Usare la retorica è come cucinare il pesce palla, intervista a Fabrizio Gabrielli

Abbiamo incontrato Fabrizio Gabrielli, senior writer per L’Ultimo Uomo e una delle penne sportive più sensibili del nostro paese, per parlare insieme del suo ultimo libro, La Milonga del Fútbol, scritto insieme a Federico Buffa.

C’è una frase famosa di Sacchi che recita: «Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti». Senza voler pestare i piedi al tecnico di Fusignano, secondo me si potrebbe tranquillamente dire il contrario: il calcio è la cosa meno importante tra le cose più importanti. Se questa idea la covavo già da tempo – forse per legittimare l’attenzione morbosa che settimanalmente gli dedico – si è trasformata in convinzione dopo aver letto La Milonga del Fútbol, di Federico Buffa e Fabrizio Gabrielli.

Sebbene sia un libro che si pone come obiettivo quello di raccontare un secolo di calcio argentino, diventa quasi riduttivo definirlo solo un libro di calcio. In più momenti della lettura si finisce col disorientarsi sui confini tra fulbo – come viene chiamato praticamente sempre dai due autori – e storia del paese. Il calcio è più di un semplice fil rouge che attraversa le pagine del libro, formando piuttosto i binari metaforici su cui viaggia la nazione intera per più di cento anni. 

Gabrielli e Buffa alla presentazione del libro all’evento organizzato dal LabOratorio di San Filippo Neri a Bologna (foto: www.giovanireporter.org)

La conferma ulteriore di questa sensazione è una delle ultime cose che mi racconta Fabrizio Gabrielli, al termine di una charla abbastanza esaustiva in un bar a San Lorenzo per parlare del libro

«Una cosa che mi hanno detto in tanti, e che mi prendo come medaglia e me la appunto al petto, è che se da questo libro togli il calcio, resta comunque la storia di un secolo di Argentina. Un discorso che è molto vero, anche se secondo me sono imprescindibili». 

La Milonga in questo è un progetto enormemente ambizioso, ma anche ugualmente riuscito. La dimensione culturale del calcio non viene mai sottovalutata, ma neanche esagerata. Niente è mellifluo, niente è superficialmente retorico. Anche l’episodio più remoto, più apparentemente insignificante, ci racconta qualcosa sull’Argentina, e soprattutto sugli argentini. È un’antologia nazionale, ancor prima che calcistica, che ci conferma una grande verità citata più volte nel libro: gli argentini giocano come vivono, e viceversa.


Partendo però dall’inizio, come nasce un libro così impegnativo?

Io e Federico ci siamo conosciuti nel 2022. In quel periodo facevo il direttore di un albergo al Circeo, un giorno mi chiamano dal ristorante e mi dicono che a pranzo c’è Federico Buffa. Io ero quello che andava a “incontrare” i VIP; mi presento, lui mi chiede: «Dove ho sentito già ‘sto nome?». Io gli dico che scrivo anch’io un po’ di sport, con L’Ultimo Uomo. Lui a quel punto mi dice: “Ah, sì sì, io ho capito chi sei”. Io stavo scrivendo “Messi” (66th and 2nd), quindi decido di mandargli un po’ di pagine per farmi dare un feedback, e da lì ci siamo cominciati a scrivere. 

Poi è successo che lui stava già scrivendo lo spettacolo teatrale della Milonga – io intanto ero a Milano per presentare “Messi” – e mi ha detto di vederci perché Rizzoli voleva farci un libro. Federico voleva che lo scrivessimo insieme, e la cosa incredibile è che è successo il 17 dicembre del 2022, un giorno prima della finale del mondiale.

Di te Federico Buffa in un programma su Sky aveva detto che avevi una penna fatata, con la premessa che parlare di Argentina rende tutto più semplice. Come ci si sente ad essere, come dicono oggi, “il rapper preferito del vostro rapper preferito”?

È una roba di cui spesso non ci si capacita. Io soffro molto di sindrome dell’impostore, mi capita quotidianamente quando traduco Galeano. Chiudo il manoscritto, leggo l’autore e mi chiedo «ma tu che ci azzecchi?». Però Federico devo dire che nel giro delle presentazioni ogni volta alza il tiro della considerazione e non ci si fa l’abitudine. E te lo dico da persona anche abbastanza egocentrica, quando sento qualcuno come Federico Buffa che parla bene di me in pubblico un po’ sono a disagio.

Tornando ancora più indietro, dove nasce questa passione per l’Argentina?

In realtà molto lontano. Una storia che, peraltro, è anche poco romantica. Io il calcio lo seguivo da sempre; abitavo in un paese nel Viterbese di duemila persone, dove il Guerin Sportivo, che usciva lunedì, arrivava il mercoledì. Era già un Guerin Sportivo un po’ patinato, diciamo. Un po’ glitterato, con Simona Ventura in copertina con la maglia bagnata dell’Inter, quel tipo di roba là. Però c’era tutta la parte sul calcio sudamericano, che era tipo la mia bibbia. 

Poi entro in contatto con la letteratura sudamericana in maniera poco romantica, ti dicevo. Io ho studiato lingue, e il programma di letteratura spagnola è el siglo de oro. Che non è il massimo, ecco. E quindi dico, ok, ma a parte questo c’è altro? E mi indicano il dipartimento di letteratura ispanoamericana, in un buco sperduto in zona Eur-Marconi. Vado là, faccio l’esame di letteratura ispanoamericana e mi esplode completamente il cervello, tanto che poi sono tornato per mesi a vedermi i libri che indicava il professore. Quindi entro in contatto con la letteratura sudamericana, e lo sai che quando parli di letteratura e quando parli di Sudamerica, inevitabilmente vai a finire su Galeano e vai a finire su Soriano. Quindi diciamo che la fascinazione nasce là. 

E la prima volta in Argentina?

Io in Argentina sono stato una sola volta, peraltro tardi, nel 2022. Già scrivevo di Argentina da anni, e andarci sembrava come quelli che vanno a Los Angeles e riconoscono i posti da GTA. Una roba del genere mi è successa solo a New York, però New York ha talmente impregnato l’immaginario collettivo che è più comune. Buenos Aires meno. Però dopo che ti sei letto Borges, Sabato, Fontanarrosa… Ce l’hai di fronte agli occhi.

E invece, per quanto riguarda la ricerca, dove si parte per un’opera del genere?

La Milonga è fondamentalmente un libro da sedimentazione. Dopo 15 anni che scrivi da Argentina hai talmente tanto pulviscolo che ti ha girato intorno che finisci con l’accumulare molto materiale. Secondo me la missione più complicata era quella di capire dove iniziare e dove finire. Da lì la scelta di fare il novecento e non arrivare per esempio agli anni nostri, che forse sono gli anni più fulgidi, se vogliamo. Io ho già scritto il libro su Messi quindi quel ventennio bene o male lo avevo coperto.

Con Federico ci siamo detti che avremmo dovuto sicuramente cominciare da un punto aurorale, qualcosa che fosse davvero il punto fondativo. E l’abbiamo trovato nella prima partita giocata sul suolo d’Argentina. Chiaramente ci dava modo di parlare anche molto dell’Inghilterra e del rapporto fra i due paesi, per stendere poi le basi di quello che sarebbe stato un po’ il leitmotiv di tutto il libro, di fatto il rapporto fra Argentina e Inghilterra è il leitmotiv del del calcio argentino e del novecento argentino in generale. 

Come punto finale la “paraculata” se vuoi è stata quella di scegliere la partenza di Messi. Un po’ perché segnava una sorta di linea di demarcazione e di continuità con il libro su Messi, che invece comincia esattamente da lì. Poi abbiamo compreso che nel 2001 c’è stata anche la partita di addio di Maradona, oltre che un tracollo piuttosto importante di tutta la società e dell’economia argentina. E quindi abbiamo scelto di fermarci là. 

Per il resto a livello di ricerca esistono tantissimi libri che parlano del novecento argentino. Come ci sono tanti libri che affrontano i mondiali del ‘78. C’è Angels with Dirty Faces di Jonathan Wilson, che comunque, anche se è un po’ diverso dalla Milonga perché è più aneddotico, più statistico, è stato comunque un testo di riferimento. Molti libri, molte chiacchiere, molti contatti. A me è capitato per esempio di parlare con un sacco di giocatori che hanno fatto la storia dell’Argentina nel novecento. Ho parlato con Pancho Sà, con Mario Zanabria e poi per la strada incontri persone che ti raccontano cose, ti mettono in contatto con questa modalità molto argentina. Il fatto è che tu in tre passaggi arrivi pressoché a chiunque. E quindi questa è stata un po’ la rete. 

Poi sono stati molto importanti anche Ezequiel Fernandez Moore, che io ho conosciuto perché è stato il prefatore di Chiuso per Calcio di Galeano. E quindi l’ho contattato per fargli un’intervista quando è uscito Galeano. Abbiamo stretto un rapporto. Burgo, di cui ho tradotto “La partita”, mi ha dato molti insight. E Daniele Arcucci, che è stato uno dei biografi di Maradona. Insomma, i libri si costruiscono molto così.

Su Sivori scrivete: «Il passato è un orpello innecessario in Argentina, il foglio bianco sul quale si può iniziare a scrivere la propria vita senza premesse, senza pregiudizi, come si fa quando si mette un punto e si inaugura una pagina tutta nuova». Dall’altro lato però nel libro è tangibile la sensazione che il futuro neanche sia poi realmente importante. 

Succede questo perché in Argentina ogni visione di un futuro futuribile è stata disattesa. L’Argentina in sé come paese nasce con degli auspici, che sono quelli di Mitre, di Sarmiento. Auspici che possiamo riassumere così: «costruiamo un paese con le nostre risorse e con gente che viene dall’Europa che ci piace», che poi sarebbe quella produttiva, e quindi Belgio, Germania e Inghilterra. E invece si trovano tutto quello che non volevano, italiani, spagnoli. E poi ancora: «instauriamo una democrazia» e invece si trovano un colpo di stato; «destituiamo il colpo di stato e reinstauriamo la democrazia» e invece arriva un altro colpo di stato. 

Galeano diceva una cosa che secondo me è applicabile alla storia dell’Argentina: «L’utopia è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare». Che è sostanzialmente quello che ha fatto l’Argentina, anche calcisticamente. Costantemente alla ricerca di una gloria che non arrivava mai, ma non per questo hanno smesso di cercare di raggiungerla. 

Di contro c’è una sublimazione del senso appartenenza, che forse è l’unico motore che ti permette poi di viverti il presente e di pensarci relativamente al futuro. Pensa ai momenti storici degli ultimi due mondiali vinti; nel 1978 almeno la situazione era edulcorata, negli altri due non sembrava esserci via d’uscita. Nell’86 era appena rientrata la democrazia ma l’economia stentava a decollare, nel 2022 c’era un’inflazione del 400%. Eppure il calcio è sempre stato quello strumento che ha fatto dire a tutti “Per tre mesi non ci pensiamo, per due mesi non ci pensiamo, per 90 minuti non ci pensiamo”. Anche per questo non esiste un paese che si vive il presente in maniera così compiuta come l’Argentina.

A un certo punto definite Carlovich uno di quei mai emersi che diventano giocatori di culto. Questo a memoria succede solo in Argentina, o forse in maniera minore in Premier League dove nascono quei giocatori che poi si definiscono “the streets won’t forget”. In Italia però un mito così non si propaga se non in contenute realtà di provincia. Secondo te come mai? 

Di Carlovich sai perché parlano ancora gli argentini? Perché preferiscono guardare al passato. Su di questo ti racconta una cosa. Ero in treno da Cordoba a Buenos Aires. Il treno fa Cordoba-Rosario-Buenos Aires. Nel tratto Cordoba-Rosario mi metto a parlare con un tipo di Rosario che mi dice che sarebbe sceso lì. Gli racconto che conoscevo “El Trinche” e questo di punto in bianco si mette a piangere. Raccontandomi che l’ha visto, che era il suo idolo. 

Carlovich è uno di quei punti del libro in cui forse siamo stati meno onesti di quanto avremmo dovuto. Parlando con Pancho Sa e con Mario Zanabria, che contro Carlovich hanno giocato in quella famosa partita del 1974 fra il combinato Rosarino e la nazionale che sarebbe andata ai mondiali, mi hanno detto: «Guarda, ti dovessi dire di questo fenomeno tale per cui l’allenatore va a chiedere all’allenatore avversario di levarlo perché era disequilibrante: no.»

Un giocatore definito “Il Maradona che non fu”.

Però sai, a un certo punto Galeano diceva che è sciocco diventare idioti dell’oggettività. Raccontare El Trinche per quello che realmente è stato forse è un gesto che ti fa diventare un idiota dell’oggettività. Raccontarlo invece ascoltando tutte le voci che ti parlano di mistificazione, quando tu sai perfettamente che non era quel giocatore là: non stai pagando tributo a Carlovich, ma a chi lo sta mistificando. A quelli che te lo raccontano con le lacrime negli occhi, che forse è il tributo più grande che puoi fare a un giocatore.

Rimanendo su Carlovich, da un lato voi lo definite la quintessenza individualista ma malinconica perché crede nel collettivo; dall’altro si evince come gli strati popolari della società abbiano avuto il costante bisogno di fare pieno e cieco affidamento su un individuo, spesso rimanendo delusi. Perché secondo te in Argentina il collettivo non riesce mai a credere in se stesso, ma fa affidamento su un individuo che non riesce mai a essere veramente all’altezza? Pensi che abbia a che fare col bisogno degli argentini di credere ciclicamente nel superuomo – penso a Maradona, a Messi – o pensi che sia semplicemente un sottoprodotto del Peronismo?

Sicuramente questa necessità del superuomo è molto latina. Pensa solo che la stragrande maggioranza delle quote di immigrati in Argentina sono spagnoli o italiani, popoli che hanno vissuto un novecento segnato da individualità divinizzate come Franco e Mussolini. L’esaltazione del leader maximo poi secondo me poggia su un presupposto: una conclamata e riconosciuta impossibilità di farcela da soli, che è forse anche figlia di quella visione presente e presenzialista. In fondo nel presente ci troviamo bene e per fare il passo avanti abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la via. Molto spesso poi è stata incarnata da un archetipo calcistico, ma anche Peròn alla fine è questo. 

C’è un afflato molto superomistico in Perón, come c’è in Evita; una assoluta necessità di farsi guidare da qualcuno. Che poi quel qualcuno assuma anche dei tratti superumani come Maradona forse è solo una contingenza o una interpretazione posteriore. Tutti i personaggi iconici della storia e del folk argentino poi sono massimamente divisivi. Il fantasma di Maradona ha spinto la pancia del paese a criticare Messi quando si è messo il bisht in Qatar, sostenendo che Maradona non l’avrebbe mai fatto, quando Maradona ne ha fatte di molto peggiori. Maradona è quello che ha guidato un carro armato in Bielorussia quando si è presentato come allenatore della Dinamo Minsk, è sceso in campo per Kadyrov in Cecenia. Ne ha sposate di cause sbagliate. 

Messi per esempio ha cominciato a essere divisivo quando ha cominciato ad essere argentino. Ha spaccato l’opinione pubblica quando ha abbandonato quella benevolenza ecumenica che probabilmente staccarsi dall’Argentina gli aveva dato – e ha cominciato a comportarsi in maniera divisiva. La volontà di affidarsi a personaggi molto pesanti in qualche maniera sgrava anche da una coscienza sociale e politica che in Argentina è molto cieca. Basta guardare oggi ai principali oppositori di Milei, fautori di un Peronismo impossibile, soprattutto per il mondo odierno e nelle conformazioni attuali.

Citando Menotti, voi parlate di un calcio di destra e di un calcio di sinistra. Il primo è speculativo, risultatista; il secondo è innovativo, bello da vedere, eccitante. Cinquant’anni dopo, questa analogia è ancora attuale? 

No, ogni analogia è figlia dei suoi tempi. Menotti parlava di un calcio rivoluzionario, di calcio di sinistra, perché lo applicava in un contesto molto orientato a destra. Nel 1973, nonostante mancassero ancora tre anni al colpo di stato, in Argentina regnava già un’atmosfera piuttosto pesante, in cui il potere della fantasia era una reminiscenza che arrivava dall’Europa, ma che era difficile applicare nella vita di tutti i giorni, se non dentro un campo. Ecco quindi l’Huracán di Menotti. 

Oggi non lo so se c’è qualcuno che gioca un calcio di sinistra o se c’è qualcuno che gioca un calcio di destra. Il calcio di natura oggi forse non può essere di sinistra veramente. Può continuare a rimanerlo in certi contesti in cui farlo rimanere di sinistra significa farlo rimanere popolare. Anche se in quei contesti “popolare” e “di sinistra” cominciano un attimo anche a diventare divergenti. In Argentina per esempio c’è una grossa lotta, che secondo me è ancora mezzo destra-sinistra, sulla proprietà dei club. Milei e tutto l’anarco liberismo vorrebbero la proprietà privata e il capitalismo, che entra a piè pari anche nel mondo del calcio. Molti club che sono azionariati popolari continuano a insistere sulla necessità di rimanere tali. Se poi l’azionariato popolare è fatto da soci che votano Milei, perde un po’ tutto senso. 

Qual è il periodo che hai trovato più interessante da ricercare e scrivere?

La mia parte preferita è quella del Peronismo, in particolare il momento degli scioperi. Lì c’é un “what if” clamoroso, dove ti fermi a pensare alla piega che il calcio avrebbe potuto prendere. Massimo momento del Peronismo: sciopero nazionale. Se non si mettono d’accordo forse l’Argentina rimane un’Arcadia del calcio, in cui il professionalismo non è mai arrivato, in cui tutti giocano contenti a calcio per strada ancora oggi. Senza stare a pensare al capitale, senza pensare a vendere il giocatore migliore. Mi affascina tantissimo.

Forse anche per colpa – che poi è un merito sfortunato – del lavoro di Federico Buffa in televisione, in tanti hanno cominciato a scimmiottare il vostro lavoro. È facilissimo vedere pseudo-influencer su Tik Tok che fanno i guru dell’Argentina, tirando fuori aneddoti spesso inflazionati, o che chiamano i giocatori con i loro apodos forzando un’inflessione argentina stucchevole, o ancora chi in telecronaca si perde in deliri che flirtano con l’appropriazione culturale. Secondo te dove sta il confine tra quello che fate voi e quello che fanno loro, se esiste? 

Non lo so se esiste in realtà, perché il brodo cosmico è quello: Mariano Closs quando fa una telecronaca è quel tipo di esacerbazione lì. Tu dirai, «ma Mariano Closs è argentino, se lo può permettere», però io credo che quello sia un humus talmente fertile in cui chiaramente tutti vogliono impiantare la propria vigna. Poi da quelle vigne nascono dei vini per il grande pubblico e vini per cui c’è bisogno di decantazione e che possono essere apprezzati solo successivamente. 

Secondo me poi Adani ha fatto un grande favore agli argentini, perché ha apportato un po’ di quella visione che gli argentini hanno molto apprezzato. Lo sai che sono un popolo di eccessivi sotto tutti i punti di vista, e il fatto di essere eccessivi nella nostra visione misurata e pacata, occidentale ed eurocentrica, risulta “too much”. Ci sta che in Italia cominciamo a avvertirla come nauseabonda, però Adani in quel mondiale facendo la seconda voce dell’Argentina ci ha fatto un po’ tifare l’Argentina collettivamente. Ha anche costretto molti a tifare contro, però secondo me è stato molto sincero o quantomeno coerente con se stesso.

Poi io la vedo come la conquista del West, no? Il West era libero. Tutti andavano, tutti si prendevano il proprio appezzamento di terra. Poi è nata Reno, è nata Las Vegas, è nata Los Angeles. E da lì nascono città diverse per gusti diversi. 

E il pubblico che invece rigetta totalmente quel linguaggio? Penso soprattutto a quello che ti criticò su X quando hai scritto della “pisadita” di Nico Paz.

Secondo me, prendi quello che hai citato, sono figli di questa cultura un po’ pignola che ci ha un po’ portati a prendere delle cose belle, a prendere i racconti, e a smembrarli fino a svilirli. Per chiunque scriva o per chiunque voglia esporsi c’è solo una stella polare, che è l’originalità. Se l’originalità ti deve portare a fare il pignolo, a fare il puntiglioso, va bene, però non mi venire a dire che Paz, che fa due pisaditas in conduzione, sia normale. 

Poi se vogliamo parlare del fatto che la chiamo “pisadita” e non “accarezzamento”: quella si chiama così, e se io la sto chiamando “pisadita” non voglio scimmiottare nessuno, voglio semplicemente restituire dignità a un gesto che ha un nome. Perché poi in Argentina il calcio ha assunto una dimensione culturale talmente radicata che ogni gesto tecnico ha un nome, e se io non chiamassi quel gesto tecnico con il suo nome farei lo stesso movimento culturale reazionario che faceva Marinetti quando chiamava il cocktail “polibibita”. 

Rimanendo sulla pisadita, gli argentini hanno contribuito tantissimo alla ideazione di tutto il pantheon di trick e skills, penso alla ruleta, al sombrero, alla rabona. Qual è il tuo preferito?

La pisadita. Total. Quando un giocatore accarezza il pallone in quella maniera, sarò retorico, e voglio essere retorico, però «con esa pelota esta haciendo el amor». La sta accarezzando. Secondo me non c’è nessun gesto che restituisca l’amore che tu hai per la palla più di quella carezza che gli dai. 

È ancora possibile secondo te adottare la narrativa calcistica argentina in maniera autentica in Italia? 

Ruberò una frase di Stefano Gallerani, che in un incontro che abbiamo fatto un po’ di tempo fa ha detto una cosa secondo me molto intelligente: «Meno gesta, più gesti». Il racconto sportivo oggi, secondo me, deve raccontarti più i gesti. Deve raccontarti più la tecnica che c’è. Ed è innegabile che gli argentini abbiano una tecnica diversa. Pensa a Soule, pagato 30 milioni di euro fondamentalmente solo perché l’anno scorso ha dribblato più di tutti. Questo ti fa capire, prima di tutto, quanto nella Serie A manchi il gesto tecnico del dribbling, e secondo, quanto sui gesti si reggano le gesta. 

Poi, la retorica è un ingrediente sempre piuttosto velenoso. Averci a che fare con la retorica è come cucinare il pesce palla. Se lo sai cucinare, non è velenoso. Se non lo sai cucinare, dai due morsi e muori.