Per un secondo Kamada è sembrato un esperimento fallito. La Lazio in estate era riuscita in quello che a tutti gli effetti era un colpo di caratura internazionale, probabilmente il più grande per ambizioni della gestione Lotito. Il giapponese era stato a lungo inseguito dal Milan, che in lui vedeva il pezzo mancante del puzzle da incastrare tra Leao, Pulisic e Giroud. Si vocifera anche che quella trattativa sia stata la collina dove poi è morta combattendo la coppia Maldini-Massara, disposti a fare follie per il giocatore.
Kamada si era svincolato a parametro zero dopo quattro grandi stagioni a Francoforte, in un Eintracht che sembrava stargli sempre più stretto. Nel 2022 aveva vinto da protagonista (e capocannoniere della sua squadra) l’Europa League, mentre nel 2023 era arrivata la sua migliore stagione a livello individuale con 16 gol e 7 assist in 36 presenze. Il trequartista sembrava pronto a fare il salto in un grande club, e dalla sua la Lazio cercava il colpo da regalare a Sarri in vista della Champions League. Nel corso della stagione però qualcosa con il tecnico toscano non ha funzionato, e solo l’arrivo di Tudor è riuscito a ridare al giapponese fiducia e centralità nel progetto.
L’arrivo alla Lazio
In molti si sono chiesti come la Lazio fosse riuscita a convincere Kamada e strapparlo alla concorrenza (il contratto di un anno, con la tanto discussa possibilità di rinnovo unilaterale da parte del giocatore, probabilmente è una delle risposte). Mai sotto questa gestione ai biancocelesti era riuscito un colpo del genere. La dimensione internazionale del giocatore, l’età, l’esperienza che si portava dietro, le dirette concorrenti battute per convincerlo e non ultimo il cartellino gratuito erano tutti fattori che facevano gridare all’affare a cinque stelle. Lotito aveva negli anni abituato a colpi di più basso profilo, mentre l’acquisto di Kamada sembrava segnare l’inizio di un’inversione di tendenza per quanto riguarda le ambizioni del club (confermata poi dall’arrivo di Guendouzi).
Sul piano tecnico e tattico dei dubbi sul suo “fit” (incastro o compatibilità col resto della rosa) c’erano. L’eterogeneità del suo bagaglio tecnico, sebbene molto diverso da quello di un insostituibile come Milinkovic-Savic, offriva a Sarri un coltellino svizzero per cercare nuove soluzioni e andare all’assalto su tutti e tre i fronti. Il tecnico toscano ha immediatamente fatto capire che il giapponese non fosse esattamente il profilo richiesto, ma l’impressione è che fosse semplicemente un affare troppo ghiotto da lasciar scappare.
Le prime difficoltà con Sarri
Le qualità di Kamada erano però comunque improntate a un calcio più verticale e transizionale di stampo teutonico. Vista anche la scarsa propensione di Sarri ad aumentare i giri della squadra, la riuscita di questo esperimento risiedeva quasi interamente nelle capacità del giapponese di adattarsi a un gioco maggiormente basato sul possesso.
Nei primi sette mesi biancocelesti possiamo tranquillamente dire che questo non è successo. Non possiamo sapere quanto questo sia dovuto alla rigidità del giocatore e quanto ai limiti del tecnico stesso. Sarri ha dato la sensazione di avere già troppe gatte da pelare per risolvere quello che, grazie anche alla grande stagione di Guendouzi, era diventato a tutti gli effetti un problema secondario. Kamada è quindi stato relegato in panchina, giocando solo otto partite (di cui la metà nelle prime quattro giornate) da titolare.
Quando è stato schierato, il numero 6 è sembrato sempre un passo indietro al gioco, avulso dai meccanismi del tecnico toscano. Sarri lo ha inquadrato come alternativa a Luis Alberto, ma la sensazione è che a Kamada mancasse l’estro e la fantasia nell’ultima giocata che caratterizza lo spagnolo. Anche in fase di non possesso tutte le qualità difensive del giapponese sono passate in secondo piano, vista la deresponsabilizzazione di Luis Alberto nei meccanismi difensivi e il rifiuto di qualsiasi forma di aggressione verticale.
I tentativi di rendere Kamada un’alternativa allo spagnolo hanno finito con lo snaturare l’ex-Eintracht, che si è presto ritrovato a dover ricoprire compiti a cui non era abituato in un contesto che, per diversi fattori (non ultimo la lingua), era semplicemente poco ideale per apprendere da zero.
La rivoluzione di Tudor
L’arrivo del tecnico croato ha rimesso Kamada al centro del progetto, anche letteralmente vedendo la sua posizione in campo. Nel nuovo 3-4-2-1 molto fluido di Tudor il giapponese si è ritrovato in mediana al fianco di Vecino o Guendouzi, libero di aggredire e di sfruttare le sue qualità in conduzione e inserimento per creare superiorità. In un calcio più elettrico e dinamico il numero 6 è evidentemente più a suo agio, libero di intendere il gioco con un approccio più diretto e verticale. Delle cinque partite giocate sotto la guida del nuovo tecnico, il centrocampista ha giocato 439 minuti su 450, e le quattro vittorie con Juventus, Salernitana, Genoa e Verona sono anche state le migliori per lui sul piano statistico.
Nel centrocampo ridisegnato dal nuovo tecnico, il giapponese ha ritrovato delle responsabilità che non aveva dai tempi di Francoforte. Se in fase di non possesso l’aggressività implementata da Tudor si affida molto alle qualità in pressione del centrocampista (che ha visto aumentare i contrasti vinti e i palloni intercettati), anche con la palla Kamada ha avuto da subito la fiducia dell’allenatore, facendo segnare le migliori partite della stagione per palloni giocati, passaggi tentati e riusciti, passaggi progressivi e conduzioni progressive. Non sorprende quindi che l’unica sua prestazione negativa con Tudor abbia coinciso con l’unica sconfitta rimediata dal nuovo tecnico nel derby con la Roma, ad evidenza dell’impatto che hanno le prestazioni del centrocampista sulla squadra.
A seguito della vittoria col Verona, incalzato sulle difficoltà iniziali di Kamada con Sarri, il solitamente meditativo Tudor si è invece straordinariamente dilungato negli elogi al suo centrocampista: «Magari per quel tipo di calcio era meno adatto, ma sono cose che succedono. Per me è un giocatore fantastico, ha un computer nella testa». La partita con gli scaligeri, dove il giapponese è stato probabilmente il migliore in campo, è stata particolarmente esemplificativa. Tra i suoi Kamada è infatti risultato secondo per palloni giocati (77), primo per tackle riusciti (2), primo per palloni intercettati (2), primo per tiri bloccati (3), primo per assist previsti (0.4 xAG), terzo per passaggi completati (52), secondo per passaggi progressivi (10) e primo per conduzioni progressive (7).
Il bushido secondo Kamada
Nella stessa intervista Tudor ne ha anche elogiato la dimensione mentale, aspetto che forse, per la timidezza o riservatezza del giocatore, era sempre passato sottotraccia: «Ha una mentalità da 10. Non sbaglia niente, ha un computer nella testa. Magari avere dieci Kamada nella squadra, dal punto di vista psicologico è qualcosa che tutti gli allenatori vorrebbero». Forse i primi mesi difficili a Roma hanno aiutato a fortificarlo, e non è da escludere che il suo sviluppo in Germania abbia contribuito a plasmarne la mentalità.
Kamada, come molti suoi connazionali, è poi profondamente segnato dalla cultura giapponese. Questa è fortemente improntata sui principi ereditati dal bushido, il codice di condotta dei samurai. Il rispetto, l’onore e il dovere, che in epoca feudale erano tre dei sette pilastri su cui si basava lo stile di vita del guerriero, oggi sono valori che tipicamente associamo al Giappone. Sebbene qualsiasi parallelo può sembrare stereotipato e scontato dal punto di vista mediatico, dalle dichiarazioni dei diretti interessati traspare sempre l’immagine di un ragazzo che incarna perfettamente quelle virtù.
In ogni tappa di Kamada a Roma c’è un pilastro della via dei samurai: l’onestà e il coraggio, nel dire che avesse bisogno di più spazio quando non giocava con Sarri; il rispetto e la compassione, nei confronti dei compagni che in momenti difficili ha difeso chiamandoli leggende; la sincerità, nell’ammettere i suoi limiti e le sue difficoltà sul piano tattico; l’onore, che ha mantenuto vivo l’orgoglio dell’atleta da un lato e la dignità dell’uomo dall’altro; e il senso del dovere, che gli ha permesso di continuare a lavorare aspettando il suo momento. Ora che la sua opportunità è arrivata, il giapponese sta finalmente rispettando le aspettative che i laziali riponevano sulle sue spalle, e non è più da escludere che questo continui anche nella prossima stagione.