Non volete arrivare impreparati alle partite dei gironi? Volete semplicemente vantarvi con i vostri amici e flexare la vostra conoscenza approfondita delle più assurde squadre caraibiche e asiatiche? Se anche voi, in assenza degli Azzurri, vi eravate dimenticati del Mondiale impellente, questa guida fa al caso vostro.
Grandi favorite
Pierluca Rossi Doria – Spagna: Non mettere la Francia come favorita, con quel roster degno di Space Jam, è quasi un’eresia. Eppure le Furie Rosse non sono da meno come individualità, ma possono vantare un’identità e quindi un calcio migliore. La chimica della squadra è un qualcosa che i transalpini, nonostante l’imbarazzo della scelta, faticano a replicare. E poi c’è Lamine Yamal, forse pronto per la definitiva incoronazione, nella stella di Leo Messi.
Pierluigi Pini – Inghilterra: Nel periodo di massimo splendore per il calcio inglese, e dopo due finali del Campionato Europeo perse consecutivamente, la nazionale di Tuchel sembra avere un conto aperto con il destino. Il livello è tale che ci si può permettere il lusso di lasciare a casa calciatori come Phil Foden e Cole Palmer; chissà che questa non sia la volta buona in cui la coppa torni davvero “back home”.
Giovanni Dotta – Spagna: Gli uomini di de La Fuente arrivano al Mondiale senza apparenti fragilità: i campioni d’Europa hanno talento, identità, automatismi e un tabellone che almeno sulla carta sorride, con un girone morbido (Uruguay, Arabia Saudita e Capo Verde) e una strada verso i quarti che sembra già apparecchiata. Se eviteranno il vizio spagnolo di specchiarsi nella propria bellezza, il destino sembra scritto: arrivare fino in fondo e consegnare definitivamente il Pallone d’Oro a Lamine Yamal.
Luca Caponera – Francia: Una generazione d’oro, una rosa così forte da meritare, sulla carta, la pole position in griglia di partenza per il terzo mondiale di fila. La delusione di Qatar 2022 brucia ancora, ma la chiave sarà sfruttarla per trasformarla in motivazione, concentrazione e consapevolezza. La rosa non ha eguali, era fenomenale 4 anni fa e sembra, se fosse davvero possibile, ancora più forte e matura, pronta per questa edizione.
Alfredo Simone – Spagna: Relativamente poco da aggiungere: una formazione forte con un centrocampo tra i più talentuosi della storia, due fuoriclasse sulle fasce e difensori esperti ed affermati (più il 19enne Cubarsì). La rosa della Spagna è forse tra le migliori nella storia dei Mondiali e parte come grande favorita, al punto che il girone con Arabia Saudita, Uruguay e Capo Verde rischia di diventare una mera formalità. Per tasso tecnico e forma recente, le Furie Rosse partono un gradino sopra a tutti: forse soltanto la Francia potrebbe giocarsela alla pari.
Tommaso Paolantonio – Portogallo: In un Mondiale fatto di stelle, identità culturali e grandi scuole calcistiche, il Portogallo rischia spesso di passare in secondo piano. Eppure gli attributi per sorprendere ci sono tutti. La Seleção das Quinas parte, ovviamente, da Cristiano Ronaldo, passando per i due volte campioni d’Europa Vitinha, João Neves e Nuno Mendes. Classe, intensità ed esplosività non mancano: Conceição, Leão, Bruno Fernandes e tanti altri completano una rosa ricca di talento. Non partiranno allo stesso livello di Spagna e Francia, ma guai a sottovalutarli.
Michele Antinucci – Germania: In un mondiale senza apparenti favorite, torna in mente la frase iconica di Gary Lineker: «Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi».
Possibili underdog
PRD – Turchia: Ventiquattro anni dopo l’ultima volta la Turchia torna ai Mondiali, e lo fa con una squadra che ha qualcosa da dire. Montella ha costruito un collettivo solido, difficile da battere, ma è in avanti che i Sultani fanno venire voglia di svegliarsi presto la mattina (o fare nottata, a vostra scelta): da Güler a Yildiz, passando per Calhanoglu e chiudendo con Aktürkoğlu come spina nel fianco costante. Il Gruppo D — USA, Paraguay, Australia — è alla loro portata, e anche arrivando secondi se la vedrebbero con una tra Iran ed Egitto. Dagli ottavi in poi, con questa generazione, sognare non è più un’eresia.
PP – Giappone: Dopo l’impresa del 2022, in cui si qualifica da prima nello stesso girone di Spagna e Germania, il Giappone arriva a questo Mondiale con la voglia di superare il miglior piazzamento della loro storia degli ottavi di finale. Con una nazionale mai così europea, il girone dei Samurai blu, che comprende Svezia, Olanda e Tunisia, non sembra poi così proibitivo. Trainata davanti da Suzuki, Ueda e Kubo, alle cui spalle spicca Daichi Kamada, il Giappone vuole farci sognare, come nei migliori anime a tema calcistico.
GD – Marocco: Dopo la semifinale del 2022, il Marocco non può più permettersi il lusso di presentarsi come una sorpresa. Se saprà convogliare in modo positivo tutte le tensioni maturate dopo la commedia dell’arte della finale di Coppa d’Africa e il cambio di allenatore, nonostante un tabellone tutt’altro che benevolo (con il Brasile nel girone e il rischio di affrontare una fra Giappone e Olanda già ai sedicesimi) il Marocco potrà diventare la squadra che nessuno vorrebbe ritrovarsi dal proprio lato del tabellone. Con il rischio, tutt’altro che secondario, di stupire ancora.
LC – Messico: El Tri si approccia al mondiale casalingo con estremo entusiasmo. L’obiettivo è quello di centrare i quarti che mancano dal 1986. Il girone seppur non comodissimo, non presenta big del calcio mondiale (Corea del Sud, Repubblica Ceca e Sudafrica, rispettivamente 25º, 41º e 60º del ranking FIFA). Inoltre, il Messico potrà giocarsi un asso della manica, sfruttando a proprio favore le condizioni geografiche del proprio territorio: due del girone saranno all’Estadio Azteca, a 2200 metri di altitudine, la terza allo stadio di Guadalajara, sopra i 1500, altezze che potrebbero infastidire anche i migliori. Se riuscisse a passare da primo avrebbe ottavi (contro una delle migliori terze) e quarti di nuovo in casa a Città del Messico. A quel punto il tifo rovente, amplificato dal poco ossigeno nell’aria, potrebbe portare esiti clamorosi.
AS – Paraguay: Quella che arriva ai Mondiali è una delle selezioni più forti di sempre della storia del paese. Nel girone di qualificazione sudamericano sono arrivati a pari punti con Colombia, Uruguay e Brasile e ad un punto dall’Ecuador secondo. Oltre a calciatori talentuosissimi come Almiron, Enciso, Gomez e Galarza, la rinnovata nazionale paraguaiana porta con sé giocatori solidi come Isidro Pitta, Gus Gomez ed Omar Aldrete. Il ct Alfaro è stato già allenatore di Ecuador e Costa Rica e da quanto ha assunto guida dell’Albirroja ha perso soltanto una partita (1-0 col Brasile). Il girone con Australia, Turchia e USA è più che abbordabile, se non con un primo posto, magari da secondi. Non sottovalutateli, a meno che non vogliate grossi dispiaceri.
TP – Norvegia: La Norvegia arriva al Mondiale con entusiasmo, dopo aver dominato le qualificazioni (e noi italiani lo ricordiamo bene). La rosa, ben costruita, unisce stelle del calcio mondiale come Erling Haaland e Martin Ødegaard a giocatori meno celebrati ma fondamentali, come Ryerson, Heggem e Berge. Dove i norvegesi fanno davvero paura è però in attacco: al fianco di Haaland, troviamo Sørloth, Nusa, Bobb, Larsen e Hauge. Profili offensivi dinamici, al livello dei migliori calciatori europei. Nel girone si ritrovano contro Iran, Senegal e Francia, in un gruppo che può essere alla portata. Sulla carta dovrebbero avere la meglio sugli iraniani, mentre con il Senegal si giocheranno probabilmente il secondo posto alle spalle dei Bleus. Alla prima qualificazione mondiale dal 1998, hanno tutte le carte in regola per essere una delle sorprese del torneo.
MA – Stati Uniti: Il fattore casa incide sempre, e – considerando il peso politico che hanno questi mondiali – sarebbe ingenuo trascurarlo. Che il movimento sia in crescita lo si dice da tempo ormai, al punto che qualcuno sembra aver perso le speranze. È però innegabile che questa rassegna fosse cerchiata in rosso sul calendario del calcio americano, e non è assurdo immaginare che quest’estate vedremo le risposte tanto attese da un paese abituato a primeggiare in tutti gli sport tranne questo.
I soliti sospetti (Calciatori più iconici)
PRD – Roberto Pico Lopes (Capo Verde): Il difensore dello Shamrock Rovers, nato a Dublino da padre capoverdiano, nel 2018 riceve un messaggio su LinkedIn in portoghese. Neanche lo apre, troppo rischioso potrebbe essere uno spam: lo ignora per nove mesi, finché l’allenatore di Capo Verde non insiste con un secondo tentativo, questa volta in inglese. Solo allora Pico Lopes apre Google Traduttore e capisce che si tratta di una vera convocazione per la Nazionale. Oggi ha 41 presenze con Capo Verde ed è uno dei leader della nazionale più piccola ad essersi mai qualificata a un Mondiale.
PP – Guillermo Ochoa (Messico): È una chiamata un po’ scontata, ma nella mia testa il Mondiale ormai significa parate sensazionali del portiere del Messico, che ritrova inspiegabilmente il suo prime con la maglia Tricolor. Sperando di rivederlo ancora tra i pali della sua nazionale, insieme a Messi e Cristiano Ronaldo potrebbe diventare il calciatore con più edizioni del mondiale disputate (6): quanto basta per associare il suo volto alla coppa dorata.
GD – Luka Modrić (Croazia): Dopo una stagione complicata con il Milan, chiusa senza il risultato che cercava ma attraversata con la solita professionalità, il Pallone d’Oro 2018 si presenta al quinto Mondiale con l’aura di chi conosce il peso del tempo e ha imparato a conviverci. La Croazia, per anni prolungamento naturale del suo carattere, oggi gli somiglia ancora di più: meno brillante, forse, ma impossibile da dichiarare finita. Non sarà più il Modrić capace di piegare il ritmo delle semifinali mondiali, ma arriverà in America con il fascino speciale di chi proverà a trasformare il tramonto nell’ultima forma possibile di grandezza.
LC – James Rodriguez (Colombia): Perfettamente spalle alla porta, con i deltoidi che formano una linea parallela ai due pali difesi da Muslera: James vede la palla cadergli sullo sterno, si gira una frazione di secondo per guardare la porta, poi orienta lo stop col petto e quando la palla è ancora a mezz’aria, senza nemmeno concederle il lusso di atterrare delicatamente, la scaglia verso la rete, prima che possa toccare un filo d’erba. Quel tiro di mancino darà un bacio alla traversa e si infilerà in rete, trasformandosi in un gol al Maracanã, ormai 12 anni fa, che rimarrà una meravigliosa polaroid impressa negli annali di questo torneo. E, a proposito di anni trascorsi, nonostante l’età avanzi, rimane il 10 della sua nazionale, con lo stesso mancino delizioso ed una qualità che non passerà mai, neanche ad un mese dai 35.
AS – Akram Afif (Qatar): In patria lo chiamano Il Mago per i trucchi di magia che usa per esultare. Di origine yemenita, ha già vinto da protagonista due Coppe d’Asia, segnando addirittura una tripletta nell’ultima finale. Scuola Siviglia, è uno dei pochi giocatori del suo paese ad aver giocato in Europa accumulando presenze nel campionato belga e nella Liga. Afif è un attaccante tecnicamente sublime, che preferisce partire a sinistra per accentrarsi e concludere verso la porta, oltre ad essere anche un discreto assistman. Senza dubbio è il calciatore più forte nella storia della sua nazionale e uno dei giocatori asiatici più talentuosi di sempre. La capigliatura ricorda tanto un certo Carlos Valderrama, anche se il colore dei capelli è diverso…
TP – Neymar JR (Brasile): Siamo degli inguaribili romantici: quello che sarà l’ultimo Mondiale per diversi giocatori che hanno accompagnato le nostre vite, sarà l’ultimo anche per Neymar. Arrivato alla Coppa del Mondo con più di qualche dubbio – e convocato forse più per evitare una guerra civile – il brasiliano incarna a pieno il sentimento di appartenenza di un’intera nazione, come dimostra l’urlo collettivo in sala stampa alla notizia della sua convocazione. Non resta quindi che metterci comodi e aspettare l’ultima samba del dieci verdeoro.
MA – Cristiano Ronaldo (Portogallo): Nella sua sfarzosa campagna pubblicitaria per i mondiali chiamata “RIP THE SCRIPT”, Nike ha pensato di ritagliare per il suo protagonista più iconico il ruolo di veterano che non è ancora pronto a ritirarsi, contrapposto a LeBron James in una parentesi definita “The Goats’ Goodbye”: l’addio dei migliori di sempre. E in un certo senso è suggestivo pensare che questo sarà l’ultimo mondiale di Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. Ma dove l’argentino, si può dire, “ha dato” – e anche un eventuale tonfo dell’Albiceleste non brucerà mai veramente di fallimento – il portoghese si trova davvero davanti all’ultimo treno per limare lo scarto tra lui e il suo rivale di sempre.
Quale squadra tifiamo?
PRD – Brasile: 4 luglio 2014, minuto 88. Il Brasile è sopra 2-1 nei Quarti del Mondiale di casa, e Neymar sta giocando un torneo fuori categoria – quei livelli lì, di Messi e di Ronaldo, di chi cambia le partite da solo. Poi il tempo si ferma, un intervento scomposto di Zuniga gli costa la frattura della terza vertebra lombare, e tutto finisce in un secondo. Non solo il Mondiale: da quel momento la carriera di O’Ney non sarà più la stessa. Dodici anni dopo è la sua Last Dance – e forse, finalmente, è arrivato il momento di chiudere il cerchio.
PP – Colombia: La prima volta che mi sono innamorato del Mondiale è stata nel 2014. l’Italia era già stata eliminata e i miei occhi erano rapiti da un solo calciatore in campo: indossava la maglia numero 10 e giocava nella Colombia, trascinandola a suon di giocate ed eurogol fino ai quarti di finale contro il Brasile, uscendo tra i complimenti di David Luiz. Ora che James Rodriguez percorre il viale del tramonto della sua carriera, non tifare per lui in questa sua ultima cumbia sarebbe un po’ come tradire i sogni di quel bambino dagli occhi pieni di gioia.
GD – Scozia: Tifare Scozia a un Mondiale significa scegliere il caos, la birra rovesciata sugli spalti e la romantica certezza che, anche se finirà male, finirà con dignità. Gli scozzesi tornano sul grande palco dopo 28 anni con una nazionale ruvida, orgogliosa e piena di giocatori di qualità. Guidata da McTominay, la Tartan Army cercherà di spingersi oltre le colonne d’Ercole della fase a gironi, mai superati nella storia: non mancherà certamente il supporto meraviglioso dei suoi tifosi, che faranno venire voglia di cantare Flowers of Scotland anche a migliaia di chilometri di distanza.
LC – Olanda: Il calcio ed i Paesi Bassi hanno una lunghissima storia comune alle spalle: possiamo forse dire che molto del calcio che amiamo ora si giochi così grazie agli olandesi, a Johan Cruijff, a Rinus Michels, all’ “Arancia Meccanica”. Paradossale, se si considera che, però, la nazionale olandese non sia mai riuscita a vincere un Mondiale. Il calcio dei Paesi Bassi mi affascina da anni, ed ultimamente ho avuto modo di seguirlo con più attenzione, di approfondirlo, visitare qualche città, i loro stadi, gli store dei club e vivere l’atmosfera quasi carnale con cui un popolo particolare come quello “Oranje” vive questo sport.
AS – Haiti: Una cenerentola del torneo. Nell’unico precedente Mundial la nazionale di Haiti perse tutte e 3 le partite segnando solamente due gol (uno contro l’Italia) e subendone 14. Sebbene il girone con Brasile, Marocco e Scozia appaia come ostico, la nazionale allenata da Mignè potrebbe raggiungere uno storico terzo posto guidata dai bomber Pierret ed Isidor. I “Granatieri” non lottano soltanto per la gloria personale, ma anche per gli oltre due milioni di connazionali coinvolti nella Diaspora Haitiana, i figli dell’isola costretti ad emigrare a seguito dei devastanti effetti dei terremoti del 2010 e del 2021. Tutti gli haitiani in America (e ce ne sono un bel po’) coloreranno gli stadi di rosso e blu. Con una storia simile non si può che tifare per loro.
TP – Portogallo: Se esistesse un Dio del calcio, probabilmente regalerebbe a Cristiano Ronaldo la gioia di un Mondiale. Non solo per il rispetto verso una carriera irripetibile, ma anche per celebrare l’enorme crescita del movimento calcistico portoghese, coincisa con il suo approdo. Non giriamoci intorno: abbiamo vissuto forse la più grande rivalità della storia del calcio, e il trionfo mondiale sarebbe l’ultimo mattoncino di uno scontro virtuoso, combattuto punto a punto, gol a gol, trofeo a trofeo, in oltre vent’anni.
MA – Dipende: Da chi occupa l’80% del suo tempo sveglio a scrivere e parlare di calcio, il fascino è puramente nelle storie che il mondiale ci può regalare. Una bella underdog story, un revival nostalgico di Messismo e Ronaldismo, il nuovo che avanza con Yamal e Cherki, un vintage Neymar che si riprende quello che gli era stato tolto, o più semplicemente Kylian Mbappé che zittisce le critiche con un altro mondiale stratosferico – sarebbe il terzo di fila. I mondiali sono rimasti l’ultimo baluardo del romanticismo calcistico. Nonostante lo sporco che si trova facilmente ogni volta che si alza il tappeto – quando mai la FIFA si è potuta definire pulita? – la rassegna ci ha regalato puntualmente i momenti più iconici di questo sport. La speranza è di vederne di altri.
Maglie must have
PRD – Germania Home: Poco da fare, l’Adidas si è superata per l’ultima collaborazione con la propria Nazionale, facendo una scelta precisa: guardare indietro per celebrare i traguardi assieme. Il motivo a chevron incrociato sul petto richiama direttamente le maglie tedesche degli anni ’90 – in particolare quella del terzo Mondiale – ma il risultato non sa di nostalgia forzata, più di celebrazione, di passerella trionfante, di addio glorioso. Una delle maglie più riuscite di questo Mondiale – e fuori dal campo, con un paio di jeans e di Samba, ci starebbe altrettanto bene.
PP – Sudafrica Away: La maglia si ispira a quella del mondiale ospitato in casa del 2010. L’aggiunta di un colletto a polo bianco e le strisce dorate la rendono allo stesso tempo elegante e casual. Se questa descrizione non vi avesse però ancora convinto, pensate a cosa potrebbero pensare le persone se vi vedessero passeggiare in strada con una maglia così hipster come quella della nazionale sudafricana.
GD – Norvegia Home: A differenza di molte altre del torneo, la prima maglia della Norvegia non sembra nata per finire sopra un pantalone di lino in un aperitivo. In un Mondiale pieno di divise belle e un po’ intercambiabili, questa distanza dalla moda facile la rende speciale, una delle poche maglie che non potrebbe appartenere a nessun’altra nazionale: la croce della bandiera norvegese, dominata da un meraviglioso rosso intenso, attraversa il busto e si allunga sulle maniche con un gesto netto ma elegante, senza dare mai l’impressione di essere stata appiccicata lì per fare folklore. Probabilmente non è la maglia più semplice da portare fuori dallo stadio, però è quella che più di tutte riesce a raggiungere gli obiettivi che la rendono iconica: raccontare con stile da dove viene e chi rappresenta.
LC – Spagna Away: Elegante, con una base bianco sporco accompagnata da ricami che rimandano ai vecchi manoscritti spagnoli, rotta solo dai dettagli in rosso scuro e giallo oro di bordo maniche e colletto. I manoscritti richiamano la coesistenza culturale tra il calcio e l’identità iberica, mentre rubano gli occhi il riadattamento in rosso del meraviglioso trifoglio adidas, logo ufficiale del brand dal 1972 al 1997, affiancato al logo della federazione spagnola sui due lati del petto, le tre iconiche strisce a cascata sulle spalle e la scritta “Espana” sul retro ad altezza collo.
AS – Nuova Zelanda White Kit: Maglietta fatta per il 95% da poliestere riciclabile, richiama la tradizione della popolazione di Aotearoa, il nome maori della Nuova Zelanda. Il colore bianco e i ricami rimandano alla leggenda di Tāwhirimātea, il dio del clima che, infuriatosi, mandò i suoi figli, i quattro venti, a devastare la terra con inondazioni e tempeste finché non venne sconfitto in battaglia e i venti riportarono la concordia tra gli abitanti dell’isola. La maglia rappresenta il legame che i neozelandesi mantengono tra di loro e con la loro tradizione.
TP – Uruguay Away: Disegnata da Luis Callegari, la maglia away dell’Uruguay celebra la prima Coppa del Mondo della storia, rendendo omaggio allo status della Celeste come prima vera “World Champion”. La divisa si sviluppa su una base blu scuro, mentre il pattern sul petto unisce simbolicamente lo Stadio Centenario, teatro del trionfo mondiale del 1930, alle ali del trofeo Jules Rimet. Immaginate di indossarla al bar con i vostri amici per seguire Valverde e compagni: sembrerete la Pantera Nera pronta a difendere il Wakanda, quando in realtà state solo aspettando la solita bomba da fuori area del Pajarito.
MA – Qualsiasi maglia portiere della Nike: Le esigenze del calcio moderno ci hanno privato della creatività nelle maglie portieri, e quest’estate la Nike l’ha reintrodotta con prepotenza. Uno stile coraggioso, che o si ama o fa schifo senza vie di mezzo. Ma insomma, sarebbe la prima volta in cui sentirsi dire “Ho comprato una maglia di un portiere” non suonerebbe assurda.
Squadre più hipster
PRD – Norvegia: Mentre in Italia c’era qualche elefante che affermava che non dovessimo preoccuparci della Norvegia, loro da anni costruivano qualcosa di serio. La Norvegia è il simbolo di un movimento scandinavo che sta ridisegnando il calcio europeo, fatto di struttura, identità e giovani che arrivano con le idee chiare. E poi c’è la foto ufficiale: tutta la squadra vestita da vichinghi, scudi e lance, un drakkar ormeggiato sul fiordo alle spalle. Una nazionale che sa esattamente chi è, dentro e fuori dal campo.
PP – Uzbekistan: In un Mondiale pieno di nazionali improponibili e con una superficie territoriale minuscola, l’Uzbekistan rimane una delle squadre più esotiche del torneo. Con solamente due calciatori che giocano in Europa (Fayzullaev e l’ex conoscenza della Serie A Eldor Shomurodov, entrambi all’Istanbul Basaksehir) e allenati da quello che potrebbe essere l’allenatore più improbabile che puoi trovare a quelle latitudini (Fabio Cannavaro), assistere al loro esordio Mondiale sarà un evento più unico che raro.
GD – Bosnia ed Erzegovina: “I am from Bosnia, take me to America” è già entrato tra i versi più iconici del Mondiale, il modo perfetto con cui la Bosnia ha trasformato la qualificazione in una dichiarazione d’identità. I bosniaci arrivano (ahinoi) al secondo Mondiale della loro storia senza troppi filtri e senza alcuna intenzione di chiedere permesso, con la stessa sfrontatezza balcanica che abbiamo conosciuto a Zenica. Alla Coppa del Mondo gli uomini di Barbarez non avranno un girone complicato né l’obbligo di comportarsi come una sorpresa educata, ma la libertà pericolosa di chi non ha nulla da perdere: abbastanza talento per restare dentro le partite, abbastanza carattere per sporcarle, abbastanza incoscienza per far credere a un popolo intero che il viaggio in America possa durare più del previsto.
LC – Algeria: L’Algeria vuole imporre il proprio calcio, stufa di vedere, nella “famiglia” del Maghreb, i cugini marocchini infrangere record e godere di una generazione d’oro storica. Culturalmente, lo stile è simile: giocatori snelli, scattanti e che vivono per il dribbling. Molti dei ragazzi sotto la guida di Petkovic militano in Europa, anche ad alto livello (Ait Nouri al City, Bensebaini al Dortmund), ma l’essenza vera di questa nazionale sono i ragazzi lì davanti, che al pallone danno del tu sempre, che si tratti di dribbling o primo controllo; Chaibi, Maza, Ghedjemis e Gouiri arrivano in fiducia dalle stagioni appena concluse con i loro club. Fare la differenza sarà, con ogni probabilità, responsabilità di Anis Hadj-Moussa, dominante nel puntare l’uomo e cresciuto moltissimo per efficacia. E poi c’é Mahrez, capitano e leader tecnico nonostante i 35 anni, che proverà a dire la sua anche in questo ultimo ballo.
AS – Curacao: Vincendo il girone con Bermuda, Trinidad e Tobago e Giamaica, hanno scritto la storia in quanto nazionale più giovane di sempre a partecipare ai Mondiali (la squadra è nata ufficialmente nel 2010 dopo la dissoluzione delle Antille Olandesi). Record nazionale, soppiantando il precedente apice, ottenuto nel 2017, quando vinse la Coppa dei Caraibi. Dal 2024 la nazionale è guidata in questo miracolo dal Piccolo Generale Dick Advocaat, 79 anni a settembre. Curiosamente, l’unico giocatore nato effettivamente sull’isola è Tahith Chong, ex Manchester United e Werder Brema, penultimo, però, per presenze in rosa.
TP – Giordania: Quello del Mondiale 2026 sarà il debutto assoluto della Giordania, dopo esserci andata vicina già nel 2014. In poco più di dieci anni il movimento calcistico giordano è cresciuto enormemente, come dimostrano la finale di Asian Cup del 2023 e quella di Arab Cup raggiunta l’anno successivo. Durante le qualificazioni hanno segnato 32 reti, il miglior dato della loro storia in un girone mondiale. Il gruppo guidato da Sellami dovrà però fare a meno del proprio miglior marcatore, Yazan Al-Naimat, fuori per la rottura del crociato. Occhi puntati allora su Mousa Al-Tamari, soprannominato il “Messi giordano”: il capitano della Nazionale, oggi al Rennes, ha qualità e fantasia per mettere in difficoltà qualsiasi difesa. Inseriti in un girone complicato con Argentina, Algeria e Austria, i giordani proveranno a giocarsi le proprie chance soprattutto contro queste ultime, magari inseguendo una storica qualificazione come migliore terza.
MA – Iran: Niente è più hipster di scegliersi la squadra di una nazione in guerra col principale paese ospitante. Non dovrebbe far ridere, chiaramente, e il tema andrebbe trattato con maggior sensibilità, ma la goffaggine della FIFA rende tutto paradossale e aggiunge uno strato di surreale ilarità. Infantino si muove come un elefante in una cristalleria, e ogni sua dichiarazione è a un tempo verbale di distanza dall’incidente diplomatico, in un verso o nell’altro. Tifare l’Iran a quel punto diventa una via di mezzo tra la dichiarazione politica e il meme, l’hipsterismo per definizione.