Prevedibile, imprevedibile Roma

Nessuno danza pericolosamente vicino all’orlo del precipizio come la squadra di Mourinho.

Uscendo dall’Olimpico, l’impressione avuta alla fine dei complessivi centouno minuti di Roma-Fiorentina è stata quella di aver assistito a una partita formulata da un random number generator, architettata, cioè, da un algoritmo, come se qualcuno avesse chiesto a chatGPT di compilare il tabellino della partita. Se però spesso associamo la casualità alla sfortuna, questo non sembra valere per la Roma, che invece al caso sembra abbandonarsi volutamente, come in una relazione tossica che dà e toglie. 

Non sorprende che le partite della Roma siano sempre profondamente segnate da episodi apparentemente casuali, anche perché incidono (positivamente e negativamente) in maniera periodica e puntuale sull’esito delle partite. Questo dovrebbe però sollevare dei dubbi sulla sostenibilità a lungo termine dell’approccio degli uomini di Mourinho. La prestazione dei giallorossi contro la Fiorentina è un compendio dei pregi e dei difetti della squadra costruita negli ultimi tre anni, e la sublimazione delle critiche mosse nei confronti del suo allenatore nel corso di questo ciclo. L’illusione di un buon piazzamento, in una classifica ancora in costante mutamento – e che in vista del calendario rimane molto precaria – ha fatto passare in secondo piano determinati aspetti che, alla lunga, rischiano di compromettere la stagione. 

Kristensen, autore di un gol fortunato contro il Sassuolo.

Nonostante si possa dire che entrambe le squadre abbiano lasciato due punti sul prato dell’Olimpico, chi ha più da rimproverarsi è sicuramente la Roma. Fino all’espulsione di Zalewski la squadra di Mourinho stava legittimando il vantaggio, nonostante il prevedibile atteggiamento passivo e la volontà di lasciare il possesso all’avversario. Ad inizio partita era entrata meglio in campo, e il gol dopo cinque minuti è nato soprattutto da una riscoperta consapevolezza offensiva dei giallorossi. Se il secondo tempo è stato passato in gran parte nella propria metà campo, nel primo si era vista invece una delle più importanti novità della Roma di quest’anno: il pressing. 

Rispetto alle scorse stagioni infatti gli uomini di Mourinho hanno adottato un atteggiamento senza palla più aggressivo, con alcuni meccanismi di riaggressione che – nei frangenti di partita in cui vengono attivati – sono risultati molto efficaci. La fisicità della Roma nella metà campo avversaria è sicuramente diventata un fattore che permette di costruire azioni pericolose senza doversi affidare obbligatoriamente alla costruzione dal basso. Questo è un altro fondamentale sul quale ha lavorato molto la squadra, complice la crescita di Diego Llorente. Nel sostituire Smalling, lo spagnolo ha introdotto nel terzetto difensivo qualità tecniche che prima mancavano, diventando il primo regista della squadra. I meccanismi di uscita però non si sono sempre rivelati fruttuosi con continuità, soprattutto per i limiti tecnici dei compagni di reparto. 

Il pressing è diventato quindi un playmaker aggiunto, con la Roma che è infatti quarta per PPDA (passes per defensive action, statistica che misura i passaggi concessi per azione difensiva; in altre parole quanto viene lasciato il pallone all’avversario per manovrare nella propria metà campo prima di riconquistare il pallone o di commettere un fallo). L’anno scorso in questa metrica gli uomini di Mourinho hanno chiuso la stagione tredicesimi, a dimostrazione che il portoghese stia cercando di sfruttare maggiormente l’aggressività dei suoi uomini difensivi (e forse nascondere i loro difetti in costruzione). 

Fonte: TheAnalyst.com

La rete del vantaggio di Lukaku testimonia i miglioramenti della squadra da questo punto di vista: un lancio fuori misura di Rui Patricio proprio per il belga costa il possesso ai giallorossi, che però si dimostrano subito proattivi nella riconquista del pallone. Dybala esce su Ranieri, il raddoppio di Pellegrini costringe il centrale ad appoggiarsi a Biraghi, sul quale però si stacca rapidamente Kristensen. Il terzino italiano torna da Ranieri sul quale però è rimasto l’argentino; il sedici viola a quel punto si trova circondato da maglie giallorosse ed è costretto a lanciare lungo in maniera imprecisa. Un’uscita molto aggressiva di Mancini, addirittura oltre il cerchio di centrocampo, gli permette di anticipare Kouamé, sporcando il pallone sul quale poi si avventa Paredes. Questo appoggia a Cristante, che a sua volta con una verticalizzazione d’esterno trova in isolamento Kristensen rimasto alto.

Con pochissimo la Roma è riuscita quindi a disinnescare la costruzione dal basso della Fiorentina (che rimane il punto di forza della squadra di Italiano) e creare un’azione offensiva pericolosa. La posizione del terzino danese poi induce Arthur a un’indecisione che lascia lo spazio necessario a Dybala e Cristante per un uno-due preciso, culminato con la gran trivela dell’argentino per la testa di Lukaku. 

Passano meno di nove secondi tra il lancio a vuoto di Rui Patricio e l’anticipo di Mancini.

Il gol sembra il preludio per una grande partita della Roma, che però solo timidamente insiste sugli stessi principi. L’infortunio di Dybala scombussola inevitabilmente i piani dei giallorossi, che perso il loro leader tecnico sembrano accusare il colpo psicologicamente, abbassando drasticamente il baricentro e lasciando di conseguenza pallone e campo ai viola. Per quanto possa sembrare una scelta consapevole o un rischio calcolato, bisogna valutare l’impatto che il possesso palla ha in partite come questa. 

Nel post-partita di Napoli-Inter dell’anno scorso Luciano Spalletti si era espresso su questo dibattito, affermando che “Il possesso palla conta, perché se li fai sbattere a destra e sinistra buttando via energie poi ci sta che uno faccia il fallo in più perché non trovano la palla”. Secondo il commissario tecnico della nazionale, la scelta di un atteggiamento remissivo sostanzialmente non paga, perché le costanti corse a vuoto dei giocatori costano lucidità e precisione, che nel caso della Roma è abbastanza evidente nella doppia espulsione di Zalewski e Lukaku. 

Zalewski esce dal campo sconsolato.

Se per qualcuno è l’ingenuità dell’esterno polacco a compromettere la gara, è sufficiente un’occhiata agli expected goals della partita per vedere che la Roma aveva fondamentalmente deposto le armi già al quarantaduesimo, a differenza della Fiorentina che ha continuato a creare occasioni e che al momento dell’espulsione di Zalewski era già in vantaggio nel conteggio degli xG per 0.75 a 0.68. Il rosso è poi stato ridotto a un episodio sfortunato, ma c’è da interrogarsi sul rapporto che la Roma ha col caso e con il concetto di controllo. La scelta di schiacciarsi in lunghe fasi di difesa posizionale riduce il numero di eventi possibilmente avversi, ma ne aumenta il peso specifico nell’economia della partita. A tratti questo crea situazioni di controllo, in altri ne dà solo l’illusione. Poi non è detto che non paghi, come dimostra la partita di Sassuolo che ha visto i capitolini premiati dagli episodi, ma è difficile che ciò avvenga in maniera sostenibile sul lungo termine. 

Anche il solo fatto che la Roma giochi partite sempre molto ruvide, con un’aggressività non indifferente dei suoi giocatori, ha i suoi pregi e difetti. Il livello di tensione è sempre palpabile, con l’impressione che le partite rischino sempre di incattivirsi inutilmente. Una strategia che fino ad ora ha portato i suoi frutti, visto che è la squadra migliore in Serie A per cartellini gialli e rossi provocati. Con i suoi atteggiamenti sopra le righe si è guadagnata la reputazione di squadra cattiva, ma in realtà i giallorossi sono nella media per numero di falli fatti e per numero di ammonizioni ed espulsioni ricevute, indicatori che dimostrano l’ottima tenuta mentale degli uomini di Mourinho fino ad ora.

L’uscita dal campo del Belga dopo il fallo su Kouamé. (copyright: ANSA)

Questo approccio sempre chirurgicamente “al limite” ha spesso indotto gli avversari a commettere ingenuità, senza però mai esagerare e finire col perdere la testa. Mantenere sempre questo livello di agonismo, con i nervi a fior di pelle, le costanti provocazioni, il loop di proteste veementi e una serie di duelli sempre molto duri, però, porta a camminare su un ghiaccio sottilissimo, dove è sufficiente la minima leggerezza per far degenerare la partita, come si è visto domenica.

I primi venti minuti dei giallorossi confermano che non mancano i mezzi tecnici, fisici e mentali per percorrere una strada diversa; controllare veramente le partite, imponendosi attraverso il rapporto privilegiato che intercorre tra i propri giocatori più qualitativi e il pallone (in aggiunta a una non indifferente alchimia che si è formata all’interno dello spogliatoio). I meccanismi di riaggressione funzionano, e l’abbondanza di qualità nel reparto offensivo è un fattore determinante in un campionato ormai povero come la Serie A. Risulta quindi difficile da spiegare la scelta di complicarsi la vita, affidandosi al caso con la presunzione di riuscire a controllarlo, come l’eroe tragicamente sconfitto dal suo stesso hybris

La dimostrazione che una strada diversa esiste.

La Roma gioca con il fuoco e spesso ci si scotta, preferendo partite di sofferenza, che non è pronta a sopportare, al dominio sul campo, che sembra starle meglio addosso. L’impressione è quella di uno spreco di uno dei patrimoni tecnici più importanti della Serie A, con Lukaku costretto a infinite corse all’indietro che ne riducono la lucidità, o Dybala impegnato in duelli continui che mal si conciliano con la sua fragilità fisica. A questi si aggiungono giocatori come Zalewski, Aouar e Pellegrini, che per motivi diversi beneficerebbero di un sistema maggiormente improntato sul controllo del pallone. 

Se sorgono delle perplessità sulla fase offensiva, la scelta di queste partite all’insegna del sacrificio è ancora più inspiegabile considerati i limiti del reparto difensivo giallorosso. Oltre alle già citate qualità che la Roma ha fatto vedere difendendo in avanti, è emersa la fallibilità dei suoi giocatori nel difendere all’indietro. La solidità difensiva alla quale aspirano i giallorossi, e della quale necessitano per giocare partite di questo genere, è ottenibile solo attraverso una perfezione quasi diabolica, con un’attenzione al dettaglio maniacale che solo calciatori d’elite possono sostenere con regolarità. Sembra quasi che i suoi difensori abbiano raggiunto la soglia umana massima di precisione difensiva, dove però umana significa anche imperfetta, e imperfetta alla lunga significa penetrabile. 

Diego Llorente, autore di una stagione fin qui più che positiva.

L’infortunio di Smalling – il giocatore che più di tutti è sembrato in grado di sostenere con continuità quel livello di attenzione e precisione – ha destabilizzato la solidità difensiva giallorossa. L’assenza dell’inglese ha fortemente responsabilizzato i compagni di reparto, e questi in momenti diversi si sono rivelati vulnerabili. Verrebbe da dire che non hanno raggiunto il livello necessario di tenuta psicofisica per sopportare le richieste dell’allenatore portoghese, ma nessun difensore alla portata della Roma probabilmente ne sarebbe in grado. Rui Patricio, poi, nonostante una buona gara domenica, generalmente non ha aiutato, con le ultime due stagioni segnate da prestazioni al di sotto delle aspettative, e che solo nelle recenti partite sembra aver ritrovato una maggior serenità. 

Tutti questi limiti, che individualmente sarebbero anche marginali, hanno congiuntamente reso la difesa della porta enormemente più complessa: un problema non indifferente per una squadra che dietro deve essere perfetta. La quantità di interventi ai quali vengono chiamati però aumenta non poco le possibilità di un errore, e questo porta la sbavatura a non essere mai una questione di se, ma di quando; è pacifico che, per la portata dell’impresa che gli viene richiesta, la perfezione sembra francamente irrealistica.

Ci si può davvero aspettare sempre la perfezione?

In effetti la disattenzione in marcatura di Llorente e Mancini su Martinez Quarta sembra totalmente indipendente dall’inferiorità numerica, e più figlia dell’inevitabile leggerezza che prima o poi sembra destinata ad arrivare. Fino a quel momento i due avevano giocato un’ottima partita difensiva, attenta e precisa, respingendo ventisette cross della Viola, ma è bastata una superficialità sul ventottesimo per far crollare il castello di carte dei giallorossi. 

L’impressione è quindi che, con i suoi pregi e i suoi difetti, la Roma sarebbe in grado di scendere in campo con la rosa intera sulla linea di porta e prendere gol comunque, e che, allo stesso modo, potrebbe giocare una partita intera senza superare la linea di centrocampo e nonostante ciò segnare quando vuole. Anche l’approccio più passivo possibile non riesce ad oscurarne le enormi qualità offensive, dando la sensazione che finiscano con l’essere almeno parzialmente inutilizzate, e nonostante esalti il valore dei suoi difensori, non riesce a sopperire alla loro mortalità.

Mourinho quasi subito è riuscito a conferire alla squadra la sicurezza difensiva che necessitava, acquisendo una dimensione ulteriore quest’anno nella riscoperta aggressività nella metà campo avversaria; il salto di qualità però passa comunque, e soprattutto, per una maggior consapevolezza con la palla. È solo quando la Roma si deciderà ad uccidere le partite senza sfidare la sorte, abbandonando il caos e guadagnando consapevolezza dei propri mezzi tecnici, che potrà raggiungere il suo massimo potenziale.