Juan Jesus poteva fare di più

Un viaggio tra identità, etnia e classe per capire cosa poteva fare diversamente il difensore del Napoli.

Partiamo da un presupposto: nessuno vuole fare victim blaming contro Juan Jesus. Quando però il presupposto viene dichiarato così forte che comincia a sentirsi da lontano la puzza di bruciato di una coda di paglia che comincia a prendere fuoco, è chiaro che la premessa preannunci un “ma” abbastanza scomodo. 

Il comportamento del difensore del Napoli è difficile da giudicare senza scadere in una colpevolizzazione ingiusta. È però necessario comunque analizzare in maniera critica quello che è avvenuto sul campo di San Siro. Se è più semplice e diretto condannare Acerbi per quelli che sono stati con ogni probabilità insulti di natura razzista (e siamo costretti a farlo noi visto che nessun tribunale ha deciso di farlo), commentare la posizione di Juan Jesus diventa più spinoso, e richiede quindi una maggior sensibilità. 

A che punto siamo in Italia nel dibattito sul razzismo

L’Italia è un paese che non è ancora riuscito a venire a patti con la sua identità intollerante. Il razzismo è dilagante, tra chi lo è consapevolmente e chi invece lo è per un’ignoranza figlia di una scarsa sensibilizzazione sul tema. Il concetto di “micro-aggressioni” non è ancora entrato nei nostri vocabolari e molto spesso queste vengono derubricate a commenti goliardici. Chi non è razzista tende invece a sovracompensare, spinto da un moto di “white guilt” liberale con l’obiettivo di alleviare il senso di colpa che deriva dal privilegio di essere bianchi (per chi ha vissuto sotto un sasso dal 2017, consiglio di recuperare Get Out di Jordan Peele sul tema).

È quindi particolarmente difficile sollevare una critica nei confronti di qualcuno che ha appena subito un’aggressione razzista senza essere attaccato dai primi, che cercano di distogliere l’attenzione dal loro stesso razzismo, e dai secondi, che provano a lenire la propria coscienza sporca.

Anche per questo ha fatto particolarmente rumore l’articolo della Gazzetta dello Sport di Giancarlo Dotto sull’argomento, che ha scritto: «Jesus ha sbagliato tre volte. La prima quando s’è limitato a confessare all’arbitro il fattaccio, la seconda, quando per stravincere da Re Magnanimo, ha preteso di assolvere l’eventuale peccatore dopo averlo denunciato, alias nascondere lo sporco sotto il tappeto, nel nome della vecchia regola mafiosetta “sono cose di campo”. La terza ieri sera quando ha raccontato sui social, evidentemente stizzito dalle reiterate negazioni di Acerbi, quello che avrebbe dovuto dire la sera prima davanti alle telecamere».

Le parole della Gazzetta sono difficili da analizzare, soprattutto perché è veramente difficile ignorare la scarsa sensibilità che le contraddistingue. Sebbene sia in parte condivisibile la conclusione, e cioè che anche Juan Jesus abbia sbagliato, da queste righe trapela una quasi totale inversione delle responsabilità. La critica al comportamento del difensore del Napoli sembra quasi esonerare Acerbi dalle colpe di quello che viene sommariamente definito un “fattaccio”. 

Una lettura del genere, che dipinge Juan Jesus come pretenzioso e superbo prima, e un omertoso “mafiosetto” poi, difficilmente può contribuire costruttivamente al dibattito, a prescindere dalla conclusione che può essere più o meno accettabile. In sostanza, non è necessariamente da accogliere la soluzione giusta se ci si arriva con il procedimento sbagliato.

Rimane il fatto che Juan Jesus, probabilmente spinto da un’ingenua buona fede, poteva comportarsi diversamente. Il modo in cui ha reagito è stato eccessivamente composto e quasi diplomatico. La frase «Mi ha chiesto scusa, è un fatto di campo e per me finisce qui» ha inavvertitamente contribuito ad alimentare il sostegno dell’opinione pubblica nei confronti di Acerbi, frenando invece la mano del giudice sportivo. Una reazione più decisa e plateale da parte del brasiliano, probabilmente, avrebbe invece aiutato ad eliminare quei pochi dubbi che rimanevano sulla natura discriminatoria delle frasi del difensore dell’Inter. Poi è chiaro che crocifiggerlo per questo sarebbe sbagliato, e per evitare di farlo aiuterebbe capire i motivi che hanno portato il brasiliano a ridurre l’episodio e ad accettare, almeno inizialmente, le scuse di Acerbi. 

Il contesto nazionale

Il concetto di identità etnica in Brasile è un tema particolarmente controverso. L’istituto brasiliano di geografia e statistiche, che conduce i censimenti dal 1940, divide la popolazione in cinque macrocategorie in cui i cittadini si autodeterminano; bianchi (brancos), mulatti (pardos, mestiços o morenos), neri (pretos), asiatici (amarelos) e indigeni. 

Sebbene a noi possa sembrare strano, la distinzione tra mulatti e neri è decisamente marcata. Se i secondi tendono a considerare i primi parte del loro gruppo etnico, la popolazione “mestiça” preferisce invece separarsi, anche perché, secondo un popolare detto carioca, “il denaro sbianca”. In altre parole, una carnagione più chiara significa una condizione socio-economica migliore. Alcuni studi hanno anche dimostrato che, soprattutto nelle classi più elevate, esiste una tendenza a “vedersi più bianchi” di quanto questo possa essere percepito dall’esterno. 

Essere di etnia parda, o mulatta, per quanto comporti comunque diverse discriminazioni, è diverso dall’essere di etnia preta, o nera. La popolazione che si identifica come nera è infatti quella maggiormente afflitta da povertà, analfabetismo e disoccupazione. Il divario socioeconomico che si è andato a generare tra due gruppi etnici solo apparentemente simili ha quindi creato una percezione diversa del razzismo, dove i pardos sono fortemente meno coinvolti rispetto ai connazionali neri.

Non è un caso che il giocatore più rappresentativo nella lotta al razzismo in Brasile sia Vinicius Jr., di etnia preta – la cui conferenza stampa prima della partita contro la Spagna, in cui in lacrime ha denunciato il livello insostenibile degli insulti razzisti che riceve, ha fatto il giro del mondo – mentre la maggior parte dei suoi colleghi pardos si è sbilanciata solo timidamente sull’argomento. Anche e soprattutto per colpa di questi conflitti interni, il tema del razzismo, soprattutto tra bianchi e mulatti, non è particolarmente sviscerato. 

Vinicius non ha mai scelto di stare in silenzio, non ha mai fatto un passo indietro, al punto di ricevere critiche per un “eccessivo perbenismo, che sfocia in sceneggiate”, ovviamente da chi una situazione del genere nella propria vita non l’ha mai vissuta.

Questo non significa insinuare un nesso tra l’etnia di Juan Jesus (che tra l’altro, essendo una questione di autodeterminazione, non dovrebbe nemmeno essere presunta) e la sua risposta inizialmente morbida nei confronti di Acerbi. La natura particolare del popolo brasiliano porta però ad evidenziare che il contesto culturale in cui è cresciuto il difensore del Napoli, proprio per la sua natura controversa e ricca di sfumature, generalmente non porta a capire la centralità del proprio background etnico all’interno delle dinamiche socio-politiche. Questo segna una differenza netta rispetto a paesi come gli Stati Uniti o la Francia, dove gli atleti sono molto coinvolti nel dibattito sul razzismo.

La coscienza di classe

Il discorso etnico brasiliano evidenzia poi la seconda problematica, probabilmente ancor più incisiva. Che piaccia o meno, è impossibile scindere il razzismo dalla natura socio-economica delle sue conseguenze. In altre parole, il razzismo è anche una questione di classe, dove gli atteggiamenti radicati nella nostra quotidianità che lo alimentano vengono messi in atto per intralciare la serenità e il benessere economico di chi è “diverso”. Come ogni parola, non è la “n-word” da sola ad essere il problema, quanto quello che ha rappresentato e che rappresenta tutt’oggi, e cioè la discriminazione quotidiana, protratta nei secoli, che mira a soggiogare, ghettizzare ed emarginare i neri nel mondo, privandoli dei più basilari mezzi di sostentamento economico.

Probabilmente Acerbi non intendeva pronunciare quella parola alludendo al suo contesto, e quindi alla tratta degli schiavi, ai linciaggi, alle violenze e agli apartheid della storia. È possibile che fosse sincero nel dire che per lui fosse un insulto come un altro. Questo però non fa altro che esacerbare la sua posizione, perché non esiste contesto scusante o motivazione giustificante che potrà mai renderlo un insulto come un altro, proprio per la sua natura pregna di significato storico, politico, economico e sociale. Sicuramente però le sue scuse repentine hanno subito portato a mettere in discussione se avesse immediatamente percepito la gravità del gesto.

Preferiamo non immaginare a cosa stesse alludendo Acerbi nell’indicare il compagno Thuram

Allo stesso modo però, la reazione eccessivamente tollerante di Juan Jesus porta a una domanda fisiologica: perché il difensore del Napoli, consapevole del significato di quella parola, l’ha ridotta a «un fatto di campo»? È possibile che, forse ingenuamente, ne abbia invece ignorato il peso specifico?

Viene immediato pensare che la condizione socio-economica privilegiata di cui gode il difensore del Napoli gli abbia permesso “il lusso” dell’ignoranza, e di conseguenza la possibilità di poter sminuire successivamente l’episodio ai microfoni di DAZN. Juan Jesus è un calciatore professionista ormai da tredici anni, e prima che la sua carriera decollasse nell’elite del nostro campionato, per sua stessa ammissione, ha avuto la fortuna di crescere in un contesto lontano dalla povertà. In un’intervista ai tempi della Roma, il difensore ha parlato delle sue origini e dell’infanzia passata a Betim, poco fuori Belo Horizonte, una città industriale dove è situata la più grande fabbrica FIAT al mondo.

Anche qui è facile scadere nel rich shaming, o peggio ancora fare due pesi e due misure, ponendo ad altezze diverse l’asticella dello standard minimo di attivismo che dovremmo aspettarci dagli atleti unicamente in base al colore della loro pelle. È pacifico che in capo a chi è più fortunato dovrebbe gravare l’onere di aiutare il prossimo, a prescindere dall’etnia. Sarebbe però disonesto negare che l’inerzia di qualcuno che fa parte di una minoranza “lesa” diventa controproducente, correndo infatti il rischio di permettere a chi è razzista di strumentalizzare quel silenzio.

Un esempio di questo possono essere le parole del Presidente AIC Umberto Calcagno, che nel commentare l’episodio ha detto: «Dobbiamo cercare però di non strumentalizzare certi episodi: Acerbi tra l’altro è un ragazzo sereno che si è subito scusato, uno dei calciatori che più si spende per gli altri […] Non voglio banalizzare l’accaduto, ma le parole di Juan Jesus nel dopo gara credo siano significative».

La responsabilità di queste righe, francamente carenti di tatto, è chiaramente da attribuire a Calcagno, e sarebbe indelicato scaricarne la colpa sul brasiliano, reo solamente di non aver preso immediatamente una posizione dura. Ugualmente, qualsiasi critica alla decisione del Giudice Sportivo, che cavalca lo stesso ragionamento («non avendo espresso il calciatore Juan Jesus alcun dissenso al riguardo della ripresa del gioco»), è da riservare all’organo giudicante e non può essere condivisa dal brasiliano. 

Non si può infatti crocifiggere il difensore del Napoli se due organi ben più autorevoli, e da cui è lecito aspettarsi un grado importante di sensibilità, abbiano usato la sua reazione come ago della bilancia per giudicare il fatto. Soprattutto la decisione del Giudice Sportivo, viste le motivazioni, ha particolarmente deluso. In un mondo ideale non ci dovrebbe essere bisogno di una reazione plateale e esagerata della vittima per ottenere un grado soddisfacente di giustizia. Purtroppo però, non può che concludersi che la fiducia di Juan Jesus nell’efficacia e nell’affidabilità del sistema sia stata malriposta.  

A prescindere quindi da quanto abbia influito sulle istituzioni, la cui responsabilità non va depersonalizzata, rimane il rammarico per quello che Juan Jesus avrebbe potuto fare diversamente. La frase «è un fatto di campo» ha avuto un’eco negativa mostruosa; il brasiliano, che in passato si era dichiarato pronto a lasciare il campo in caso di episodi razzisti, ha inavvertitamente costruito la prima linea di difesa di Acerbi. 

Come scritto poco sopra, è impossibile poi negare il rapporto tra colore della pelle e classe, ed è proprio il privilegio di cui gode il difensore del Napoli ad essere stato uno dei fattori che lo ha portato a sminuire il fatto con una frase che gli si è ritorta contro. Non significa assolutamente che i soldi siano uno scudo che protegga dal razzismo, come ugualmente non è necessario aver conosciuto il degrado per poter dire di aver subito un attacco razzista. Citando però l’attivista e politica Angela Davis, «il circolo vizioso di povertà, polizia, tribunali e galere rappresenta un elemento integrale della vita di un nero nel ghetto». Il razzismo è un fenomeno sistemico, che raramente si manifesta nella singola parola. In altre parole, solo attraverso la coscienza di classe è veramente possibile raggiungere la consapevolezza del peso del colore della propria pelle. 

Angela Davis, attivista e politica afroamericana, nota per le sue posizioni anticapitaliste, è una delle voci più autorevoli sul rapporto tra classe e identità etnica.

Malcolm X, uno dei più grandi attivisti afroamericani degli anni sessanta, tracciava invece un parallelo tra l’inerzia della borghesia nera del XX secolo e gli «uncle Tom» che si prendevano cura della casa durante lo schiavismo. Il dualismo «house negroes and field negroes» secondo X si era semplicemente evoluto, vedendo nella remissività della classe borghese nera nei confronti dei bianchi un lusso che la classe operaia non poteva permettersi. La borghesia afroamericana, come lo schiavo “di casa”, poteva vantare un livello di benessere illusorio che reprimeva qualsiasi desiderio di cambiamento, perché fondamentalmente nascondeva lo stato di assoggettamento in cui versavano. 

Per il corredo culturale che la n-word porta con sé, quelle cinque lettere sono un invito al ritorno a quelle condizioni di soggiogamento, disagio sociale e sofferenza che hanno contraddistinto l’esperienza nera negli ultimi secoli. Non è quindi assurdo sostenere che colpiscano più forte nei confronti di chi quelle condizioni le ha conosciute, rispetto a chi non le ha mai vissute allo stesso modo. La posizione privilegiata di Juan Jesus gli permette di ridurre l’episodio a un fatto di campo, ma è un lusso strettamente legato alla sua condizione economica e che pochi che condividono il colore della sua pelle possono permettersi.

La risposta di Juan Jesus

In un comunicato a seguito della sentenza di assoluzione, Juan Jesus si è espresso così: «Sono sinceramente avvilito dall’esito di una vicenda grave che ho avuto l’unico torto di aver gestito “da signore”, evitando di interrompere un’importante partita con tutti i disagi che avrebbe comportato agli spettatori che stavano assistendo al match, e confidando che il mio atteggiamento sarebbe stato rispettato e preso, forse, ad esempio. Probabilmente, dopo questa decisione, chi si troverà nella mia situazione agirà in modo ben diverso per tutelarsi e cercare di porre un freno alla vergogna del razzismo che, purtroppo, fatica a scomparire».

Dalle parole del difensore brasiliano traspare quello stesso rammarico citato prima. Emerge la consapevolezza che sminuire quelle parole in buona fede significa da un lato conferire legittimità a chi le dice, e dall’altro condannare chi non gode degli stessi privilegi a vivere in un mondo in cui più persone si sentiranno legittimate a dirle. Se da un lato c’è un Acerbi che dice «è un insulto come un altro», e dall’altra parte c’è un Juan Jesus che sostiene che sia «un fatto di campo», e in tutto ciò nessun tribunale ha deciso di condannare il fatto, cosa ferma quest’episodio dal diventare la norma?

Juan Jesus appunto gode e godrà sempre di un contesto culturale e socio-economico che gli ha permesso il lusso di considerarla una cosa di campo. Le future generazioni di italiani, immigrati di seconda o terza generazione, per via dei sacrifici che sono stati necessari ad arrivare qui, probabilmente non potranno permettersi lo stesso lusso. Quella parola per loro sarà sempre un invito a ritornare soggiogati, e servirà sempre come monito della fragile precarietà della condizione in cui vivono. 

Sebbene sarà sempre di giocatori come Acerbi la responsabilità di non dirla, come graverà sempre in capo agli organi preposti l’obbligo di sanzionare episodi del genere, è altrettanto certo che spetterà a giocatori come Juan Jesus l’onere di non sminuirla, per evitare che fatti del genere si ripetano.

Mi rendo conto che, in un paese che ancora non ha capito che la blackface non sia accettabile, certi discorsi sul rapporto tra classe e etnia possano essere fraintesi, e forse il dibattito non ha ancora raggiunto la sensibilità necessaria per aprire questo vaso di Pandora. Alla luce però della pronuncia del giudice sportivo, e considerata la reazione generale dei tifosi che hanno trattato la vicenda come una partita di calcio, mi sembra abbastanza pacifico che sia necessaria un’accelerata al dibattito, per evitare che questo si stagni su questioni che dovrebbero essere già ampiamente superate. Sicuramente l’Italia oggi non è pronta per determinate conversazioni, ma continuando a ostacolare il progresso, in difesa di uno status quo ormai insostenibile, forse non lo sarà mai.