Una delle storture più fastidiose del nostro calcio è quella di misurare la dignità di una realtà in base alla grandezza della tifoseria, come se il numero di voci sugli spalti fosse più importante dei decibel che queste riescono a produrre collettivamente. Per via del suo seguito ridotto, negli anni in cui il Chievo ha militato in Serie A si è dovuto accollare la nomea crudele di squadra priva di identità, nonostante una tradizione centenaria, una tifoseria passionale e delle radici piantate saldamente nel sottosuolo veronese. A partire dal nome, preso dal quartiere nel quale è sorto il club quasi cento anni fa, che è stato al centro delle ultime vicende societarie.
In seguito ai problemi che il club ha dovuto affrontare nel periodo tra l’esclusione dal professionismo nel 2021 e il fallimento dichiarato nel 2022, molti si erano chiesti chi ne avrebbe raccolto l’eredità storica. Una prima risposta era arrivata su iniziativa dello storico capitano Sergio Pellissier e dell’ex portiere Enzo Zanin, che con la fondazione della Clivense miravano proprio a continuare la tradizione dei mussi volanti. Tramite una campagna di crowdfunding avviata dai due, la società neonata era riuscita a coinvolgere una parte della tifoseria in una sorta di azionariato popolare, fenomeno che in Italia non aveva precedenti.
Uno degli obiettivi dichiarati dai soci era quello di riprendersi i simboli che per tanti anni avevano rappresentato e difeso orgogliosamente. Dopo svariati tentativi, a maggio di quest’anno la società è finalmente riuscita ad aggiudicarsi all’asta il vecchio marchio, riappropriandosi così dello stemma e soprattutto della denominazione storica del club.
Abbiamo avuto il privilegio di chiacchierare con il presidente Pellissier per parlare insieme di questo grande traguardo.
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Abbiamo visto tutti le immagini emozionanti dei festeggiamenti con i tifosi. Ora che è passato più di un mese, come ci si sente? Quanto era importante per voi vincere questa battaglia?
Mi sento bene, sono orgoglioso. È stato un traguardo importantissimo. Quel marchio era veramente decisivo per il nostro progetto, e siamo finalmente riusciti a riportarlo a casa. Quando tre anni fa i tifosi mi avevano chiesto di fare qualcosa per il club, mai avrei pensato che saremmo riusciti a fare così tanto.
Semplicemente ho pensato che quei tifosi che mi hanno dato così tante soddisfazioni, che mi hanno amato così tanto, non meritassero di perdere tutto quello che avevano guadagnato in questi anni. Mi sembrava giusto provare a fare qualcosa. Ora sono molto orgoglioso, spero che chi ha creduto in me ora sia ugualmente contento.
Quali sono state le più grandi difficoltà di questo progetto?
Non tutti credevano in quello che stavamo facendo. Gran parte dei tifosi pensava che noi lo stessimo facendo per ripicca, che io lo facessi contro Campedelli. Il nostro obiettivo però era solo quello di tenere in alto il nome del Chievo, dare la possibilità a tutti quei tifosi di avere una squadra per cui tifare.
Una squadra che si chiamava con un nome diverso, certo, ma gestita, tifata e sostenuta dalle stesse persone. Che potesse continuare quella favola e quelle emozioni che c’erano anche prima. Il fatto che ci siamo riusciti, che quei tifosi che prima ci criticavano forse hanno capito che noi volevamo solo il bene del Chievo, ci dà una soddisfazione immensa.
Ce l’avete fatta anche grazie a una campagna di crowdfunding.
Contate di mantenere questo modello di azionariato popolare di stampo tedesco?
Noi siamo aperti a tutto, vogliamo solo che questo progetto sia più vivo e sano possibile. Sicuramente ci dà orgoglio che questo marchio sia di 800 persone e non di un individuo singolo. Siamo contenti che quello che accade all’interno della società coinvolga tutti i soci e che possano dire di essere proprietari di una società di calcio e titolari del marchio Chievo. Questo è un orgoglio per noi perché al mondo sono poche le società così.
Avete trovato resistenza da parte dei tifosi o attaccamento alla vecchia gestione?
Una parte della tifoseria non ha condiviso il nostro progetto, è rimasta legata al vecchio marchio e a Campedelli. C’è stata una divisione, che è l’unica cosa triste di questo progetto. Io mi aspettavo di trovare più partecipazione, almeno dal punto di vista del tifo, una volta trovato qualcuno intenzionato a salvare il Chievo. È stato un dispiacere capire che non tutti la pensassero come me. Ma non fa niente, io sono abituato a rimboccarmi le maniche e lottare solo contro tutto e contro tutti. Ero così da giocatore, sono così adesso.
Ora che avete vinto c’è più serenità?
Mi ha dato fastidio che ho diviso la piazza, tra chi non aveva fiducia in quello che stavamo facendo e chi invece mi ha seguito perché in me ha visto la persona che ci credeva più di tutti. Se però qualcuno vuole mandare avanti un progetto non a nome suo, ma a nome di tutto il popolo Chievo, rendendoti partecipe, dovresti seguirlo, no?
Si riferisce alla parte di tifoseria che non vi ha seguito?
Si. Come si dice, “predichi bene e razzoli male”. Perché quando tifi per una squadra e un giocatore va via perché è ambizioso, o perché gli danno di più da un’altra parte, allora ti lamenti. Poi però gran parte di quegli stessi tifosi che si lamentavano di quelle cose, poi non hanno lottato con noi, non sono stati uniti. Non hanno tifato la bandiera, colui che è rimasto in qualsiasi modo e che ha onorato la maglia fino all’ultimo.
Il tifoso, in Italia soprattutto, è bravo a parlare, ma quando c’è concretamente da dover partecipare e dare il proprio contributo, si tira sempre fuori, perché è sempre più facile criticare piuttosto che dare una mano. Questa cosa mi ha deluso tanto.
Sono però ancor più contento per quelli che invece mi hanno seguito, orgoglioso che oggi possano dire di essere proprietari del marchio e della squadra per cui hanno fatto tanti sacrifici. Non è facile fare in Italia queste cose, far arrivare che esiste anche questo calcio. Siamo abituati che il presidente è uno, fa i suoi interessi e decide cosa fare. Qua non è così. Certo che c’è un’autonomia, ma ci sono comunque dei soci a cui rispondere, che partecipano e che si fanno sentire. È una cosa più di gruppo, è una famiglia.
C’è comunque un po’ di rivalsa?
A me non interessa chi c’era dall’inizio, chi non c’era o chi era contro. L’ho fatto solo per le persone che hanno creduto in me. Io ho giocato, ho lavorato e sto lavorando per le persone che hanno creduto e credono in me. Che senso avrebbe lavorare per le persone che non credono in te? Finché avrò persone che credono in me mi impegnerò al 150% per riuscire a dargli la soddisfazione che si meritano. A me le rivalse non interessano, a me interessano i miei traguardi, che ora sono gli stessi del Chievo.
Ce ne può dire qualcuno?
Crescere. Vogliamo diventare una società sempre più solida. Non vogliamo ovviamente avere problemi economici, crescere si ma senza fare il passo più lungo della gamba. Vogliamo portare avanti i nostri progetti, lottare per i nostri obiettivi, migliorare giorno dopo giorno. Questo dovrebbe essere l’obiettivo per tutte le squadre, noi nel nostro piccolo facciamo lo stesso.
Tra questi traguardi c’è ovviamente la Serie A.
Nel business plan iniziale ci eravamo posti l’obiettivo Serie A nel 2028, poi abbiamo dovuto modificare tutto perché abbiamo perso tre anni. L’idea era di prendere il titolo del Chievo in Serie D, poi non ci siamo riusciti e siamo partiti dalla Terza Categoria, da lì poi l’Eccellenza e la Serie D. Anche due anni fa abbiamo provato ad andare in D, ma non ho trovato una società che vendesse il titolo. Abbiamo avuto ritardi dovuti a questo tipo di problematiche, ma l’idea è quella di vincere la Serie D il prima possibile, la guerra è quella: vogliamo partire subito.
Dalle sue parole sembra essere un presidente molto pragmatico.
C’è anche spazio per dell’ottimismo?
Io sono un sognatore, perché se vuoi raggiungere degli obiettivi devi sognare in grande, e io sogno sempre in grande. Certo che l’obiettivo sarà sempre la Serie A, ma prima di arrivare in A ci sta la Serie B, la Serie C, devi vincere la Serie D. Io vivo ogni anno per conquistare il più possibile.
Non c’è solamente il punto di vista sportivo, c’è anche la costruzione di una società, il lavoro che c’è dietro, il costruire qualcosa. Tutto questo noi lo dobbiamo ottenere gradualmente.
La A rimane il mio sogno più grande, ma prima di arrivare lì ho da conquistare tanti campionati, ho da lavorare tantissimo e da fare tanta fatica. Mi auguro che questa fatica sia nel più breve tempo possibile, ma purtroppo i risultati calcistici non sono sempre lineari, non seguono sempre il lavoro che fai all’esterno. Però se inizi a essere una società tranquilla e sana, se costruisci con delle persone valide, ecco che poi magari i risultati arrivano un po’ più facilmente.
In Serie A, ma ormai anche in Serie B, ci sono sempre di più delle grandi proprietà straniere. C’è ancora spazio per realtà radicate nel territorio come la vostra?
Probabilmente queste continueranno a dominare, perché purtroppo i soldi rimangono la cosa più importante che c’è nel calcio. Detto questo di posto ce ne sarà sempre per tutti. Indubbiamente devi lavorare bene, non puoi più essere quelle società che hanno debiti, che non hanno un centro sportivo all’altezza o un settore giovanile valido. Devi costruire un qualcosa di solido se vuoi competere ad alti livelli con quelle enormi società. E quindi dovrai fare molta più fatica. Oggi, purtroppo o per fortuna per il calcio italiano, ci sono tante società che spendono a tutti i livelli.
In un’eventuale Serie C potreste arrivare a confrontarvi anche con le tanto chiacchierate squadre B, le under-23 delle squadre di Serie A. Le piace questa tendenza?
Sinceramente no. Poi nessuno dice che non si debbano fare, credo che però non sia giusto che tolgano spazio ad altre società. Le vedrei meglio in un campionato a parte, forse. Non lo dico per noi che siamo ancora una realtà piccola al momento, ma per le altre società che lavorano, che faticano, che spendono e poi si ritrovano senza spazio. Ci sono tante società che dovrebbero poter sognare di ritrovarsi in categorie superiori, e così limiteresti un po’ il sogno di tutte quelle che vogliono lavorare, di tutte quelle che buttano un po’ di fatica in categorie inferiori.
Una volta era un po’ più bello. A breve tutte le società di A dovranno affidarsi all’under-23. Vorrà dire 20 squadre in meno in Serie C, che o scompaiono o finiscono in Serie D. Questo poi rende ancora più difficile inseguire il sogno per tanti che se lo meriterebbero.
Il settore giovanile sarà uno dei mezzi su cui punterete maggiormente?
A Verona adesso l’Hellas fa da padrona perché giustamente è una delle poche società professionistiche che ci sono a Verona, e quindi i giocatori più bravi tendono ad andare lì. Però se vuoi crescere, malgrado le nuove regole che complicano un po’ tutto, devi avere un settore giovanile forte. Non puoi pretendere di avere la potenza di andare a comprare i giocatori in giro. Devi crescerli e insegnargli calcio, per poi portarli in prima squadra. Significa creare il tuo giro e diventare una famiglia anche lì sotto. E non è assolutamente semplice.
Da qui passa anche la sua idea di calcio?
Beh, pago l’allenatore e il DS apposta per rispondere a queste domande (ride, ndr). Però il calcio è semplice, se fai la cosa più semplice possibile e se ci metti il cuore, se hai corsa, se hai una logica quando scendi in campo, gran parte delle volte porti a casa il risultato pieno.
I giovani d’oggi non sono più molto attenti come erano una volta, quindi anche trovare le persone giuste, le persone che credono veramente in un progetto, che investono in loro stessi, diventa più complicato. Non sempre farai la scelta giusta sui giocatori e quindi è sempre più difficile riuscire a far calcio come era una volta. Bisogna sapersi adattare, devi essere bravo a creare più equilibrio possibile. Questa è l’idea che voglio portare avanti.