Le gemme nascoste del Mondiale – Parte II

Prosegue la nostra guida del Mondiale, con i giocatori più intriganti e pronti a stupire dei gironi D, E ed F.

La Coppa del Mondo generalmente significa sentimento nazionale e giocate di livello, ma è soprattutto il palcoscenico più importante della carriera di un calciatore; una vera e propria sliding door delle loro vite. Ecco allora una lista di calciatori che forse ancora non conoscete, per ogni girone del torneo, che possono mettersi in mostra in questi Mondiali.


Girone D (Giovanni Dotta)

Malik Tillman – Stati Uniti

In una nazionale statunitense che arriva al Mondiale con l’obbligo di onorare l’impegno da padroni di casa e l’idea, neanche troppo nascosta, di fare la miglior figura della propria storia, Malik Tillman rischia di essere uno dei nomi più interessanti da seguire. Il classe 2002 non avrà la faccia da copertina di Pulisic, l’aura da predestinato intermittente di Reyna o il peso simbolico di McKennie, ma può diventare uno dei giocatori simbolo degli States: un talento ormai maturo, ma non ancora definitivamente esploso agli occhi del grande pubblico.

Dopo le stagioni al PSV, in cui aveva finalmente trovato continuità, il passaggio al Bayer Leverkusen lo ha messo dentro un contesto tecnico di alto livello e di grande richiesta tattica, in cui ha saputo adattarsi al meglio. Tillman è un giocatore difficile da incasellare: può fare il trequartista, la mezzala offensiva, l’esterno che viene dentro al campo o il secondo attaccante mascherato. Ha il fisico per reggere i duelli, ma anche quella leggerezza tecnica da giocatore cresciuto tra Germania e Stati Uniti, a metà tra struttura europea e istinto americano.

Nell’ultima stagione in Bundesliga ha segnato 6 gol, confermandosi più come centrocampista d’arrivo che come rifinitore puro. È uno di quei giocatori che magari spariscono per venti minuti, poi si accendono in mezzo spazio, ricevono tra le linee e attaccano l’area con il tempo giusto. Pur non partendo necessariamente da titolare fisso, Tillman potrà rivelarsi l’arma tecnica di Pochettino per alzare il livello qualitativo della trequarti e dare agli Stati Uniti un’alternativa più associativa rispetto agli strappi di Weah o alla verticalità di Balogun.

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Centralità nella nazionale: media

Punti di forza: ricezione tra le linee

Scenario migliore: Gli Stati Uniti partono forte davanti al pubblico di casa e Tillman entra subito nel torneo come dodicesimo titolare. Alla prima contro il Paraguay subentra nella ripresa, riceve tra le linee e trova il filtrante che porta al gol del 2-0. Nella seconda contro l’Australia parte dall’inizio, galleggia alle spalle del centrocampo avversario e segna con un inserimento sul secondo palo. Pochettino capisce di non poter più rinunciare alla sua qualità e gli affida un ruolo centrale nella partita decisiva con la Turchia, che sancisce il primato del girone. Diventerà poi un perno della nazionale che eguaglierà il miglior piazzamento di sempre, venendo eliminata ai quarti dalla Spagna.

Scenario peggiore: La gestione cervellotica di Pochettino lo relega in panchina. Entra nel secondo tempo contro Australia e Turchia, per creare confusione fra le linee in due partite in cui l’ansia mangia gli americani, ma non riesce a incidere. Nelle due partite a eliminazione diretta non partecipa alla vittoria ai rigori dopo l’orribile 0-0 al 120’ contro l’Egitto e gioca gli ultimi cinque minuti della debacle statunitense contro l’Argentina.

Diego Gómez – Paraguay

Se il Paraguay vuole essere qualcosa in più della solita squadra ruvida, intensa e difficile da battere, una parte importante passerà dai piedi e dai polmoni di Diego Gómez. In una nazionale che conserva ancora una forte identità combattiva, Gómez rappresenta la versione moderna del centrocampista paraguaiano: fisico, aggressivo, verticale, ma anche capace di accompagnare l’azione e presentarsi in area come un attaccante aggiunto.

Il suo trasferimento al Brighton lo ha portato dentro uno dei contesti europei più interessanti per lo sviluppo dei centrocampisti. In Premier Gomez non sembrato né un regista classico né una mezzala solo di corsa, ma un giocatore di rottura e inserimento, che può spezzare il ritmo della partita con una conduzione lunga o un contrasto vinto. In Inghilterra ha chiuso la stagione con 5 gol e 1 assist, numeri importanti per un centrocampista in una squadra in cui non è sempre il primo riferimento tecnico.

Con il Paraguay può diventare il ponte tra l’intensità del centrocampo e la qualità offensiva di giocatori come Almirón ed Enciso. Il ct Alfaro avrà bisogno della sua capacità di coprire campo e del suo tempismo negli inserimenti: in un girone con Stati Uniti, Australia e Turchia, dove ogni partita rischia di trasformarsi in una battaglia fisica, Gómez può essere il giocatore che cambia il peso specifico della mediana.

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Centralità nella nazionale: alta

Punti di forza: aggressività

Scenario migliore: Il Paraguay si presenta al Mondiale con la solita faccia cattiva, ma con un centrocampo più dinamico del previsto. Gómez domina fisicamente contro gli Stati Uniti, recupera palloni e costringe gli avversari a correre all’indietro. Nella seconda contro l’Australia trova il gol pesantissimo con un inserimento da pura mezzala, arrivando in area come un treno sul cross basso di Almirón. All’ultima con la Turchia si prende il centro del campo in un duello continuo con Çalhanoğlu e Uzun, chiudendo il girone come uno dei centrocampisti più completi della prima fase. Il Paraguay passa da seconda nel girone, sconfigge nettamente l’Egitto e viene eliminato agli ottavi ai supplementari contro l’Argentina, in cui offre una prestazione commovente che lo fa diventare il nuovo oggetto del desiderio delle squadre inglesi di fascia alta.

Scenario peggiore: Il Mondiale dei sudamericani si trasforma in una sequenza di rincorse più che di giocate. Il Paraguay fatica a tenere il pallone, lui è costretto ad abbassarsi troppo e finisce per giocare più da mediano di contenimento che da mezzala d’inserimento. Contro gli Stati Uniti prende un giallo dopo pochi minuti, contro l’Australia si innervosisce in una partita sporca e con la Turchia arriva scarico alla gara decisiva: con un punto in tre partite la sua nazionale arriva ultima nel girone e saluta mestamente la competizione.

Nestory Irankunda – Australia

Nato in Tanzania, cresciuto calcisticamente in Australia, passato dal Bayern Monaco e poi finito al Watford, Nestory Irankunda, pur avendo solo vent’anni, porta con sé una traiettoria già piena di svolte, accelerazioni e aspettative, giocando come se ogni pallone fosse un’occasione per dimostrare qualcosa.

Irankunda è un’ala di potenza e istinto, più elettrica che ordinata. Non è ancora un giocatore completamente rifinito, ma questo aspetto lo rende paradossalmente più interessante: può perdere palloni banali, sbagliare la scelta nell’ultimo terzo, però quando parte, cambia la temperatura della partita. In Championship, con il Watford, ha messo insieme 4 gol e 4 assist, numeri accompagnati da lampi spesso spettacolari, tra punizioni, strappi e conclusioni da fuori.

Con l’Australia può essere l’uomo da usare in due modi: titolare per dare imprevedibilità a una squadra che spesso vive di ordine e duelli, oppure arma devastante dalla panchina contro difese stanche. Popovic ha diversi giocatori di esperienza, ma pochi con la capacità di Irankunda di creare qualcosa dal nulla: in un girone con USA, Paraguay e Turchia, il suo uno contro uno può diventare una risorsa fondamentale, soprattutto quando l’Australia dovrà uscire dal piano partita più conservativo.

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Centralità nella nazionale: medio-alta

Punti di forza: accelerazione

Scenario migliore: Irankunda entra nella ripresa del debutto contro la Turchia con la partita ancora bloccata. Dopo cinque minuti punta il terzino, lo salta all’esterno e mette in mezzo il pallone che porta al gol del pareggio. Contro gli Stati Uniti parte titolare e si prende la scena con una punizione violenta dai venticinque metri che colpisce la traversa, mentre nell’ultima con il Paraguay, nonostante il continuo raddoppio, apre spazi per i compagni. L’Australia passa come una delle migliori terze, venendo eliminata contro il Portogallo, come l’ultima volta alla fase a eliminazione diretta (…), da un rigore al 96’ di Cristiano Ronaldo.

Scenario peggiore: Il Mondiale gli presenta subito il conto della sua irruenza. Contro la Turchia entra troppo carico e sbaglia tre scelte consecutive in transizione. Contro gli Stati Uniti viene seguito con attenzione, riceve spesso spalle alla porta e si innervosisce, cercando la giocata individuale anche quando il passaggio semplice sarebbe la soluzione migliore. Nell’ultima con il Paraguay parte dalla panchina e trova solo pochi minuti, in una partita spezzettata e piena di falli. L’Australia viene eliminata con un solo punto in tre partite.

Can Uzun – Turchia

In una Turchia piena di talento offensivo, Can Uzun rischia di essere il nome meno appariscente. Se Arda Güler e Kenan Yıldız rappresentano il fulcro mediatico e Çalhanoğlu il riferimento tecnico e carismatico del nuovo corso di Vincenzo Montella, Uzun potrà inserirsi nella zona intermedia: un trequartista con istinto da attaccante, un giocatore che sembra sempre pensare prima al gol e poi al resto.

Nato a Ratisbona, ha scelto la Turchia dopo esser cresciuto calcisticamente in Germania e arriva al Mondiale dopo una stagione che ne ha confermato il potenziale, con 8 gol e 3 assist in Bundesliga con l’Eintracht Francoforte. Il gioiellino turco si è messo in luce fin da inizio stagione, con continuità realizzativa e la sensazione di poter trasformare ogni ricezione sulla trequarti in una conclusione o in un passaggio verticale.

Tuttavia, Uzun non è un trequartista solo estetico. Oltre alla pulizia tecnica, il classe 2005 ha dimostrato anche una particolare freddezza, unita a modo molto naturale di giocare negli ultimi venti metri. Potendo partire da numero dieci, da seconda punta o da falso nove in contesti più fluidi, per Montella può diventare l’elemento che rompe le simmetrie delle organizzate difese avversarie.

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Centralità nella nazionale: media

Punti di forza: finalizzazione

Scenario migliore: La Turchia parte con un attacco pieno di talento e Uzun trova subito il modo di ritagliarsi spazio. Dopo il gol che chiude la partita contro l’Australia con un destro piazzato dal limite, parte titolare contro il Paraguay alle spalle della punta, abbassandosi tra le linee e attirando fuori i centrali avversari. Nella sfida con gli Stati Uniti firma l’assist decisivo per Yıldız, muovendosi da falso nove e liberando l’inserimento dell’esterno. La Turchia passa da prima nel girone, si sbarazza della Bosnia ai sedicesimi (in cui mette a referto un gol e un assist) e agli ottavi trova il Belgio, in una partita piena di tecnica in cui partecipa all’azione del gol decisivo di Güler. Ai quarti, nonostante l’eliminazione con la favorita Spagna, mangia nello stesso tavolo dei centrocampisti spagnoli fornendo una prestazione di altissima qualità. 

Scenario peggiore: L’abbondanza offensiva della Turchia gli toglie spazio. Montella si affida ai nomi più sicuri, Uzun entra solo a gara in corso e fatica a trovare ritmo. Contro l’Australia riceve pochi palloni puliti, contro il Paraguay viene usato più per riempire l’area che per legare il gioco e contro gli USA finisce per sembrare un corpo estraneo. La Turchia si qualifica come migliore terza e viene nettamente eliminata dalla Francia ai sedicesimi, in cui Uzun giocherà mestamente soltanto gli ultimi minuti.


Girone E (Giovanni Dotta)

Angelo Stiller – Germania

In una Germania piena di nomi da copertina, da Musiala a Wirtz, Angelo Stiller rischia di essere il giocatore che nessuno mette al centro del poster ma che tutti finiscono per cercare in campo. Non ha la giocata abbagliante del fantasista, non vive di accelerazioni da highlights e probabilmente non sarà mai il volto commerciale della Mannschaft. Ma ha tutte le carte in regola per diventare il nome perfetto da raccontare nella nuova Germania, che deve superare l’onta delle due ultime eliminazioni consecutive ai gironi: il regista silenzioso, per rimettere ordine in una nazionale che, dopo il ritiro di Toni Kroos, ha bisogno di un centrocampista capace di dare ritmo, pulizia e continuità al possesso.

Cresciuto nel Bayern Monaco e diventato grande allo Stoccarda, Stiller è uno di quei centrocampisti che sembrano sempre giocare un tempo prima degli altri. Non forza quasi mai la giocata, orienta il corpo già sapendo dove uscirà il pallone e dà alla squadra una sensazione di controllo che non sempre si vede nelle statistiche più immediate. Eppure anche i numeri raccontano bene il suo peso: nell’ultima stagione di Bundesliga ha chiuso con 2 gol, 5 assist, 252 contrasti vinti e 351 chilometri percorsi. Dati da regista, ma anche da centrocampista disposto a lavorare, coprire campo e sporcare le partite.

Per Nagelsmann può diventare il giocatore che libera gli altri. Con Kimmich spesso utilizzabile anche da terzino, Goretzka più fisico e i trequartisti naturalmente portati ad alzarsi, Stiller può essere il metronomo davanti alla difesa, che riceve dai centrali, trova il primo passaggio verticale e impedisce alla Germania di spezzarsi in due. Non dovrà per forza brillare più di Wirtz o Musiala. Gli basterà farli brillare meglio.

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Centralità nella nazionale: medio-alta

Punti di forza: gestione dei ritmi

Scenario migliore: La Germania parte forte nel girone e Stiller si prende subito il centro del campo contro Curaçao, trovando continuamente Wirtz e Musiala tra le linee. Contro la Costa d’Avorio la partita è più fisica, ma lì emerge la sua utilità, vincendo seconde palle e abbassando il ritmo quando serve. Con la Germania già qualificata da prima, riposa contro l’Ecuador e agli ottavi trova la Repubblica Ceca, contro la quale segna il gol 3-0 con una bordata dalla distanza. Agli ottavi contro la Francia Stiller domina il possesso ed è fra i migliori del trionfo tedesco, in cui firma anche l’assist da calcio piazzato per il gol decisivo di Rüdiger. Ai quarti offre un’altra prestazione di livello contro l’Olanda: la Germania passa ai supplementari e Stiller finisce per essere raccontato come l’equilibratore della nazionale tedesca e il nuovo centrocampista del Manchester City, nonostante l’eliminazione in semifinale contro l’Argentina.

Scenario peggiore: Nagelsmann inizia il torneo cercando più fisicità e più esperienza, preferendogli una mediana composta da Goretzka e Pavlović. Stiller gioca solo contro Curaçao, quando la partita è già indirizzata, e non riesce a lasciare un’impronta evidente. Contro Costa d’Avorio ed Ecuador resta in panchina, sacrificato in nome di una Germania più diretta e verticale. La squadra, collaudata senza di lui, passa comunque il girone e i sedicesimi, ma agli ottavi viene sconfitta nettamente dalla Francia. La perdita di valore dovuta allo scarso utilizzo fa perdere in lui l’interesse delle squadre più ricche, costringendolo a rimanere a Stoccarda.

Bazoumana Touré – Costa d’Avorio

La Costa d’Avorio torna al Mondiale con una rosa piena di talento, fisico e alternative offensive. Oltre a nomi già conosciuti, da Bonny a Kessié, e c’è una nuova generazione che sta provando a prendersi spazio senza chiedere permesso: Ousmane Diomande in difesa, la punta di diamante Yan Diomandé e Bazoumana Touré sulla fascia, uno dei profili più interessanti da seguire in una Costa d’Avorio più elettrica di quella dei grandi centravanti del passato.

Classe 2006, cresciuto nell’ASEC Mimosas e passato dall’Hammarby prima di arrivare all’Hoffenheim, Touré è un esterno sinistro mancino che vive di accelerazioni. Non è ancora un giocatore completamente rifinito, ma ha già una qualità chiarissima: quando riceve largo e punta il terzino, la partita cambia ritmo. In Bundesliga ha chiuso la stagione con 5 gol e 9 assist in 2.325 minuti, numeri importanti per un ventenne alla prima vera annata di alto livello europeo. 

Con la nazionale può avere un ruolo interessante proprio perché la Costa d’Avorio non ha bisogno soltanto di qualità statica negli ultimi metri. Il ct Faé può usarlo da esterno sinistro per allargare il campo, attaccare il lato debole e dare profondità a una squadra che ha già fisico e densità centrale. In un girone con Germania, Ecuador e Curaçao, Touré avrà davanti tre partite molto diverse: la struttura tedesca, l’aggressività ecuadoriana e un blocco basso caraibico da rompere con l’uno contro uno. Se riuscirà a portare in nazionale anche solo una parte della produzione mostrata all’Hoffenheim, può diventare una delle sorprese offensive del girone.

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Centralità nella nazionale: media

Punti di forza: uno contro uno

Scenario migliore: La Costa d’Avorio debutta contro l’Ecuador in una partita fisica e piena di duelli. Touré parte dalla panchina, entra nella ripresa e cambia subito il ritmo: riceve largo a sinistra, punta il terzino, rientra sul mancino e mette in mezzo il pallone che porta al gol del pareggio di Diomandé. Contro Curaçao parte titolare e si prende la scena: ogni volta che riceve, costringe il blocco basso di Advocaat ad abbassarsi ancora di più, fino all’assist per il gol di Bonny sul primo palo. All’ultima con la Germania, la Costa d’Avorio ha bisogno di un punto per passare come seconda e Touré guadagna la punizione dal limite da cui nasce il pareggio.

Gli ivoriani passano come secondi e nell’infuocato derby africano ai sedicesimi contro il Senegal si rivela l’unico giocatore a provare la giocata, in una partita inchiodata sullo 0-0 che si conclude con la vittoria degli ivoriani. La sua corsa termina agli ottavi di finale contro il Giappone, in cui colpisce un palo al penultimo minuto.

Scenario peggiore: La concorrenza offensiva della Costa d’Avorio gli toglie continuità. Faé sceglie inizialmente profili più esperti o più consolidati, affidandosi ad Adingra, Amad Diallo e Pépé nelle partite più delicate. Touré entra nel finale contro Ecuador e Germania, ma trova pochi spazi: contro gli ecuadoriani viene raddoppiato appena riceve palla, contro i tedeschi è costretto a correre soprattutto all’indietro. Contro Curaçao parte titolare, ma forza troppe giocate, cercando l’uno contro uno anche quando servirebbe muovere palla con pazienza. La Costa d’Avorio chiude terza, spera nel ripescaggio tra le migliori terze, ma resta fuori per differenza reti. 

Joel Ordóñez – Ecuador

Se l’Ecuador vuole superare il limite storico degli ottavi di finale, dovrà farlo partendo da ciò che negli ultimi anni gli è riuscito meglio: difendere in avanti, accettare i duelli e trasformare ogni partita in una prova di resistenza fisica e mentale. Nello spartito guidato da Caicedo e Pacho assumerà un ruolo importante Joel Ordóñez, uno dei profili più interessanti della nuova generazione ecuadoriana.

Classe 2004, nato a Guayaquil e cresciuto nell’Independiente del Valle, Ordóñez ha seguito una traiettoria ormai quasi tipica del nuovo calcio ecuadoriano, con formazione locale, crescita lontano dai riflettori in Europa e ingresso progressivo in nazionale. Al Brugge è diventato un centrale affidabile, fisico, aggressivo, capace di difendere in avanti e di reggere l’uno contro uno in campo aperto. Nell’ultima stagione di Belgian Pro League ha giocato 2.668 minuti, segnando anche 3 gol, un bottino invidiabile per un difensore di 22 anni in una squadra abituata a giocare partite di alto livello.

Ordóñez non è un centrale da copertina, non ha l’eleganza del mancino di Hincapié né il prestigio crescente di Pacho, ma ha una fisicità pulita, una buona lettura delle coperture e la personalità di chi sembra sempre pronto a entrare nel duello. Con l’Ecuador può diventare una risorsa preziosa sia da titolare in una linea a tre, sia come alternativa di altissimo livello in una difesa a quattro. Beccacece avrà bisogno della sua aggressività in un girone pieno di attaccanti diversi: la velocità e la fisicità della Costa d’Avorio, le transizioni di Curaçao e la qualità associativa della Germania. In una nazionale che sogna di andare oltre gli ottavi per la prima volta nella sua storia, Ordóñez rappresenta bene il piano ecuadoriano, con meno possesso estetico e più intensità.

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Centralità nella nazionale: alta

Punto di forza: duelli fisici.

Scenario migliore: L’Ecuador debutta contro la Costa d’Avorio in una partita sporca, nella quale Ordóñez parte titolare in una difesa a tre e prende in consegna gli attaccanti ivoriani, permettendo alla sua nazionale di mantenere lo 0-0. Nella facile vittoria contro Curaçao diventa importante anche in costruzione, alzandosi fino a metà campo per recuperare subito le seconde palle e tenere la squadra corta. All’ultima con la Germania, Beccacece lo conferma per dare fisicità contro Woltemade e Havertz: l’Ecuador perde di misura, ma Ordóñez chiude con una prestazione di grande personalità.

La nazionale passa come seconda e agli ottavi trova il Senegal, in una sfida durissima in cui Ordóñez domina sulle palle alte, segna anche da calcio d’angolo il gol che sblocca la partita e porta l’Ecuador agli ottavi, com’era successo solo nel 2006. Agli ottavi segna uno dei rigori dopo l’1-1 contro il Giappone, che consentono alla sua nazionale di raggiungere per la prima volta i quarti. Contro l’Inghilterra nonostante la sconfitta Ordóñez difende in modo attento attirando le attenzioni del Liverpool, che lo acquista per 45 milioni.

Scenario peggiore: La concorrenza interna gli toglie spazio. Beccacece si affida alla coppia più collaudata composta da Pacho e Hincapié, con Estupiñán e gli altri laterali a completare una linea più esperta. Ordóñez resta in panchina nelle prime due partite, entra solo nel finale contro Curaçao e trova pochi minuti per incidere. Contro la Germania parte titolare per turnover, ma la qualità dei movimenti tedeschi lo mette in difficoltà. L’Ecuador passa comunque come migliore terza, ma ai sedicesimi viene sconfitto nettamente dall’Inghilterra.

Tahith Chong – Curaçao

Curaçao è già di per sé una delle storie più belle del Mondiale. La nazionale più piccola mai arrivata alla fase finale, un’isola caraibica trasformata in laboratorio calcistico olandese e guidata da un eterno santone come Dick Advocaat. In mezzo a una rosa costruita quasi interamente su giocatori nati o cresciuti nei Paesi Bassi, Tahith Chong non solo è il calciatore più riconoscibile, ma uno dei pochi nati davvero sull’isola, a Willemstad, prima di partire da bambino verso l’Olanda e poi verso il Manchester United.

Chong porta con sé una carriera strana, piena di promesse, deviazioni e ripartenze. A Manchester sembrava uno di quei talenti da next big thing, con i capelli inconfondibili, il sinistro educato e la capacità di saltare l’uomo in campo aperto. Poi sono arrivati prestiti al Werder Brema e al Brugge, momenti più grigi e una carriera meno lineare di quanto sembrasse all’inizio, fino a trovare la sua miglior stagione proprio nell’anno dei mondiali, allo Sheffield United. In una nazionale come Curaçao ogni giocata può pesare il doppio, con la sua capacità di portare palla e accendere la scintilla, ricevendo largo e tentando l’ultimo passaggio: in un girone difficilissimo, con Germania, Ecuador e Costa d’Avorio, Advocaat avrà bisogno di lui per trasformare dieci metri di campo in una possibilità concreta.

Calciatori simili: Alex Iwobi 

Centralità nella nazionale: medio-alta

Punti di forza: conduzione

Scenario migliore: Curaçao debutta contro la Germania e passa buona parte della partita a difendersi, ma ogni volta che Chong riceve largo costringe il terzino tedesco a correre all’indietro e regala alla squadra qualche secondo di ossigeno. Contro l’Ecuador Advocaat prepara una gara di attesa, fino al momento in cui Chong riceve sulla destra, rientra sul sinistro e segna il gol più importante della storia calcistica dell’isola, che vale il pareggio. Contro la Costa d’Avorio, Curaçao si gioca il tutto per tutto e Chong firma anche un assist da calcio piazzato. La nazionale chiude ultima nel girone, ma il suo estro lo renderà uno delle favole più belle dell’intero mondiale e lo porterà ad essere ingaggiato dal Fulham.

Scenario peggiore: Il livello del girone è semplicemente troppo alto. La Germania soffoca Curaçao nella propria metà campo, l’Ecuador gli toglie le linee di passaggio e la Costa d’Avorio lo raddoppia appena riceve largo. Chong finisce per prendere palla troppo lontano dalla porta, spesso spalle alla linea laterale, costretto a tentare conduzioni impossibili contro avversari più fisici e organizzati. Curaçao si rivelerà la squadra con la differenza reti peggiore della storia dei gironi della Coppa del Mondo e la sua carriera rimarrà confinata in un’eterna Championship, prima di tornare in patria.


Girone F (Tommaso Paolantonio)

Jorrel Hato – Olanda

È arrivato la scorsa estate al Chelsea con enormi aspettative; piuttosto normale, quando sei tra i migliori talenti dell’Ajax. Ma se in questa stagione in Inghilterra non ha brillato particolarmente, è con i Lancieri che ha dimostrato quelle che sono le sue vere potenzialità: atletico ma allo stesso tempo elegante, Hato incarna perfettamente la definizione di difensore moderno che sa impostare dal basso e non ha paura quando deve gestire il pallone (92% precisione passaggi in Premier League). Anche in fase difensiva risulta solido: non si lascia superare facilmente nell’uno contro uno e ha un ottimo senso della posizione. Ciò che stupisce è però la velocità e l’esplosività in accelerazione, nonostante una stazza che normalmente finirebbe per limitarlo. Palla al piede è infatti una furia (non a caso Farioli lo ha definito un “leone”) grazie ad un’innata rapidità, freddezza e controllo sotto pressione. 

Al mondiale, però, come anticipato, non arriva preparatissimo. In questa stagione di Premier League, nonostante sia sceso in campo in 31 occasioni, non ha mai davvero lasciato il segno, a differenza delle sue stagioni all’Ajax, e per questo si vede scavalcato nelle gerarchie. Ma come ci dimostra la storia di questa competizione, in cui anche il più inaspettato ranocchio può trasformarsi in un campione iconico, Hato potrebbe rivelarsi un’arma inaspettata.

Calciatori simili: Lucas Hernandez e Jurrien Timber

Centralità nella nazionale: medio-bassa

Punti di forza: capacità nell’uno contro uno, conduzione palla al piede, duttilità difensiva

Scenario migliore: L’Olanda parte forte e concede pochissimo. Contro il Giappone, all’esordio, Koeman lo schiera terzino sinistro bloccato. Una mossa vincente: Hato riesce a contenere le sfuriate sulla destra di Doan e Kubo, contribuendo al 2-0 degli Oranje. Contro la Svezia sale ulteriormente di livello: con le sue conduzioni rompe la prima pressione scandinava e manda spesso in crisi il sistema di Potter. L’Olanda riesce a portarsi a casa anche la seconda gara del girone, con un secco 2-1. Contro la Tunisia, Koeman lascia Hato libero di agire sul fronte offensivo. Durante il match sfiora anche il gol: un sinistro dal limite dopo una lunga progressione palla al piede. L’Olanda chiude il girone a punteggio pieno. Ai sedicesimi contro il Marocco disputa forse la miglior partita della competizione: vince duelli, anticipa continuamente David e costruisce l’azione del gol decisivo con una verticalizzazione che taglia il campo.

Nei quarti, contro la Corea del Sud, è lui a reggere l’urto emotivo della partita dopo il vantaggio iniziale di Son. L’Olanda passa ai rigori e Hato segna uno dei penalty più pesanti della serie. La corsa Oranje si interrompe solamente contro la Francia. Nei 90 minuti Mbappé lo punta continuamente ma Hato lo lascia scappare una sola volta, quella in cui il francese segna il decisivo gol dell’1-0. 

Scenario peggiore: Koeman decide di alternarlo spesso, preferendo i momenti di forma di van de Ven e van Hecke  nei momenti chiave. Contro il Giappone entra male: soffre i movimenti interni di Doan e perde il duello che porta al gol del vantaggio nipponico. L’Olanda riesce comunque a pareggiare, ma le critiche in patria si concentrano soprattutto sulla sua gestione difensiva.

Nella seconda gara contro la Svezia torna titolare, stavolta da centrale sinistro. L’impatto fisico di Gyökeres lo mette in difficoltà e in occasione del secondo gol svedese sbaglia completamente il tempo dell’uscita. L’Olanda perde 2-1 e Koeman, per la gara decisiva contro la Tunisia, sceglie di affidarsi a una linea più esperta. Hato resta in panchina per quasi tutta la partita e vede gli Oranje qualificarsi senza convincere. Ai sedicesimi contro il Marocco entra nel finale dopo l’infortunio di Aké, ma paga l’emozione: una lettura sbagliata su una transizione concede il gol che elimina l’Olanda.

Ritsu Doan – Giappone

A Friburgo, dopo la finale di Europa League persa contro l’Aston Villa, qualcuno probabilmente l’ha pensato davvero: “E se ci fosse stato Doan?”. Una sensazione che ricorda quella dei tifosi della Juventus nel 2003 senza Pavel Nedvěd. Perché Doan non è solo uno dei migliori giocatori passati ultimamente al Freiburg: è soprattutto uno di quei calciatori che cambiano il ritmo emotivo della partita.

Oggi all’Eintracht Francoforte, Doan è uno di quei mancini che ama partire da destra, e a guardarlo è inevitabile il paragone con Michael Olise. Non tanto per estetica, quanto per il modo in cui manipola il tempo del gioco. Doan accelera e rallenta a piacimento: riceve, punta l’uomo, si ferma, aspetta il movimento del compagno e poi decide quando far deflagrare l’azione. Il suo dribbling non è solo tecnica, è gestione del caos.  

Ma come arriva al Mondiale? Nella straordinaria campagna del Mondiale 2022, ha guidato i suoi nelle vittorie, contro Germania e Spagna, con due gol. A marzo, invece, ha contribuito con i compagni alla vittoria per 1-0 contro l’Inghilterra. Nel Giappone gioca largo a destra, come esterno di centrocampo nel 3-4-2-1 di Moryasu, formando con Kubo una delle corsie laterali più letali della competizione.

Calciatori simili: Michael Olise

Centralità nella nazionale: alta

Punti di forza: gestione dei ritmi col dribbling, associazioni nello stretto, capacità di rientrare e calciare a giro

Scenario migliore: Il Giappone si presenta al Mondiale come una delle outsiders più intriganti e lo dimostra da subito: 2-0 all’Olanda all’esordio e doppietta di Doan. Un inizio da sogno. Contro la Tunisia, non c’è storia: 3-1, ancora gol e assist per il numero dieci nipponico, sempre più al centro del sistema di Hajime Moriyasu. Con la qualificazione già in tasca, il CT fa turnover contro la Svezia. Doan resta dentro, anche senza entrare nel tabellino: è lui ad avviare l’azione dell’1-1 finale con una conduzione che rompe il pressing svedese.

Ai sedicesimi il Giappone sorprende ancora eliminando il Marocco 2-1. Sul primo gol c’è tutta la sua sensibilità tecnica: inserimento interno e assist perfetto per Kubo. Agli ottavi arriva il Derby delle Tigri Asiatiche contro la Corea del Sud: partita sporca, nervosa, decisa da una giocata di Doan che regala l’1-0 ai Samurai Blu. La corsa si interrompe ai quarti contro la Francia. Troppa qualità, perfino per la resistenza dei giapponesi: prima Mbappé, poi Upamecano chiudono, dopo un grande cammino, il sogno nipponico. 

Scenario peggiore: Dopo un girone sofferto e con zero reti, il Giappone conclude come terza, ma non nelle migliori otto, tradendo le aspettative. Nei gironi, Doan non riesce a lasciare il segno. Contro la Svezia ha sui piedi il pallone che potrebbe qualificare il Giappone tra le migliori terze, ma forza la conclusione invece di servire il compagno libero. I Samurai Blu terminano anticipatamente il loro torneo, con una cocente delusione. 

Daniel Svensson – Svezia

Tra i giocatori che possono cambiare il livello della Svezia c’è Daniel Svensson. Classe 2002, ha chiuso la stagione con 45 presenze, 4 gol e 2 assist. Numeri che riflettono come al Borussia Dortmund sia stato molto più di una semplice alternativa di sistema. Definirlo “terzino” infatti rischia di impoverire quelle che sono le sue vere qualità in campo. Svensson è uno di quei giocatori che esistono soprattutto nelle squadre moderne: esterno, mezzala, quinto, terzino su entrambe le corsie. Il suo poliformismo si è visto contro la Polonia nel match di qualificazione ai Mondiali, in cui ha ricoperto praticamente ogni zona della metà destra del campo. 

Per la Svezia di Graham Potter può diventare una risorsa decisiva soprattutto nelle transizioni. Da terzino aggiunto ha il passo per accompagnare il contropiede, ma anche l’intelligenza per occupare gli spazi interni quando la squadra si abbassa.

Ciò che stupisce, insieme alla sua duttilità in campo, è la resistenza fisica dello svedese: nel Borussia Dortmund è il giocatore con il più alto numero di corse ad alta intensità (2688) e più sprint (582) in stagione. 

Calciatori simili: Joshua Kimmich

Centralità nella nazionale: media

Punti di forza: duttilità in campo, intensità atletica

Scenario migliore: Nella gara d’esordio, la Svezia domina la Tunisia: 3-1, doppietta di Gyokeres e gol di Isak nel recupero. Sul primo gol del cannibale, Svensson è protagonista, grazie al cross che consegna la rete di testa di Gyokeres. Contro l’Olanda torna nella sua posizione naturale, ma è costretto a giocare basso a causa dei continui attacchi degli Oranje, in un match che finisce in una sconfitta per 2-0. Nell’ultima gara contro il Giappone, la Svezia strappa un pareggio che gli sta stretto. Svensson viene schierato a centrocampo, di fianco a Karlstrom a causa di un fastidio che tiene ai box Ayari. Disputa un’ottima partita grazie ai suoi continui inserimenti alle spalle della difesa. Sono i 4 punti raccolti nel girone, che valgono il passaggio del turno.

Ai sedicesimi c’è il Canada, praticamente in casa. Ancora una volta l’asse Svensson-Gyokeres è fondamentale, la Svezia accede agli ottavi. Contro il Portogallo, però, la corsa si ferma: la doppietta di Cristiano Ronaldo manda a casa la Nazionale allenata da Potter.

Scenario peggiore: La Svezia stecca subito contro la Tunisia: 2-2 e partita in cui Svensson soffre soprattutto le accelerazioni sulla sua fascia. Fatica a leggere le transizioni e non riesce quasi mai a incidere in fase offensiva. Contro l’Olanda disputa una gara ordinata, ma a metà secondo tempo sente tirare il flessore ed è costretto a uscire. Gli esami parlano di stiramento: Mondiale finito. L’ultima partita contro il Giappone diventa così un dentro o fuori che gli svedesi perdono nel recupero, salutando il torneo già ai gironi.

Ismael Gharbi – Tunisia

In quella che sembra essere la Cenerentola del Girone F, c’è un ragazzino che potrebbe sorprendere tutti. Si tratta di Ismaël Gharbi: nato nel 2004 da padre tunisino e madre spagnola. Cresciuto calcisticamente e personalmente in Francia, tra PSG e Paris FC. Nonostante l’imbarazzo della scelta nelle nazionali da rappresentare, la scelta è ricaduta sulla Tunisia.

Nell’ultima stagione, all’Ausburg, non ha trovato lo spazio che ci si aspettava: solo 7 presenze in tutte le competizioni e nessuna partecipazione al gol. Il mondiale può diventare per lui il palcoscenico ideale per rilanciarsi. Il talento, d’altronde, non è mai stato in discussione. Tra Stade Lausanne Ouchy e SC Braga aveva già mostrato lampi da giocatore differente: dribbling corto, cambi di direzione, conduzione stretta e quella rapidità di tocco costruita osservando da vicino Lionel Messi negli anni parigini. Insomma, Ismael sembra avere dentro quella tecnica innata, tipicamente nordafricana.

La sua convocazione arriva dopo aver rappresentato sia la Francia che la Spagna a livello giovanile salvo poi, ad agosto 2025, decidere di rappresentare la Tunisia, esordendo nel settembre dello stesso anno.

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Centralità nella nazionale: bassa

Punti di forza: Dribbling, passaggio e controllo di palla

Scenario migliore: La Tunisia all’esordio strappa una vittoria sporca contro la Svezia: 1-0, gol di Mastouri e assist di Gharbi, subentrato a metà secondo tempo. Bastano quei venti minuti per convincere Lamouchi a dargli una chance da titolare contro il Giappone. Non si va oltre l’1-1, ma è la gara in cui il classe 2004 si prende il palcoscenisco: qualità nel dribbling, ricezione tra le linee e difesa giapponese in difficoltà su ogni accelerazione. Contro l’Olanda la differenza di livello emerge e la Tunisia perde 2-0, ma i risultati precedenti permettono lo stesso alle Aquile di Cartagine di passare il turno tra le migliori terze. Ai sedicesimi incontrano la Germania, prima nel Girone E: più organizzata e più pronta per una nazionale ancora inesperta. Finisce 3-1, ma nel finale Gharbi riesce comunque ad emergere grazie ad un destro a giro che lascia la sensazione di aver visto nascere qualcosa.

Scenario peggiore: Nell’esordio contro la Svezia, Gharbi non riesce ad entrare dentro il match, sprecando l’opportunità offerta dal CT Lamouchi. Tocca pochi palloni e forza anche le giocate semplici e la Tunisia si ferma sul pareggio. Contro il Giappone sembra tutt’altra storia: trova spazi, salta l’uomo e crea un paio di occasioni. Nel finale, però, i samurai blu scagliano il colpo vincente e indirizzando il girone. Contro l’Olanda non c’è storia: 3-0 secco e definitiva eliminazione. Contro gli Oranje, il talento tunisino rimane in panchina terminando la sua avventura al Mondiale.