Partiamo da un’affermazione puramente quantitativa e quasi ovvia: Teun Koopmeiners è in questa stagione il miglior centrocampista della Serie A per quanto riguarda l’aspetto realizzativo. 10 reti più 3 assist in 25 partite e una partecipazione al gol ogni 161 minuti certificano per lui il secondo campionato di fila in doppia cifra e lo pongono tra i pariruolo più prolifici anche a livello europeo. È tutt’altro che ovvio, invece, fermarsi a riflettere su quale sia l’identità di questo giocatore e da dove parta la confidenza con cui l’olandese agisce in fase di finalizzazione.
L’atalantino è un vero e proprio equilibratore per i nerazzurri, un centro focale intorno al quale la squadra di Gasperini si scombina e si riordina. La sua grande dote è soprattutto quella di saper interpretare magistralmente il gioco sia nella fase offensiva che nella fase difensiva, e se i numeri ci dicono già molto delle sue prestazioni col pallone, è partendo da un’analisi della fase di non possesso che possiamo cogliere più approfonditamente la straordinarietà di questo calciatore.
Il giocatore oranje, infatti, non adotta una particolare vigoria o aggressività nel difendere, ma è in grado di interpretare costantemente lo sviluppo posizionale del gioco, il che gli permette di trovarsi spesso al posto giusto in situazioni di transizione negativa e di presidiare la propria zona diligentemente quando gli avversari hanno consolidato il possesso. A queste qualità si aggiunge poi una notevole padronanza dei tempi di uscita e di rottura delle linee, per lo più in relazione al movimento della palla e in funzione del recupero rapido della stessa.

Sappiamo bene come Gasperini abbia imposto alla Dea un intenso sistema di marcature a uomo e che il suo modo di cercare la supremazia territoriale abbia spinto molti allenatori ad adattarsi a questo stile di gioco, generando una sorta di rivoluzione in seno alla Serie A. In questo contesto, però, si ignora spesso il fatto che col tempo l’Atalanta ha dovuto a sua volta ricorrere a delle contromosse per essere meno prevedibile, spingendo il tecnico piemontese a ibridare diversi dei principi di gioco che avevano portato i bergamaschi alla ribalta.
Oggi quella orobica non è più una squadra che ricerca i duelli individuali in maniera spasmodica per tutto il campo e per tutta la partita, ma visto anche il mutare dei propri interpreti, ha imparato a essere più riflessiva, applicandosi spesso in una fase di non possesso maggiormente attendista e ordinata. Da questo punto di vista, Koopmeiners rappresenta il perfetto interprete del principio dell’uomo nella zona, modalità che sta spesso permettendo alla compagine bergamasca di esercitare comunque aggressività, pur mantenendo organizzazione dal punto di vista posizionale.
C’è un dato in particolare che rispecchia a pieno la capacità dell’olandese di muoversi in relazione agli spazi e al pallone ed è quello relativo agli intercetti dei passaggi avversari. Koopmeiners rientra nel 55esimo percentile tra tutti i centrocampisti dei 5 maggiori campionati europei per numero di palloni intercettati trovandosi sulla traiettoria del passaggio stesso; questo è un dato notevole, considerando che stiamo parlando di un giocatore a cui sono demandati per lo più compiti offensivi. Ciò che rende notevole la sua maestria nell’interpretare la fase di non possesso, quindi, è il fatto che sia svolta in maniera così essenziale da essere sempre propedeutica a un immediata efficacia offensiva una volta riconquistato il pallone.

L’ampia varietà di soluzioni palla al piede rende ogni suo recupero palla fondamentale a prescindere dalla zona di campo in cui viene effettuato, anche in virtù del fatto che spesso viene esercitato in situazioni inaspettate dagli avversari. È proprio in questo senso che l’olandese si prefigura come un totem intorno a cui la squadra può riordinarsi in entrambe le fasi.
Per larga parte della partita di San Siro contro Il Milan, per esempio, gli è stata affidata la marcatura a uomo di Adli, che a sua volta si occupava di lui da vicino quando i nerazzurri gestivano la sfera. In questo modo l’olandese si è quasi sempre ritrovato a seguire il play francese nella trequarti rossonera o fino al limite dell’area, privandosi dei suoi spazi vitali in entrambe le fasi e lasciando spesso scoperta la zona centrale alle sue spalle.
La scelta di Gasperini ha permesso al Milan di uscire facilmente sfruttando le ricezioni dall’esterno verso il centro del campo, ma ha avuto anche l’effetto di rendere la riconquista del pallone da parte dell’Atalanta poco spendibile e il possesso farraginoso. La Dea infatti non è riuscita a dominare quella che sembra diventata la sua nuova comfort zone, ovvero la fascia centrale del campo, in cui i nerazzurri si organizzano spesso con un blocco medio di attesa. È proprio lì che solitamente il totem Koop fissa il checkpoint, quasi come se con la sua sola presenza dicesse al resto della squadra “una volta dispersi, ritroviamoci qui, facciamo il punto della situazione e ripartiamo”.
Al termine della partita dell’Allianz Stadium – a precisa domanda – Gasperini ha confermato di aver alzato un po’ il raggio di azione dell’olandese per sfruttarne le capacità di finalizzazione. Sicuramente frequentare zone più vicine alla porta può aiutarlo a essere più pericoloso, ma crediamo che il tecnico della Dea sappia bene che l’apporto del suo giocatore sia molto più complesso di questa semplice osservazione geografica. Il punto è proprio che Koopmeiners rappresenta uno di quei rarissimi giocatori in grado di essere sempre utile e fondamentale a prescindere dalla zona di campo in cui agisce, a patto che si eviti di relegarlo a una qualche funzione specifica che può limitarne il libero movimento per tutto il rettangolo verde.

È dunque lo spazio vuoto l’humus in cui fioriscono le giocate di Koopmeiners. Che la palla sia degli avversari o nei piedi dei propri compagni, la sua minaccia è costante, e si sostanzia in una continua scansione del campo volta a prevedere gli sviluppi del gioco con qualche mossa di anticipo. Si muove sornione alle spalle dei portatori avversari, ricerca con arguzia le probabili linee di passaggio, si abbassa per costruire e creare densità in zona palla, sgattaiola alle spalle dei difensori per attaccare l’area avversaria, si allarga in ampiezza per permettere agli esterni di venire dentro o direttamente per ricevere, il tutto in un moto perpetuo che fa di lui il padrone dell’intera superficie verde.
Una volta che il pallone è di sua proprietà, poi, non sembra esserci qualcosa che l’ex AZ non sia in grado di fare: passaggi corti per costruzione e sviluppo, giocate verticali con lanci di decine di metri, passaggi filtranti, tiri dalla distanza, conduzioni palla al piede in campo aperto, dribbling nello stretto, attacco della porta con soluzioni di piede o aeree, assist illuminanti che sembrano sfidare le regole fisiche del moto del pallone. Se i numeri e le parole non vi bastano, potete fermarvi qualche minuto a contemplare il vasto repertorio delle sue giocate.
Centrocampista difensivo, centrocampista offensivo, Box to box, mezzala, regista, trequartista, difensore centrale: Koopmeiners non è esclusivamente nessuna di queste cose, perché è in grado di esserle tutte. Un giocatore totale di cui iniziamo finalmente a comprendere la profonda rarità e che sembra trasformare il campo di gioco nel suo giardino di casa.