e U18. fino ad arrivare alla Primavera del club nerazzurro (dove ritrova i suoi “ragazzini” della 14, l’annata 2005 ormai cresciuta). Il settore giovanile dell’Inter è da sempre uno dei più fiorenti per quel che riguarda il calcio italiano, e Chivu ha la possibilità di lavorare con giocatori che oggi si stanno affermando da “grandi” nei maggiori campionati italiani ed europei, come Fabbian, Casadei, Francesco Pio Esposito e Valentin Carboni.
L’impatto del rumeno nella Primavera dell’Inter è forte, ed alla prima stagione, usando un 3-5-2 riflesso della prima squadra di Simone Inzaghi, vince il campionato Primavera 1, battendo nella finale playoff la Roma ai supplementari. Saranno meno redditizi i due anni successivi, 2022-2023 e 2023-2024, a livello di risultati sul campo e trofei, ma come tanti dei più grandi affermano, lo scopo delle squadre giovanili non è vincere, bensì formare e far crescere i giocatori come professionisti e svilupparli al meglio tatticamente.
Durante la trafila nelle giovanili milanesi anche Cristian ha avuto l’opportunità di crescere e di formarsi come allenatore per quel che riguarda lo stile di gioco da proporre, le sue idee tattiche, ma anche e soprattutto come gestore: rigido sulle regole, fondamentali per l’armonia nel gruppo squadra. Allo stesso tempo, soprattutto quando si lavora con i giovani, bisogna saper mollare un po’ la corda, essere comprensivi, stemperare le situazioni con qualche battuta ed ironia. In un’intervista a Radio TV Serie A su RDS si è definito, come allenatore, un dittatore democratico, pronto ad essere una mano di ferro o di piuma a seconda degli scenari.
L’occasione
Dopo anni di prestazioni positive, non senza qualche critica ricevuta per la poca costanza trasmessa all’Inter Primavera, Chivu a Maggio 2024 dichiara pubblicamente la fine del suo rapporto lavorativo con i nerazzurri e si dichiara quindi pronto ad una panchina “tra i grandi” per la stagione successiva.
«Ho sempre amato l’aria che si respira nello spogliatoio, è quello che mi mancava di più quando ho smesso, anche più delle partite. Il vissuto quotidiano, il gruppo con il quale leghi tanto e che devi essere bravo a gestire, ognuno con le sue particolarità e caratteri.»
Passano solo 8 mesi che un Parma in grande crisi – terzultimo alla 25a giornata e con la seconda peggior difesa del campionato – esonera Fabio Pecchia ed assume proprio Chivu come nuovo allenatore.
Chivu, come era successo nella Primavera dell’Inter, ha subito un forte impatto sulla squadra, pur arrivando in un ambiente che sembra rassegnato. La squadra è diciottesima, il calendario sembra quasi proibitivo.
Il suo lavoro a Parma quindi si incentra su alcuni punti chiave. Inizialmente non stravolge il modulo, che dal 4-2-3-1 della precedente gestione passa ad uno schieramento più coperto, ma simile, come il 4-3-3. Conferma la fiducia ai giocatori più importanti: in primis Bonny, attaccante chiave per la promozione del Parma della passata stagione, che nelle ultime giornate con Pecchia (complice anche l’arrivo di Djuric dal Monza) aveva perso il posto da titolare.
Le sicurezze del Parma passano poi attraverso una (riscoperta) fase difensiva, uno dei suoi cavalli di battaglia. Prende una difesa giovanissima, con una età media tra le più basse del campionato (tolto l’infortunato Osorio, i più “anziani” del reparto sono i 26enni Vogliacco e Valeri) e, grazie anche ad un blocco più basso e una maggior densità in area, i crociati riescono a mantenere la rete inviolata anche contro ottimi avversari come Bologna, Juventus, Fiorentina e Napoli.
Il punto di svolta della stagione arriva con la vittoria per 2-0 su un Bologna reduce da 10 risultati utili di fila. Arrivano poi solo tre punti tra Udinese, Torino, Monza ed Hellas Verona. In questo filotto di partite i ducali non brillano, ma raccolgono punti preziosi nella lotta retrocessione. E qui appare un’altra chiave: Mateo Pellegrino, attaccante argentino classe 2001 arrivato nelle ultimissime ore del mercato invernale, che comincia ad alzare i giri del motore da subentrante, con una doppietta al Torino a cui dà seguito nella trasferta di Monza.
A questo punto Chivu, dopo una serie di partite non entusiasmanti, stravolge lo schieramento tattico dei suoi. Davanti c’è l’Inter di Inzaghi, allenatore con il quale si è confrontato molto negli anni a Milano. Il Parma stupisce tutti presentando una linea difensiva a 5, con gli esterni liberi di spingere che acquisiscono una riscoperta importanza. Davanti, ad aspettare i loro cross, trovano due riferimenti fisici in Bonny e Pellegrino.
Questo modulo, caro a Chivu nei suoi anni alla Primavera, porta alla creazione di spazi da riempire, perfetti per gli inserimenti delle mezze ali (Casadei e Fabbian della sua Inter U20 facevano quel lavoro nello stesso modulo ed erano, da mezze ali, tra i migliori marcatori del campionato). Ne beneficia incredibilmente anche un talento come Ondrejka, che proprio contro l’Inter nel passaggio segna la sua prima rete “italiana” delle 5 totali in stagione, tra cui 2 doppiette a Lazio ed Atalanta. Parma-Inter finisce 2-2, eChivu ne esce “diplomato”, dimostrando di avere tutto quello che serve ad un allenatore: idee, coraggio, adattabilità, oltre a un forte senso di responsabilità e protezione verso i suoi ragazzi.
La salvezza del Parma dimostra che un calcio moderno è possibile anche senza mezzi di primissima qualità e, soprattutto, con principi non necessariamente troppo articolati. Un calcio costruito su fondamenta solide, e su concetti chiari e necessari:
• La solidità difensiva che passa dal blocco basso
13 reti subite nelle 13 partite allenate dal rumeno, affrontando squadre come Bologna, Inter, Fiorentina, Juventus, Lazio, Napoli ed Atalanta (13 punti raccolti contro queste 7). Il tutto alternando spesso interpreti e ruoli degli stessi, anche in base agli avversari. Leoni ha agito nei tre dietro sia da centrale che da braccetto; Del Prato è stato alternato tra i tre dietro e il ruolo di esterno a tutta fascia; poi Valenti, Balogh ed il ritorno di Circati dopo il lungo infortunio, tutti importanti ed utilizzati nelle rotazioni.
• L’ampiezza e la verticalità
Grazie anche al cambio di modulo, che gli ha permesso di respirare e pungere allo stesso tempo. Così ha valorizzato un terzino dotato di grande spinta ed altrettanta disciplina difensiva come Valeri, che ha collezionato sotto Chivu 5 grandi occasioni potenziali e 3 assist vincenti. Discorso simile per il capitano Del Prato ed Hainaut: il primo fondamentale con la sua duttilità, il terzino francese invece ha sfruttato la fiducia di Chivu per chiudere l’annata in crescendo fino al gol siglato nell’ultima giornata.
• Due punte a fare reparto
Capaci di coprire tanto campo e di assicurare la verticalità necessaria: gli enormi (in tutti i sensi) Pellegrino e Bonny. Il primo, più fisico, cercato spesso con palloni lunghi, ingaggiando delle vere e proprie battaglie di 90′. Sfruttando i suoi 192 centimetri, in 13 partite ha vinto 50 duelli aerei, nel 98° percentile per passaggi aerei ricevuti e all’89° per % di duelli aerei vinti.
Diverso, ma complementare, il lavoro chiesto a Bonny. Il francese, che molti paragonano a Lukaku, è dotato di una stazza imponente alla quale può affiancare una qualità rarissima. Lavora principalmente ricevendo palla sui piedi, così da sfruttare il suo corpo e le capacità sopraffine nella difesa del possesso, generando spazi fondamentali per la rifinitura dei centrocampisti in inserimento. Non a caso, i suoi due assist realizzati dall’arrivo di Chivu in panchina sono stati per Bernabè ed Ondrejka, due mezz’ali.
• La densità a centrocampo
A partire dall’incoronazione di Mandela Keita, decisamente non un punto fisso del Parma di Pecchia, con Chivu mediano titolare. Il belga disputa infatti 90’ in tutte le partite allenate dal rumeno, tranne il turno di riposo nell’ultima giornata di campionato. L’interno di centrocampo ex Anversa si rivela fondamentale in fase di equilibrio e costruzione per i suoi: 4,1 palloni recuperati di media a partita, con un picco di 10 contro il Como, riuscendo al contempo a gestire il possesso con grande padronanza, completando l’89% dei passaggi tentati (va ricordato sempre il livello delle avversarie che il Parma di Chivu ha affrontato in questo periodo).
Del lavoro di Keita hanno beneficiato anche le mezz’ali, in particolare il già citato Ondrejka, centrocampista svedese prettamente offensivo che ama galleggiare tra le linee e ricevere il pallone sulla trequarti (80° percentile per passaggi progressivi ricevuti) e Bernabè, che stava vivendo una prima stagione in A non semplicissima: il fantasista, oltre ai tanti infortuni patiti, sembrava soffocato in questo ruolo di mediano in un centrocampo a due designato alla regia. Nelle 5 partite con Chivu con un minutaggio superiore ai 20’ ha firmato 1 rete ed 1 assist per i suoi (contro le 0 partecipazioni a gol nella sua prima parte di stagione), dimostrando di poter incidere con compiti diversi e più libertà.
Chivu dovrà sicuramente continuare a crescere: dovrà trovare maggiore continuità (una delle pecche di Inter Primavera e Parma) e dovrà senza dubbio affinare la proposta offensiva del suo gioco, ma ha portato idee molto interessanti, oltre al giusto binomio tra pugno duro ed armonia nello spogliatoio. Lo aspetta un Inter scarica, che arriva da una stagione difficile da digerire, anche se non è tutto da buttare. La sua ascesa è stata rapidissima, e ritrovarsi sulla panchina dell’Inter è sicuramente un passo enorme per la sua carriera. Ma ormai non c’è tempo di guardarsi indietro e vedere tutta la strada che ha già fatto: il prossimo passo già lo attende.