Perché nessuno vuole Chiesa?

Analisi della strana situazione che sta vivendo l’attaccante della Juventus.

Nel post-partita di Italia-Albania, intervistato da Sky dopo aver ricevuto il premio di migliore in campo, Federico Chiesa per un secondo sembra finalmente sereno. Non riesce a trattenere il sorriso; anche mentre risponde alle domande, sembra fisicamente incapace di controllare i muscoli del viso. Alla domanda sulle sensazioni che può generare una rimonta del genere, lui risponde genuinamente: «Ho avuto un flashback della finale degli scorsi Europei»

A primo impatto è chiaro che si riferisse puramente allo svantaggio immediato che aveva accomunato le due partite. A voler leggere tra le righe, però, forse c’è qualcosa di più. È troppo malizioso credere che con la mente volesse tornare nel suo posto felice, aggrappandosi al momento più bello della sua carriera, ora che sta vivendo il più difficile?

La gioia però è durata poco. Dopo l’amarezza che ha lasciato la sconfitta con la Svizzera, si è anche incrinato il rapporto tra il giocatore e la Juventus. Con il contratto in scadenza nel 2025, Thiago Motta ha reso chiaro che non ci sarebbe stato posto per l’attaccante nel nuovo progetto bianconero. Nonostante Chiesa abbia insistito per restare, le richieste importanti di rinnovo e le scelte del neo-allenatore hanno spinto Giuntoli a sondare il terreno per la cessione. Qualche squadra si è timidamente affacciata alla finestra, ma l’insistenza del giocatore a voler rimanere in bianconero ha forzato la mano di allenatore e società, che per evitare di perderlo a zero a giugno lo ha messo fuori rosa. Una escalation di eventi che nessuno a Torino aveva previsto, resa ancor meno sopportabile da un mercato fin troppo disinteressato.

Il rendimento altalenante dell’ultima stagione non ha sicuramente aiutato il giocatore ad attirare eventuali acquirenti. Fatta eccezione per qualche picco, il giudizio complessivo è stato negativo, forse il peggiore da quando veste la maglia bianconera. Per alcuni l’impressione è che sia stato ostacolato da un sistema di gioco ancora troppo conservativo; per altri sono state le conseguenze fisiologiche dell’infortunio a frenarlo; per altri ancora sono semplicemente emersi i limiti del calciatore. Tre tesi ugualmente condivisibili e supportate dai dati, e che ci danno una prima parziale risposta alla domanda nel titolo.

Che giocatore è Chiesa?

È dal suo rientro in campo nel novembre del 2022 che si attende il ritorno del “vero Chiesa”. Questa figura ormai messianica, circondata dalla stessa mistica con cui i Fremen raccontano il Lisan al Gaib, sembra sempre la risposta ai problemi delle sue squadre. Se ne è parlato quando la squadra di Allegri è parsa senza grandi idee offensive nel corso delle ultime tre stagioni. Il discorso è tornato di moda mentre un’Italia povera di iniziativa non riusciva a qualificarsi al mondiale in Qatar. La risposta era sempre la stessa: «le cose miglioreranno quando tornerà il vero Chiesa»

Momenti in cui Chiesa sembrava inarrestabile.

Il nodo che però sembra frenare il mercato, ma anche la Juventus stessa, è capire chi sia questo “vero Chiesa”. Si è mai visto veramente? È stata forse un’allucinazione collettiva? 

Anche nel 2021, quella che viene considerata la sua stagione migliore, Chiesa era un giocatore incompleto, come è normale che sia per un giocatore di ventitré anni. Elettrizzante, esplosivo e già determinante, ma con tutte le piccole imperfezioni che normalmente si sgrezzano col raggiungimento della piena maturità calcistica. Non è tanto il Chiesa del 2021 a mancare quindi, quanto la visione di quello che potesse diventare. E se il primo sembra ormai un ricordo lontano, pensare che riesca addirittura a superare quei livelli pare ormai impossibile. La Juventus sembra essere di quell’idea, avendolo messo alla porta. Il fatto che nessun club abbia mostrato un interesse sufficientemente concreto per aggiudicarselo dimostra che la diffidenza della società bianconera sia quantomeno condivisa. 

Un’analisi più approfondita

Nonostante una narrativa a tratti apocalittica, in realtà nell’ultima stagione la produzione offensiva di Chiesa è stata molto simile a quella della stagione 2020-21. Dalle statistiche avanzate si evince che in parte è stato costretto ad allungare il suo bacino d’azione, abbassando di qualche metro il suo baricentro, ma che generalmente ha prodotto numeri simili. È pressoché identico il numero di gol attesi (xG) per 90 minuti (0,25 nel 2020-21, 0,23 nel 2023-24). Il numero di gol (9) e il numero di tiri in porta per 90 minuti (1,02) è rimasto invariato, seppur calando nella precisione (il 41,7% dei suoi tiri ha centrato lo specchio nel 2020-21, dato sceso al 33,8% del 2023-24). È poi aumentata la creazione di occasioni che terminano in un tiro (3,62 nel 2020-21; 4,80 nel 2023-24), a dimostrazione di una maggior responsabilizzazione in fase offensiva.

Di contro, anche per colpa dell’imprecisione dei compagni, è sensibilmente diminuito il numero di assist: 9 nel 2020-21, 2 nel 2023-24. È poi aumentata la distanza media dei tiri presi di un paio di metri, come è aumentato notevolmente il numero di conduzioni palla al piede tentate. È poi diminuita la percentuale di completamento dei passaggi di cinque punti percentuali (dal 75,8% al 69,9%). Tutti dati che testimoniano come le scelte conservative di Allegri lo abbiano sovraccaricato di compiti che di conseguenza ne hanno minato la lucidità.

La statistica che però meglio racconta l’involuzione del giocatore è quella che concerne i dribbling. Nella stagione 2020-21 Chiesa ha tentato una media di 3,41 dribbling per 90 minuti, completandone 1,95; in quella appena conclusa ne ha tentati invece 3,89 per 90’, completandone solo 1,43. Il crollo nella percentuale di dribbling riusciti – dal 57,1% al 36,8% – è indicativo di un giocatore confuso e disordinato, che troppe volte abbiamo visto abbassare la testa per correre dritto per dritto.

Non è un caso che quella che è considerata la sua peggior stagione coincida con quella in cui è stato tradito dal fondamentale in cui più eccelle. La sua pericolosità è sempre dipesa dai suoi dribbling; sprovvisto di un tiro particolarmente pericoloso da fuori area, e non avendo mai affinato la visione e la raffinatezza tecnica necessarie per accentrare il suo gioco sulla trequarti, Chiesa ha sempre fatto dell’uno contro uno sulla corsia esterna la sua arma in più. Un infortunio grave come quello che ha subitone ha forse ridotto l’esplosività, limitando (se non fisicamente, quantomeno psicologicamente) quello che a tutti gli effetti era ciò che lo distingueva. La scarsa lucidità dovuta agli innumerevoli compiti di sacrificio a lui riservati ha poi fatto il resto.

Il confronto con i migliori dribblatori del nostro campionato è impietoso. Anche Yıldız, nonostante la giovanissima età, si è dimostrato di gran lunga più efficiente.

Nei momenti in cui è mancato il suo dribbling d’elite è venuto fuori un giocatore limitato. Non ha un intuito particolarmente raffinato, non ha grandi letture e troppo spesso si intestardisce inutilmente alla ricerca della soluzione individuale più complessa. È diventato quasi caricaturale il modo in cui si ingobbisce, in una guerra personale contro gli avversari, i compagni e la forza di gravità.

Il confronto con i colleghi non lo aiuta. Tra i 25 giocatori del campionato con almeno 60 tiri in stagione, Chiesa è diciassettesimo per percentuale di tiri che hanno trovato lo specchio. Il suo 69,6% di completamento dei passaggi lo pone invece a malapena sopra il trentanovesimo percentile fra i pari ruolo in Europa. Nonostante ciò, è rimasto il principale accentratore di gioco della Juventus. Nella passata stagione è infatti stato il primo per tocchi nella trequarti offensiva, secondo invece per tocchi dentro l’area. Allegri gli ha sostanzialmente affidato le chiavi dell’attacco, facendo però emergere la sua scarsa dimensione associativa. La manovra ha spesso risentito della sua imprecisione, e insieme allo scarso coinvolgimento offensivo del resto della squadra è uno dei motivi che ha portato la Juventus a non andare oltre gli 1,33 npxG per 90 minuti.

Questa analisi ci riconsegna un giocatore imperfetto: a tratti brillante, a tratti frustrante, complessivamente discontinuo e che diventa addirittura dannoso nelle serate no. Un profilo pur sempre positivo, che sarebbe un lusso per le ultime quindici squadre del nostro campionato, ma che diventa un rischio per le prime cinque, guarda caso le uniche mete di suo gradimento.

Di chi è la colpa?

A cosa dobbiamo attribuire questo calo quindi: all’infortunio, ad Allegri o a Chiesa stesso? Probabilmente la risposta si trova nel punto di convergenza tra questi tre fattori.

È difficile capire dall’esterno quanto sia limitante un infortunio dal punto di vista fisico; ogni caso è diverso. Ad oggi Chiesa non sembra però particolarmente imbolsito o rallentato, e anzi molto spesso i suoi strappi sono sembrati ugualmente esplosivi. Paradossalmente, le conseguenze più evidenti dell’infortunio sembrano essere quelle indirette, legate non tanto al danno fisico in sé quanto al contesto che l’infortunio ha creato. Essendosi infortunato nel periodo in cui un calciatore normalmente entra nella piena maturità, Chiesa ha perso quasi due anni fondamentali per affinare il suo gioco e le sue scelte. Con questo sono anche venute meno le sue certezze, condizionando anche la fiducia nei suoi mezzi. 

Questa involuzione è poi continuata nello scacchiere di Allegri, in cui Chiesa è sembrato troppo spesso un mulo da soma, relegato a fare avanti e indietro tra le due trequarti per far risalire il pallone. Non dovrebbe quindi sorprendere che con 111 progressioni palla al piede in stagione fosse primo per distacco tra i bianconeri. Una serie di compiti ingrati che negli ultimi due anni lo hanno diseducato calcisticamente, contribuendo a un processo di scarnificazione del suo gioco. Inculcandogli nel mentre la convinzione di essere abbastanza autosufficiente per determinare da solo l’esito delle partite.

Sono poi emersi i limiti del giocatore, che prima dell’infortunio erano stati almeno parzialmente mascherati da un dominio espresso nell’uno contro uno. La sua incapacità nel trovare soluzioni alternative non è mai stata un problema fin quando è riuscito a uscire dalle situazioni più complesse anche solo allungandosi il pallone. Le difficoltà sono emerse quando ha dovuto cercare soluzioni meno intuitive, rallentando il suo gioco e di contro realizzando che il suo motore tende a spegnersi a giri più bassi. 

I suoi errori sono quasi sempre nella scelta ancor prima che nell’esecuzione, figli di un disordine mentale e non tecnico. Le sue qualità rimangono indiscutibili, ma è evidente che l’aver perso gli anni cruciali della sua maturazione, tra l’infortunio al ginocchio e il progetto poco propositivo di Allegri, abbia arrestato drammaticamente il suo sviluppo. 

Al minuto 1.26 si vede Chiesa in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Forse condizionato da un primo controllo difettoso non vede il taglio di Vlahovic in posizione favorevole; quindi salta secco Kristensen e calcia col piede debole dal limite, trovando il palo.

Dove si va da qui

Chiesa rimane un giocatore formidabile, a prescindere dai limiti che abbiamo elencato. Nonostante un percorso difficile, falcidiato da infortuni e progetti tecnici disfunzionali, continua a far intravedere dei lampi di brillantezza che ne confermano il valore. Forse basterebbe ridurre il suo raggio d’azione, avvicinandolo alla porta anche per sfruttare le sue innegabili qualità in finalizzazione. Ne beneficerebbe in lucidità, aiutandolo anche a sviluppare meglio il suo decision making. Il valore del giocatore rimane indiscutibile, ma non è più il bambino prodigio per cui sarebbero piovuti assegni in bianco solo tre anni fa. Ad oggi, per il giocatore che è, bisogna anche fare i conti con le inevitabili dinamiche di bilanci e di mercato che affliggono le società. Chiesa a ottobre compirà ventisette anni, e considerati i suoi problemi fisici e i suoi limiti tecnico-tattici, difficilmente si può pensare di arrivare alle cifre richieste dal club e dal giocatore. 

Non è poi da sottovalutare quanto Chiesa tenda ad accentrare il gioco su di sé. Una squadra che sceglie di puntare su di lui sacrificherebbe gran parte della manovra in suo favore, con la consapevolezza che non è più giovanissimo e che difficilmente ha grandi margini di miglioramento. Questo, unito al fatto che rischia di essere problematico anche da un punto di vista gestionale (per via di un importante stipendio e un trascorso da protagonista alla Juventus e in nazionale), porta a credere che potrà solo unirsi a un club che sceglierà di metterlo completamente al centro del progetto.

Molti grandi club hanno quindi girato alla larga da quella che inizialmente poteva sembrare un’irresistibile offerta di mercato. Se da un lato Chiesa ha fatto capire di voler giocare la Champions League, gran parte dei club che la giocheranno non sembrano interessati al giocatore, quantomeno a questi termini. Mentre la Juventus sembra virare su profili più giovani e plasmabili, alcuni dei club che si erano affacciato hanno optato per opzioni più economiche e sostenibili; altri invece continuano a temporeggiare per costringere i bianconeri e il giocatore ad abbassare le pretese. 

Ad oggi il futuro di Chiesa rimane indecifrabile. La situazione che sta vivendo oggi era impronosticabile per chiunque solo tre anni fa; probabilmente nessuno oggi resce a immaginarsi dove sarà quindi fra tre anni. Se la sua storia continuerà a essere segnata da questi continui colpi di scena, a noi non resta che stare a guardare.