Il mito di Achille vuole che sua madre, la ninfa Teti, lo avesse immerso neonato nelle acque dello Stige in modo da renderlo invulnerabile. L’unica parte del corpo rimasta inviolata dal fiume, il tallone dal quale veniva tenuto, sarebbe così rimasto il solo punto mortale del bambino. A guardarlo bene anche Artem Dovbyk ha qualcosa di invulnerabile. Sembra strappato dalle pagine della leggenda, o quantomeno dalla versione patinata che ci ha restituito Hollywood nei suoi film peplum. Con i muscoli ipertrofici, i capelli biondi scolpiti dal gel e gli occhi glaciali che non tradiscono un’emozione nemmeno dopo i gol, Dovbyk è la risposta del XXI secolo agli eroi mitologici dell’antica Grecia.
Per restare in tema, anche nella sua storia ci sarebbe un fiume. Cherkasy, la città ucraina che lo ha visto nascere, sorge infatti sulle sponde del Dnipro. Non sappiamo se le sue acque vantino poteri magici, né se Dovbyk ci si sia mai immerso. L’unica certezza è che l’attaccante visto domenica contro l’Udinese, a referto con un gol e un assist, è sembrato veramente eroico. Il suo unico tallone d’Achille è rappresentato dalla scarsa associatività spalle alla porta, come se ogni centimetro del suo corpo fosse allergico al relazionarsi in maniera pulita con i compagni. Tranne, curiosamente, proprio per il tallone sinistro: quello che in gergo calcistico viene definito il tacco.
I problemi dell’ucraino da dove nascono?
È inutile girarci intorno: quando si trova spalle alla porta, coi palloni che spiovono dalle retrovie, Dovbyk va spesso in difficoltà. Nonostante il fisico statuario, l’attaccante non vince molti duelli aerei (secondo OPTA quest’anno solo il 45,5%). Legge male le traiettorie del pallone quando si alza, e nelle poche volte in cui lo fa con successo non è bravo a orientare il corpo per tagliare fuori il difensore. Anche quando riesce a prendere posizione non ha una particolare sensibilità tecnica, il che lo porta a essere spesso impreciso nel lavoro di sponda. L’impressione è che i suoi muscoli siano troppo duri, gli spigoli della sua fisionomia troppo affilati. Il pallone in fondo è fatto per essere addomesticato dalla carne, non dal marmo da cui sembra essere stato scolpito.
Questo fatto in realtà non dovrebbe sorprendere più di tanto. Il suo Girona ha tentato più lanci lunghi solamente del Las Palmas nella scorsa Liga, e in effetti De Rossi aveva puntato su di lui perché orientato verso un gioco principalmente palla a terra. A Dovbyk veniva principalmente richiesto di attaccare la profondità, un lavoro che nonostante le difficoltà di inizio stagione aveva comunque svolto molto bene. I giallorossi però, forse ancora aggrappati al ricordo di Lukaku, nei momenti in cui hanno faticato sono invece finiti a cercare il porto sicuro rappresentato dalle sponde del suo centravanti. Questo ha costretto l’ucraino a giocare molte più palle alte di quanto ci si aspettava, mandandolo spesso in affanno.
Quando però la Roma ha tenuto basso il pallone le cose sono migliorate solo marginalmente. Al momento è secondo per passaggi brevi tentati tra i venti centravanti di Serie A con più minuti giocati (a dimostrazione che la Roma lo coinvolga molto nella manovra) ma è undicesimo per percentuale di passaggi brevi riusciti, che si traduce in un numero abbastanza elevato di palloni persi. Le uniche giocate di raccordo in cui è sembrato sicuro e a tratti brillante sono arrivate passando per il suo tacco sinistro.

Se quindi le acque del Dnipro dovessero lavare via qualsiasi traccia di associatività dal corpo di un calciatore, come Achille anche Dovbyk è stato immerso in acqua tenuto per il tallone. Questo lo ha reso un giocatore scarno tecnicamente, ma con una sensibilità tecnica unica nel tacco sinistro. Quando lo usa avviene qualcosa di magico: si gonfia l’unica vena associativa in tutto il suo corpo, quella che porta il sangue direttamente alla parte posteriore del suo mancino, che gli permette di relazionarsi con i compagni in maniera sopraffina.
El taconazo de Dovbyk
Questa propensione a usare la parte meno sensibile del piede in realtà l’ucraino l’aveva già affinata in Spagna, trasformandola in una sorta di signature skill. Il gol del pareggio segnato dall’attaccante nella gara di andata contro l’Almeria della scorsa stagione ne è un esempio. Al 38’ Dovbyk bullizza fisicamente Montes, creando la giusta separazione per ricevere il passaggio di Blind. L’olandese dopo lo scarico si lancia nello spazio aperto dal movimento ad allargarsi del nove, che lo serve di prima col tacco. La giocata elegante di Dovbyk forza un 2v1 che costringe il centrale andaluso a stringere su Blind; il difensore quindi gli restituisce il pallone a tu per tu con Fernando per un gol facile.
L’impressione è che le accelerazioni palla a terra del Girona costringessero il suo attaccante a questo tipo di giocate. Non avendo il tempo materiale per ragionare, né la sensibilità tecnica per cercare giocate controintuitive, Dovbyk utilizzava il modo più veloce per restituire il pallone ai compagni senza arrestare la corsa o articolare corpo e piedi in maniera troppo complessa.
Questo poi si traduceva anche in fase di rifinitura, con l’ucraino che è presto diventato un perno attorno al quale ruotare in area. In casa dell’Alaves, nel maggio di quest’anno, è arrivato così il suo assist più bello: il nove riceve un passaggio in area da Tsygankov e con un controllo orientato sembra voler attaccare la porta, costringendo Abqar a seguirlo il tanto che basta per aprire le maglie della difesa basca. A quel punto non vede – sente – l’arrivo di Yangel Herrera, e lo trova col tacco due passi dentro l’area libero di calciare in rete.
Prove generali in giallorosso
In queste prime cinque uscite della Roma l’ucraino ha già dimostrato quanto il tacco sia ancora il suo colpo. Perdonata la prima uscita di Cagliari, in cui principalmente si è fatto notare per la traversa colpita di testa sul cross di Dybala, e superata la prova opaca con l’Empoli, nelle partite successive è aumentata la distanza tra la raffinatezza delle sue giocate di tacco e la grossolanità degli errori con tutte le altre parti del corpo.
Sicuramente è cresciuto il livello delle letture, così come l’affinità con i compagni. A Genova gli basta un velo di Dybala su una verticalizzazione di Pisilli per capire che l’argentino intende buttarsi alle spalle dei difensori. Dovbyk se lo vede scorrere davanti, si immagina uno spazio che esiste solo nella sua testa, e col tacco trova il ventuno all’altezza del dischetto. Dybala poi verrà atterrato da De Winter (e non saranno poche le proteste giallorosse), ma rimane la qualità della giocata dell’attaccante dell’ucraino.

Con l’Udinese diverte e si diverte
La partita con l’Udinese – nonostante il clima surreale della contestazione – inizia subito con un piglio diverso per Dovbyk, con l’impressione che il gol della settimana prima lo avesse sbloccato mentalmente. Come inizia il match l’attaccante sembra subito intenzionato ad alzare il coefficiente di difficoltà delle giocate che tenta.
Al 7’ minuto è con un controllo di tacco che addomestica un filtrante di Angeliño, accarezzando il pallone prima di strozzare il tiro davanti a Okoye. Deve prendere ancora la mira, ma l’impressione è che sia anche pronto a osare con la sua arma (nemmeno tanto) segreta.

Dopo il gol al 20′ è ancora più leggero. A inizio secondo tempo prova la stessa la giocata del gol con l’Alaves: con un movimento ad allargarsi trascina via Bijol per aprire lo spazio d’inserimento a Dybala, poi prova a servirlo di prima col tacco. Calibra però male e si calcia la palla sullo stinco destro, sprecando un’ottima situazione. L’ucraino sarà comunque caparbio nel riconquistare il pallone, e dal contrasto sulla bandierina nasceranno i presupposti per il rigore di Dybala.

La stessa situazione si ripresenta al 64’, con la combinazione tra i due che continua a generare scintille. In questo caso Dybala riceve da Ndicka, si accentra verso Dovbyk che manda a vuoto Bijol con un colpo di tacco e chiude l’uno-due con l’argentino. La Roma è poi lenta nel capitalizzare la situazione di superiorità numerica, ma l’asse creativo Dybala-Dovbyk continua a creare pericoli per la difesa di Runjaic.

Dopo l’assist (fortunosamente deviato dalla mano di Bijol) che porta al gol Baldanzi, Dovbyk sembra finalmente divertirsi. Il gelido ucraino comincia a scaldarsi, con la tifoseria che per un attimo sembra dimenticarsi della contestazione. Al 72’ arriva quindi un’altra brillante giocata: con l’ormai solito movimento a uscire per creare spazio centralmente, Dovbyk porta fuori posizione il centrale sloveno dell’Udinese. Con un controllo aspetta l’inserimento di Celik che si stringe e lo serve di tacco al vertice dell’area. Il turco è in una buona posizione per trovare Paredes a rimorchio che però calcia prima sul difensore e poi alto sulla ribattuta.

«Colpi de tacco, da fa ‘ncantà»
Sulla scorta di una manciata di partite è difficile provare ad individuare un trend. Il futuro della Roma dipenderà sicuramente da quanto sarà decisiva l’impronta di Juric sulla squadra. Se sarà visibile la sua mano non è da escludere che la palla passi più tempo in aria che a terra, e quindi queste giocate di tacco di Dovbyk rischiano di diventare sempre più una rarità. Non è da escludere però, come accennato già dal tecnico croato, che si continui sulla strada iniziata da De Rossi, quantomeno in fase di possesso. La coppia Dovbyk-Dybala ha generato alcune delle combinazioni più interessanti di questo inizio di stagione e, nonostante le varie vicissitudini extra-campo che avevano rischiato di metterla in secondo piano, ora si sta riprendendo le attenzioni che merita.
In tutto ciò la natura del tacco di Dovbyk rimane un mistero. La cosa che più di tutto colpisce non è tanto questa sensibilità tecnica (non è il primo centravanti est-europeo che incanta Roma con giocate eleganti), quanto il fatto che sembra venir fuori solo in una parte molto specifica del suo corpo. Come si può spiegare un giocatore che sembra andare in difficoltà come la palla si alza, che spesso sbaglia anche passaggi abbastanza semplici, ma che si trasforma in una sorta di Francesco Totti ucraino di 190 cm quando deve colpire la palla di tacco?
Dovbyk in questo sembra un controsenso unico nel suo genere, di quelli che nel tempo diventano giocatori di culto, gli eroi mitologici dei nostri tempi. Quei giocatori che anni dopo senti ancora nominare per le strade della città, l’unico pantheon che onora adeguatamente chi ha incantato le squadre della Capitale. Anche Achille, secondo la leggenda, scelse una vita breve e gloriosa, preferendo che fosse il suo nome a vivere per sempre. Solo il tempo saprà rivelarci il destino dell’ucraino, ma non sembra così assurdo immaginarsi i vicoli di una Roma tra vent’anni riecheggiare la frase: «Ma te li ricordi i colpi di tacco di Artem Dovbyk?».